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Il capolavoro di Bertolucci, otto anni dopo

"L'assedio", fra l'Africa e la vecchia Europa

Lo scontro e l'incontro di civiltà musicali e narrative


di Piero Nussio


Devo un ringraziamento non formale, ma sostanziale, al gruppo di “Visioni”, che propone film sempre particolarmente interessanti e stimolanti, e voglio raccogliere qui il dibattito sull’ultima loro “provocazione”, ossia il recupero del film L’assedio di Bernardo Bertolucci (Besieged, 1998).

L’avevo perso, perchè considero Bertolucci un grande maestro del cinema, ma dalla produzioni discontinua e dai temi non sempre interessanti. “L’assedio”, per come ne avevano parlato (poco) i media, era uno di quei film che tendevo a scartare: perchè avrei dovuto vedere un film su un “amour fou”, su una passione sconsiderata fra un pianista ed una donna di colore?
E la stessa sensazione sbagliata doveva aver raggiunto la maggioranza del pubblico, giacché “L’assedio” è uno dei film di minor successo e tenuta del pluripremiato e normalmente osannato Bertolucci.
E poi, a detta di molti, era più un film della moglie (la sceneggiatrice e regista Claire Peploe), che non di Bertolucci, viste le suggestioni africane e le reminiscenze dei temi di Antonioni. Il tutto poi in una strana coproduzione italo-inglese fra la Peploe, Mediaset e BBC..
Ditemi voi se non avevo ragione a disertare il film...


Beh, avevo profondamente torto.
Perchè il film è –e non casualmente- un film di Bernardo Bertolucci, ed uno dei suoi migliori. Soprattutto dal punto di vista della tecnica cinematografica, del montaggio e del rapporto fra immagine, contenuto narrativo e colonna sonora.
Forse della Peploe (che, come avrete capito non amo particolarmente) è la tematica e la scelta del soggetto. Ossia il racconto di James Lasdun, scrittore inglese e professore universitario a New York.
La storia mi prende poco, l’amour fou non mi interessa particolarmente, ed anzi un musicista che si vende il pianoforte non mi sembra un esempio di dedizione sentimentale, ma una sorta negazione di sé che somiglia più al suicidio che all’innamoramento.
Però le immagini raccontano altro, il film non è un poetico invito al suicidio, ma un inno alla creatività. In tutti i sensi.
È l’incontro fra il mondo semplice, essenziale e brutale del paese africano con il mondo, barocco, pesante ed impotente dell’occidente in piena decadenza.
E, inaspettatamente rispetto a tali premesse, vince di forza lo stanco mondo occidentale.
E non perchè si venda tutto, ma al contrario perchè è capace di acquisire e fagocitare il nuovo, e adattarlo ai propri schemi culturali.


Così come fa Bertolucci, che riprende l’Africa nella sua violenza, secchezza e disgusto. E che poi incardina il film sulla scalinata barocca di Trinità de’ Monti, dove nessuna curva è completata, tutti gli archi sono spezzati e nessun livello architettonico è rispettato, in un “continuum” che sale dalla Barcaccia fino alla Chiesa in alto.
È lo stesso stile barocco applicato al suo montaggio a scatti (spezzato e mistilineo, come una facciata barocca).
Lo stesso alla musica: è il pianoforte del musicista classico che riesce ad acquisire anche il jazz di Coltrane e il ritmo musicale africano, non il cantastorie (pur meraviglioso) che possa far suo Mozart o Grieg.
Ed allora il marito della bellissima Shandurai (Thandie Newton) rimane fuori della porta, perchè non basta il coraggio per riconquistare la moglie.
La rispettabile Shandurai, più che cedere all’amour fou o dedicarsi ad improbabile cause rivoluzionarie, si applica con profitto allo studio della medicina occidentale. Che sarà molto utile ai suoi compatrioti, e forse li aiuterà ad uscire dai baratri del sottosviluppo.


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(Mercoledì 20 Dicembre 2006)


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