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Horror "leggendario"

Non aprite quella porta. L'inizio

Un film di Jonathan Liebesmanse


di Samuele Luciano


Il Texas. Non si tratta di una comune realtà provinciale, è una specie di deserto rurale. Il cinema ci ha abituato a riconoscerne la desolazione dalle inquadrature aeree o dagli sporadici pali elettrici che delimitano strade polverose lunghissime. Laggiù, nel Texas, tra terra e cieli smarginati, si staglia la figura di un omone che va in giro con la motosega a seminare morte tra tutti quelli che incontra.
L’ennesimo sequel del cult movie di Tobe Hooper, The Texas Chain Saw Massacre, e` in realta`un prequel, ma solo nei primi dieci minuti, quando mostra di sfuggita il contesto squallido in cui viene alla luce Leatherface, l’interdetto Thomas Hweitt.
Una donna partorisce in un mattatoio, mentre sta lavorando, dopodiche` butta il bambino nella spazzatura. Lo raccogliera` una stracciona e lo allevera` in una casa sinistramente illuminata.
Da grande Thomas va a lavorare proprio al mattatoio dove e` nato, finche` il princpale non chiude i battenti per fallimento.
Da questo momento Thomas comincia a trattare le persone come quarti di bue: deformazione professionale?


Gli sceneggiatori Turner e J. Schow non sembrano interessati a raccontare chissà quale evoluzione dell’istinto macellaio di Thomas e dei suoi famigliari (Hoyt, zio Monty e mamma Luda), ma piuttosto a fornire una sequela di situazioni in cui il regista Jonathan Liebesmanse possa esprimere tutto il suo sadismo.
Infatti, mentre Hoyt accenna le cause della sua antropofagia, che affondano le radici nel periodo della sua prigionia in guerra, l’attenzione del pubblico è catalizzata dalle ripetute manganellate che lo stesso infligge ai suoi prigionieri.
Nessuna componente psicologica dunque, né alcuna critica sociale emerge dalla genesi della famiglia Hewitt, che tra il 1969 e 1973 massacrò e divorò 33 persone, solo il puro racconto splatter con brandelli di carne ed effluvi di sangue di circostanza.
Ma c'è qualcosa in piu` in questo horror che potrebbe far gridare a qualcuno la parola "leggendario". Da tempo infatti non si assisteva ad un film cosi` angosciante, ricco di inquadrature claustrofobiche e di immagini shockanti, cruento fino a mozzare il fiato.
Se Eli Roth, il regista di Hostel, aveva scherzosamente fornito agli spettatori che entravano nelle sale a vedere il suo film un sacchetto per i conati, qui non sarebbero inutili delle bombole di ossigeno. Andrew Bryniarsky torna ad interpretare il mostro, come aveva gia` fatto nel remake del 2003. Ma il vero cattivo e` R. Lee Ermey, nei panni di Hoyt, che stuzzica con ciniscmo la rabbia di Thomas come faceva con "soldato palla di lardo".

giudizio: * *



Per il film "Hostel" di Eli Roth
Quel raffinato di Tarantino
Magari è un film che fa un certo effetto...



(Giovedì 7 Dicembre 2006)


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