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La vicenda dei due genitori adottivi più famosi della storia

Nativity

Regia funzionale per un mistero rivisitato


di Samuele Luciano


Maria e Giuseppe, uniti nello scandalo e nella persecuzione, il prezzo da pagare per la fede nell’impossibile, un prezzo alto ma diviso in due per amore… La fede senza amore non può esistere.

Il film di Catherine Hardwicke (regista di Lord of Dogtown) non evita l’iconografia da presepe, ma racconta il “Mistero della Fede” con l’efficacia di immagini semplici, senza alcuna banalità, per un film di Natale che piacerà molto al pubblico.
Il succo della storia sta in un antico brano del Vecchio Testamento (II Re 19:11) che viene recitato in più scene: “… Elia, seduto sotto una ginestra espresse il desiderio di morire, dicendo: -Basta, prendi ora o Eterno l’anima mia, poiché io non valgo meglio dei miei padri! …Il profeta si coricò in una spelonca e vi passò la notte. Ed ecco passava un vento forte e impetuoso che spezzava le pietre, ma l’Eterno non era nel vento. E dopo il vento un terremoto, ma l’Eterno non era nel terremoto. E dopo il terremoto un fuoco, ma l’Eterno non era nel fuoco. E dopo il fuoco un suono dolce e sommesso e come Elia l’ebbe udito si coprì il volto ed uscì fuori e L’Eterno gli parlò…”.
Dio, dunque (aprano le orecchie tutti quelli che affermano di crederci) non è nella distruzione, ma in un suono dolce e sommesso.
Ecco che il Re dei re nasce da una pulzella umile e inesperta di mondo, che vive di grano e strutto e fa la contadina in un minuscolo villaggio della Giudea, assediato dai centurioni e dalla miseria.
Giuseppe e Maria sono dichiarati marito e moglie dal padre di quest’ultima, senza quasi conoscersi, sono già uniti dal santo vincolo prima ancora di sapere se si amano o se si ameranno, ma secondo la Torah ebraica deve passare un anno prima che possano conoscersi biblicamente.
Durante tale periodo, Lo Spirito Santo (il seme di Dio) cade nel giovane e fertile grembo della Benedetta tra le donne, la quale accetta senza obiezioni, come del resto aveva già fatto con l’altro Dio, suo padre.



La storia della giovanissima nazarena sembra quella moderna di una qualunque ragazza di famiglia fondamentalista che va incontro alla morte se osa sgarrare con la Legge, più di ogni altro maschietto.
Lo sceneggiatore di Nativity, Mike Rich, non omette appunto, le connotazioni sessiste di una certa cultura religiosa (quella semita inclusa), ma il racconto in questione non si fossilizza sulla polemica trita e ritrita (ultima quella Browniana de “Il Codice Da Vinci”) a proposito del maschilismo divino.
La questione qui non è se Dio è maschio o femmina e nemmeno se esiste o no, ( bellissima la scena in cui Giuseppe chiede a Dio un segno senza ricevere alcuna risposta), ma come si reagisce quando ci si trova di fronte ad un evento che prova la nostra fiducia nel prossimo.
Giuseppe rivede dopo mesi di lontananza la sua promessa sposa con la pancia gonfia ed è un colpo terribile, ma poi decide (attenzione decide lui, nonostante la vergogna e i pettegolezzi di tutti i circostanti) di credere alla storia inverosimile che “è stato Dio”, e questo unicamente perché vuole bene a Maria.
Non si può avere fede se non si ama colui o colei in cui si ha fede.
Per inciso, la cosa varrebbe anche per la fede in Dio.
La Hardwicke filma con regia funzionale il graduale innamoramento dei due genitori adottivi più famosi della storia umana, che in nome di una scelta comune affrontano la discriminazione e scampano la strage di Erode il tetrarca, uniti anche di fronte all’estremo rischio che sia tutto vano, come se la fede in due fosse più possibile. Ma tutto coincide alla fine e perfino i Re Magi, che vengono da tutt’altra parte, arrivano in perfetto orario per onorare il nascituro. Ora i due figli di Dio sono due genitori, illuminati non solo dalla stella cometa, ma dalla consapevolezza che chi crede vince, che padre e madre non si nasce fisiologicamente, ma si diventa, come del resto uomini, o cristiani. Le prove e il tempo vagliano i valorosi, quelli autentici, inutile avere pregiudizi. Oscar Isaac ci regala un Giuseppe più giovane del solito, ma virtuoso come non mai. L’attrice che impersona Maria (Keisha Castle–Hughes) è bellissima nella sua disarmante remissività. Film, che pur senza violenza spettacolare o nudi di bambole umane, fa dimenticare l’orologio.

giudizio: * *




(Venerdì 1 Dicembre 2006)


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