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La conquista di Iwo Jima, nel Pacifico

Flags of Our Fathers

Un grande film di Clint Eastwood e Steven Spielberg


di Wil Fekeci


Il nostro collaboratore statunitense Wil Fekeci ci invia da Springfield (Virginia) il suo interessante contributo sul film di Clint Eastwood prodotto da Steven Spielberg che domani uscirà anche in Italia.
Lo pubblichiamo in originale e nella traduzione italiana di Piero Nussio.



Cosa dobbiamo pensare di Flags of Our Fathers (Le bandiere dei nostri padri), il nuovo film sulla battaglia di Iwo Jima diretto da Clint Eastwood e prodotto da Steven Spielberg? Sarà forse un misto di Salvate il soldato Ryan e di Million dollar baby, una combinazione dell’abitudine di Spielberg di portarsi a spasso il pubblico su una sorta di magico tappeto volante, mescolata con l’attitudine recente di Eastwood verso il lato umano delle vicende, la sua regia accorta di scene strappalacrime?
Si è detto che questa è il primo film di grande impegno finanziario con la regia di Eastwood. E allora, come se l’è cavata? È un film che possiede del valore e della sostanza?
La risposta a tutte queste domande è “si”.

“Flags of Our Fathers” è la storia vera di quei soldati che hanno partecipato alla conquista dell’isola di Iwo Jima, nel corso della seconda guerra mondiale, e che sono diventati famosi perchè ritratti in quella diffusissima fotografia che li mostra mentre, nel corso della battaglia, stanno innalzando la bandiera americana.
Il film, ed il libro di James Brady –figlio di uno di quei soldati- da cui è tratto, mostra le immagini gloriose e visivamente sconvolgenti dell’attacco sulla spiaggia, e la sua sorprendente difesa da parte dei giapponesi con la loro intricata rete di cunicoli nascosti.
Lo sapevamo già, dopo il successo di “Salvate il soldato Ryan”, di come Spielberg fosse bravo a trasportare il pubblico in sala proprio sul campo di battaglia, e nel farlo sentire completamente inghiottito nella scena. Ma quello che aggiunge Eastwood, e lo fa così meravigliosamente da un po’ di tempo un qua, è il lato umano degli avvenimenti narrati. E riesce a condividere con noi l’animo di quei soldati, quando poi furono riportati in America ed offerti “in parata” davanti a migliaia di cittadini, un colpo pubblicitario per far aumentare il valore di quei Buoni di Guerra che dovevano servire per continuare il finanziamento delle ostilità.


Lo sceneggiatore Paul Haggis ci fa ondeggiare avanti e indietro nel tempo, fra le interviste che James Brady fa ai vecchi soldati ai nostri giorni ed i flashback di ognuno di loro all’epoca del servizio militare e della battaglia di Iwo Jima. È una tecnica meravigliosa per tener desta la nostra attenzione ed anche, in un qualche senso, per non permetterci di capire chi sia alla testa del drappello, giacché sono presentati nell’ordine temporale degli eventi. Forse è proprio questa l’intenzione di Eastwood, cioè che i soldati non siano il punto focale del film, loro non sono degli eroi –e l’hanno ribadito più volte che non si consideravano tali-, ma solo dei soldati qualunque sorpresi da qualcosa più grande di loro.

C’è un momento particolarmente commovente che Eastwood cattura per noi, è l’incontro fra il soldato sopravvissuto Ira Hayes (Adam Beach), un pellerossa, con la madre del sergente Mike Stench , che comandava il drappello ed è morto nell’azione. Hayes, nel vedere la madre di Stench, non riesce a trattenersi dallo scoppiare in un pianto a dirotto. Questa scena raccoglie totalmente il punto di vista del film, e forse Eastwood l’avrebbe dovuta far durare qualche attimo di più per finire cosi di sopraffare totalmente il pubblico.


