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Blood diamond

Africa, avventura ed impegno

Il contrabbando di diamanti insanguinati


di Pino Moroni


Il nostro corrispondente dagli Stati Uniti Wil Fekeci aveva, tempo fa, parlato molto bene di Blood Diamond: per l’originalità dell’argomento e per la recitazione di Leonardo di Caprio.
Visto il film, seguo volentieri le argomentazioni americane di Fekeci.

Innanzitutto, si tratta di un film di denuncia che parla per la prima volta del contrabbando di diamanti insanguinati. Quelli che la più grande multinazionale delle pietre preziose fa uscire dai paesi dell’Africa, in cui governi corrotti, ribelli selvaggi e mercenari senza scrupoli creano le condizioni per immani genocidi.
Le atrocità di queste guerre sono ben evidenziate nel film di Edward Zwick (Ultimo samurai, 2003) attraverso le storie dei bambini-soldato, delle menomazioni fisiche cui sono sottoposte persone inermi, e della miseria dei campi di raccolta dei rifugiati.

Questa è l’Africa del finire del secolo, senza più alcun fascino, dove anche la smagliante natura non riesce più a dare attrattiva. Gli stessi animali, che una volta vi regnavano sovrani, si nascondono impauriti da questo immane massacro.
Muoiono i singoli, sono smembrate le famiglie, sono annientati i popoli. Gli altri, i trafficanti di diamanti e di armi, ma anche di petrolio e uranio, sono i soli che resistono, perchè da quelle ricche riserve ricavano i loro utili.

Il film di Zwick è molto ben costruito, tra avventura, azione e guerra, cui si unisce una cornice romantica di altri tempi. Leonardo di Caprio, molto cresciuto come attore, è bravo a rinfrescare il ruolo dell’avventuriero romantico, che nella storia del cinema è stato di Humphrey Bogart, Gary Cooper e Clarck Gable.
Bravo è anche Djimon Hounson nella parte del padre di famiglia africano, che vuol salvare il figlio bambino-soldato e riunire la sua famiglia dispersa dagli eventi. Ci riuscirà, ma a Londra, ben lontano dalla sua Africa.

Ci sono forti messaggi morali contro il cinismo di una civiltà occidentale troppo utilitarista e ossessionata dal denaro. La ricerca del grosso “diamante rosa” provoca un’infinità di morti, a significare che una pietra vale più di molte vite umane.
Molto intensa è Jennifer Connoly, nella parte di una giornalista d’assalto piena di pathos, che rischia la vita per trovare la verità su guerre e stragi altrimenti incomprensibili.


Per lei il merito, dopo tutte le “donne in carriera”, di iniziare invece un ruolo di avventuriera romantica che il cinema finora non ci aveva dato.

«Lasciare il mondo dell’ufficio, con il cappuccino ed i modelli finanziari, per vivere una vita più vera» dice la Connoly a Di Caprio.

La scena culmine del film in cui il trafficante Di Caprio, morente tra le montagne africane, telefona alla giornalista a Londra per offrirle lo scoop della sua vita è quanto di più retorico (e rivisto) il film offra. Comunque, sempre meglio delle contorsioni illogiche e degli “effetti speciali” di tanti altri film del genere.


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(Giovedì 1 Febbraio 2007)


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