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Alain Resnais ha 84 anni, e li dimostra...

Cuori (annoiati)

Un triste film geriatrico


di Piero Nussio


Ho il cuore che sanguina. Se mi avessero detto che un giorno avrei parlato male di un film di Alain Resnais non ci avrei potuto credere: bestemmiare il nome dell’autore de L’anno scorso a Marienbad e di Hiroshima mon amour mi sembrava impossibile.
Un innovatore, una delle colonne portanti del cinema francese (e dal cinema tout court), un regista che ha “allevato” tutta la generazione migliore degli attori d’oltralpe, un genio del montaggio e del linguaggio per immagini.

Bene, questo è il “coccodrillo” già pronto per quando –fatalmente- verrà a mancare. Ma per il momento è vivo e vegeto, nonostante i suoi ottantaquattro anni compiuti, e sfortunatamente continua a dirigere dei film.
Si discute da noi, ed in tutta Europa, circa l’età in cui sia giusto andare in pensione. Da un lato gli enti che devono pagarla -che vogliono ritardare il più possibile il momento in cui cominciano ad erogare la cifra mensile- e dall’altra le aziende –che non vedono l’ora di liberarsi di dipendenti che costano, sono poco flessibili e giunti oramai al massimo delle loro carriere-.
Ma torniamo a parlare di cinema. Quello del cinema è un mestiere usurante, un po’ come i minatori. Ci sono registi bravi al primo film, ma che già al secondo mostrano la corda. Ci sono autori che durano solo qualche stagione, e al massimo un decennio. Ci sono grandi artisti, come Michelangelo Antonioni, che danno il massimo di sé e poi si spengono artisticamente oltrechè fisicamente. Ci sono anche –forse- delle eccezioni, ma sono (come dice la parola) delle eccezioni.


La regola è che la maggioranza degli autori, invecchiando, ripete stancamente i propri temi. Ciò vale per Woody Allen, è già vero per Martin Scorsese, ed è tragicamente vero per Alain Resnais.
Già ai suoi trent’anni, il regista francese tendeva al lento e al calligrafico. Ma ai tempi di Marienbad e di Hiroshima, complice i raffinati romanzi di Marguerite Duras e di Alain Robbe-Grillet, questo era un pregio, ed al “nouveau roman” si affiancava un nuovo cinema.
Poi la creatività di Alain Resnais è esplosa, con gli esperimenti “scientifici” di Henri Laborit ed il film innovatore Mon oncle d'Amérique (1979). Resnais è andato in America prima di altri con Providence (1976) e I Want to Go Home (1988), ed ha sperimentato tutti i generi di narrazione, dal labirinto de La Vie est un roman (1982) agli universi paralleli di Je t'aime, je t'aime (1967).

Ma allora, perchè un così grande regista decide di ammorbarci per le due noiosissime ore del film Cuori (Coeurs, 2006), in cui le storie si intrecciano solo per complicare il montaggio, con uno stile che cinquant’anni fa sarebbe stato innovativo, ma ora lo adotta anche “Beautiful” in TV?
Perchè raccogliere un cast di mostri sacri del cinema francese (Sabine Azéma, André Dussollier, Pierre Arditi, più Laura Morante), quando l’approfondimento psicologico e l’analisi delle motivazioni dei personaggi ha lo stesso spessore della carta velina?
Perchè realizzare un film noioso, verboso, sostanzialmente statico, disperato e disperante, senza proposte né vie d’uscita, se non si ha nulla da raccontare o da consigliare? Perché i personaggi sprecano fiumi di parole e lunghissimi silenzi “d’atmosfera”, se non rappresentano nemmeno se stessi?


Un senso, estremamente negativo, il film alla fine lo acquista: le nostre società europee si stanno invecchiando, e ripiegando su di sé. Non è soltanto una questione anagrafica e statistica, e neppure è per l’invecchiamento generale della società (che preoccupa i governi ed i gestori dei sistemi pensionistici, ma non necessariamente gli amanti del cinema).
Ogni ora ci sono 3.600 secondi che scorrono inesorabilmente, e non c’è nessuna intelligenza o furbizia nell’essere nati prima o dopo, nel flusso inarrestabile di questi miriade di secondi.
Non c’è nemmeno niente di male se –statisticamente- le nostre vite si sono allungate. O se i flussi di natalità cominciano finalmente a diminuire, e a dare respiro al nostro sovraffollato pianeta.
Questi sono dati positivi.
Quello che è negativo è che le persone perdano creatività –se mai l’hanno avuta- già al momento in cui cominciano a sostituire i denti da latte. In Europa, in America, oramai quasi dovunque.
Persino in Cina, la tigre asiatica in pieno sviluppo, un grande regista come Zhang Yimou lascia andare i temi d’attualità e si mette a fare il calligrafo con “Hero” e “La foresta dei pugnali volanti”

Alain Resnais è stato un grande ed uno sperimentatore indomito, pur nelle sue lentezze e con i suoi perfezionismi. Ma perchè rappresentare una società composta quasi esclusivamente di rassegnati, di sconfitti, di esclusi, di introversi, che come maggiore rivolta vedono cassette osé e si ubriacano al bar di un hotel?


Lo sa Resnais che oggi si usano i DVD al posto delle videocassette, e che i ragazzi si ubriacano dovunque tranne che negli alberghi? Lo sa che rompere rapporti sentimentali è diventata una specialità dell’atletica leggera, e che si misura un decimi di secondo? Lo sa che accumulare debiti e perdere il lavoro è un’attività molto diffusa nella società d’oggi?
Insomma, i temi affrontati da Cuori sono quelli più attuali, ed al centro del nostro mondo, come c’era da aspettarsi da un grande regista. Peccato che al riguardo il grande regista non sappia dirci niente di interessante, né sul piano dei contenuti né in quello dello specifico cinematografico. E che questo getti un’ombra retroattiva, che rattrista tutta sua ultima produzione. Quella recente, che almeno comunicava un senso di spigliatezza formale (Parole, parole... -On connaît la chanson, 1997-, Smoking/No smoking, 1992).

E l’ombra triste si allunga sulla giuria del Festival di Venezia, dove la sua quasi coetanea Catherine Deneuve gli ha elargito un inutile quanto sciocco Leone d’argento.


IX edizione: “Alain Resnais. Cinéma mon amour”
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(Lunedì 4 Dicembre 2006)


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