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Stile classico e cast vincente

Dreamer - La strada per la vittoria

Una commedia famigliare un po' mielosa


di Samuele Luciano


La famiglia riunita, l’amore per gli animali, il sogno che si avvera, questi da sempre gli ingredienti base del cinema hollywoodiano.
Questi i film che non piacciono ai cinici, a quelli che stanno coi piedi per terra e con la testa sulle spalle.
Certo, la realtà è un’altra: non tutti i papà dicono sempre “tesoro” quando chiamano la loro figlia, non tutte le mogli si commuovono quando il marito le va a prendere al lavoro, non tutte le figlie (di appena 10 anni) hanno la forza di infondere ardimento nel cuore rassegnato del loro papà. Ma non importa se un film parla di possibile o di impossibile, l’importante è convincere lo spettatore di ciò che si sta raccontando. L’esordiente Jhon Gatins, coraggioso, (scrive e dirige un film sentimentale nel 2005!), prova a raccontare la storia di una famiglia piombata nel silenzio aprendo il sipario su immense pianure verdeggianti, ma inanimate, prive di cavalli al galoppo, senza quella vitalità a cui ci hanno abituato i western, i film americani per antonomasia!
Ben Crane (Kurt Russell) ex fantino, indignato dalla speculazione commerciale degli equini ha deciso che nella sua fattoria non ci sarà mai più un solo cavallo da allevare per poi vendere. Per questo motivo, da anni, non parla con suo padre Pop (K. Kristoferson), sbarca il lunario facendo l’addestratore per terzi e sfugge alle attenzioni della figlioletta Cale (Dakota Fanning).
A fare breccia nelle barriere invisibili erette tra i Crane sarà l’incidente capitato alla puledra Sonya, che rimasta zoppa durante una gara verrà curata e riaddestrata proprio dalla piccola Cale.




Gatins gira il suo primo lungometraggio scegliendo uno stile classico e un cast vincente, non tutto però è così scontato.
La narrazione è scorrevole e in ogni sequenza c’è il “tempo” di gustarsi l’emozione raccontata e i mutamenti interiori dei personaggi.
La puledra in realtà si chiama Sonador e non Sonya, e la scena in cui il padre confida alla figlia il vero nome dell’animale è un’emersione rapida dal gelo cristallizzato tra i due, da questo momento in poi, passo dopo passo, tra padre e figlia si crea un’alchimia vieppiù coinvolgente, in nome della comune voglia di sognare, al punto da trascurare la riuscita o meno della peculiare impresa: in fondo che importanza ha sapere se si avvererà o no quello in cui si crede, il vero miracolo è credere.
Gatins non è Frank Capra, ma di sicuro un ottimo epigono. Dakota Fanning, che sia simpatica o no, è davvero brava. Chi pensa che da un film drammatico ci si poteva aspettare un po’ più di spessore nei dialoghi, ha ragione in parte, specie sulle battute mielose messe in bocca ad un colosso del cinema (e rock) anni ‘70 come Kristofferson.
C’è tuttavia da soffermarsi sulla frase recitata dalla bella Elisabeth Shue, a proposito della sua bambina che lotta per rimettere in competizione la cavalla claudicante: “E’ il suo sogno, lascia che la porti fin dove può”.

giudizio: * *



(Venerdì 22 Settembre 2006)


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