E che dire poi della colonna sonora, scritta da Eastwood? Sapevamo che era un patito di jazz, ma non fino al punto di farsi da se la colonna musicale. Eppure è perfettamente adatta alla scene del film. Cos’altro tiene in serbo per noi il brillante regista nei suoi meandri?

Clint Eastwood porta lo spettatore dal passato ai nostri giorni, usa spezzoni di vere scene di battaglia e riprese dei soldati, durante i titoli di coda, e l’ampia ripresa del monte Suribachi ad Iwo Jima posta al termine del film. Un avvertimento per gli spettatori: per questo film dovete aspettare finché le luci si accendono in sala, o ve ne perderete pezzi importanti.

In conclusione, la coppia Eastwood/Spielberg ci ha fatto vedere qualcosa che non è “un altro film di guerra” e nemmeno “un altro Salvate il soldato Ryan”, ma invece è una storia di gente comune e di persone di quelle che si incontrano tutti i giorni, e di come la società ed una guerra agiscono su di loro. È un film semplice: formidabile e complesso.





What are we to think of Flags of Our Fathers, the new Iwo Jima story directed by Clint Eastwood and produced by Steven Spielberg? Is this going to be Saving Private Ryan meets Million Dollar Baby, a combination of Spielberg’s often ploy of carrying the audience on a magical carpet ride mixed with Eastwood’s recent developed softer humanistic side, his artful directing of tearful scenes? It is reported that this is Eastwood first major production direction. Can he pull it off? Does the film have any value and substance? The answer to all of these questions is yes.

Flags of Our Fathers is the true story of individual soldiers’ lives who help capture the island of Iwo Jima in Worldwide II and were made famous by being part of the now world famous picture that raised the American flag above the island in the middle of the battle. The film, and the book it is based on by James Brady, a son of one of the soldiers, depicts glorious and visually disturbing scenes of the beachfront attack of the island and its amazing defensive of it by the Japanese with their massive hidden tunnels. But we knew, after the success of Saving Private Ryan, that Spielberg could bring his sense of bringing the audience to the battlefield and making one feel completely engulfed in the scene. But what Eastwood does, and does so wonderful recently, is bring the humanistic side to the film. He shares with us the souls of the soldiers who were brought back to the United States so that they could be paraded in front of thousands of Americans, a PR stunt in the hope of raising War Bonds to help pay for the continuing war.



Writer Paul Haggis takes weaves us back and forth in time from James Brady interviewing the elder soldiers in modern day to a flashback of each soldier’s life and their time on Iwo Jima. It is a wonderful technique to keep our attention and in a sense we do not know who the lead is as they are portrayed in the sequence of events. Perhaps this is Eastwood intention, that the soldier’s are not the focal point of the movie, they are not the heroes, something that they claimed throughout that they did not want to be, but just average soldiers caught in a moment of infamy.

One particularly moving moment Eastwood captures for us is a meeting between surviving soldier Ira Hayes (Adam Beach), an American Indian, and the mother of his fallen sergeant leader, Mike Stench. Hayes, upon seeing Stench’s mother, can not help himself but cry uncontrollably. This scene embodies so much of the point of the movie and perhaps Eastwood should have held it slight longer to completely overwhelm the audience.



What are we to make of Eastwood’s own musical score? We know that he is a Jazz aficionado but now his own musical score? It fits the scenes well. What else does the brilliant director have up his selves for us?

Eastwood brings the audience from the past to the present with shots of the actual battle scenes and soldiers during the end-of-film credits and his sweeping shot of Mount Suribachi on Iwo Jima at the close of the movie. Be forewarn for those who haven’t seen it, for this film, you need to stay until the lights come up and experience it all.

In the end, Eastwood/Spielberg bring us not another war story, not another Saving Private Ryan, but a story about common day people and the effect society has on them and each other in the midst of a war. It is a simple film: fantastic and complex.



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(Giovedì 9 Novembre 2006)


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