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I non-luoghi dell’utopia

Brigadoon, Cabuig e Shangri-La

I sogni proibiti di mezzo secolo fa


di Piero Nussio


Il villaggio scozzese di Brigadoon appare misteriosamente nelle Highlands un solo giorno ogni cento anni, e nessuno dei suoi abitanti potrà mai lasciarlo, o l’intero villaggio scomparirà per sempre nelle nebbie.
Due ragazzi americani, in giro per turismo per la Scozia, se la vedono apparire davanti come per magia. È questa la situazione immaginata da Alan Jay Lerner per un musical realizzato da Frederick Loewe per uno spettacolo di Broadway del 1947, nel primo dopoguerra.
La guerra –appunto- era appena finita e gli americani in giro per l’Europa non c’erano andati esattamente per turismo. Ma nei sogni ad occhi aperti dei reduci appena tornati dal fronte le cose assumono un significato molto più poetico che non nella prosaica realtà.
Ecco quindi che il villaggio fatato di Brigadoon si converte nel regno dell’amore, dove tutto è possibile –anche i miracoli- se qualcuno ama profondamente e definitivamente un’altra persona.

Nel film che ne fu tratto nel 1954 (regia di Vincente Minnelli) i due innamorati sono Gene Kelly e Cyd Charisse, in mezzo alle tradizioni, alle musiche ed alle danze scozzesi. I due famosi attori-ballerini fecero il successo del film, insieme alle battute scettiche di Van Johnson, che interpretava la solida normalità dell’americano medio, che si rifiutava di credere ai sogni.
Gene Kelly, e con lui milioni di spettatori, voleva invece credere alle esagerazioni romantiche: scegliere Brigadoon –come nel matrimonio anni ’50- significava fare una scelta definitiva ed irrevocabile: una volta deciso per la vita zuccherosa nel villaggio fatato, non si poteva più cambiare idea e non era più possibile abbandonare quei luoghi di sogno.
L’utopia romantica di Brigadoon nasceva –come si raccontava nella trama- proprio per preservare le antiche regole e tradizioni. Balli, canti e matrimonio tradizionale si potevano conservare solo per un patto speciale con l’aldilà, e solo a costo di scelte definitive ed irrevocabili.
Probabilmente molti in quegli anni già sentivano che le regole stabilite cominciavano a scricchiolare, e proprio per questo decretavano il successo al villaggio fatato che cercava di preservarle. E di fermare un mondo che -inesorabilmente- aveva cominciato a cambiare in maniera inarrestabile.

Di qualche anno successivo ma allo stesso clima di cambiamento, all’epoca della guerra fredda, appartiene un’altra utopia cinematografica di quel periodo.
È il film italo-spagnolo Calabuig (“Calabuch” di Luis Garcia Berlanga, 1956), interpretato da Edmund Gwenn con Valentina Cortese e Franco Fabrizi ed i più famosi caratteristi spagnoli dell’epoca.
L’utopia è simile, conservare le caratteristiche più umane e folkloristiche del vivere sociale –matrimonio compreso-, ma il pericolo stavolta è più concreto.
Il professor Hamilton (Edmund Gwenn) è uno scienziato atomico che decide di sfuggire ai suoi compiti e responsabilità, molto legate alla corsa agli armamenti ed alla guerra fredda, per nascondersi nella tranquilla vita fuori del tempo del villaggio spagnolo di Calabuig.
L’amore e le donne qui hanno un ruolo secondario, contano più i rapporti sociali, la vita del paese, le amicizie e le piccole sfide campanilistiche. È la vita “di paese”, un po’ come quella del villaggio Brigadoon (e di centinaia di altri film dell’epoca: Un uomo tranquillo, Pane, amore e fantasia, Don Camillo, e così via), che questi film utopici tentano di difendere dall’avanzante industrializzazione.
Sono gli anni, questi, in cui gran parte delle popolazioni di tutte le nazioni occidentali abbandona i piccoli paesi ed i borghi agricoli per andare nelle grandi città –in patria o all’estero- a lavorare nelle fabbriche della nascente industrializzazione.
Italia e Spagna, due nazioni simili per il ritardo con cui la fase industriale arriva a modificarle nel profondo (e per i sussulti politici che le hanno caratterizzate), si riconoscono nell’utopia dello strapaese e nella difesa di una socialità che s’avvia a scomparire nei sobborghi operai delle metropoli.

In più, l’utopia di Calabuig si colora anche del pacifismo un po’ naive e colorito di Luis Garcia Berlanga (il regista spagnolo) e di Ennio Flaiano (lo sceneggiatore italiano): la storia è un po’ ingenua e divertita, ma si muove sullo sfondo della scomparsa dei fisici italiani Ettore Majorana e Bruno Pontecorvo, sulla condanna a morte dei coniugi Ethan e Julius Rosenberg e delle disavventure giudiziarie del fisico americano Robert Oppenheimer.
La stagione drammatica della bomba atomica, dal Progetto Manhattan ai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, e poi delle rivelazioni ai sovietici dei segreti americani fino alla caccia alle streghe del maccartismo, avevano segnato le cronache ed i dibattiti del tempo.
La ridicola fuga del professor Hamilton nel paesino di Calabuig, il suo mondo bonario di guardie, ladri e maestrine e di complotti all’osteria adombra quindi nell’utopia un incubo molto forte e presente nelle coscienze di tutti, specie in quei difficili anni. È la paura, il rischio che tutto il mondo potesse finire, come nel Dottor Stranamore, in una micidiale esplosione nucleare.

Ad un’epoca precedente (gli anni del “new deal”, prima della guerra) risale invece la più importante e duratura utopia cinematografica: il villaggio di Shangri-La nel Tibet di “Orizzonte perduto” di Frank Capra (“Lost horizon”, USA 1937).
Durante la guerra cino-giapponese, un aereo decolla da una città cinese, con a bordo il console britannico Robert Conway (Ronald Colman) e quattro altri occidentali. È dirottato da un mongolo clandestino e atterra tra le montagne del Tibet.
I passeggeri sono portati a Shangri-La, un villaggio situato in una valle dalla terra fertile e dal clima mite dove regnano la pace, la serenità e la longevità.
Al centro di Shangri-La c’è un monastero tibetano che ospita una antichissima e segreta città di saggi, raccolti da ogni parte del mondo, di sesso, cultura, religione e temperamento diversi, che meditano, studiano, vivono estremamente longevi e passabilmente felici.
Non inseguono uno specifico progetto di felicità e –soprattutto- non si preoccupano di imporlo per le vie della religione, della morale o dell’ideologia.
Nessuno vi cerca l'”Uomo Nuovo”, ma ognuno coopera a conservare i differenti valori della civiltà umana.
Il Lama (Sam Jaffe), che ha più di due secoli e sta morendo, vede nel console un suo possibile successore. Anzi, si scopre che il suo arrivo fra le montagne non è affatto casuale, e che sono stati i monaci ad eleggere l’inglese successore del Gran Lama. Non solo, ma nel villaggio l’attende anche la bellissima Sondra (Jane Wyatt) di cui il diplomatico non potrà evitare di innamorarsi perdutamente.

Come in seguito succederà per Brigadoon, anche qui il protagonista non può subito credere al suo strano destino, ed inizialmente fuggirà, tornandosene alla vita reale. Ma il potere dell’Utopia è più grande e il diplomatico occidentale non potrà resistere alla sua "seconda vita" da gran sacerdote e gran saggio, con in più l’amore della bellissima Sondra.
Ma qui, a differenza di Brigadoon, l’utopia non è tanto quella sentimental-matrimoniale, quanto il richiamo dell’esotismo e di uno strano pacifismo buddista.
Qualcuno ha visto nella società di sapienti che governa Shangri-La un riflesso della politica roosveltiana del “new deal”, in contrapposizione al messianesimo dei totalitarismi dell’epoca (fascismo, nazismo e comunismo).
L’ugualitarismo dei monaci tibetani è ben lontano dalle asprezze del comunismo, l’uomo sempre giovane della vallata non è quello guerresco della “giovinezza” fascista o hitleriana.
Ma il tono è sempre quello di un “perduto Eden rurale”, con aggiunto un panorama montano che ci ricorda –a posteriori- le svenevolezze di Heidi.

Svizzera da cartone animato, saggezze sparse da Guru indiano, flusso di vita da buddismo Zen, Henry David Thoreau ed il suo sogno utopico di “Walden”: Shangri-La è “la madre di tutte le utopie”, specie se ci si aggiunge la fontana dell’eterna giovinezza e la bellezza delle “contadinotte” tibetane.
Ciascuno, fin dal 1937, sogna di trovarsi a vivere nel villaggio tibetano, dove tutto scorre pacifico, le persone non invecchiano mai, nessuno ha debiti o nemici, e la vita è piacevole e bucolica. Nel mondo reale, invece, siamo tutti sommersi di debiti e lavoro, i rapporti sono solo conflittuali e le persone invecchiano fra stress e difficoltà, nonostante diete, creme e mode giovanilistiche.

L’utopia del Giardino dell’Eden è la più antica e la più resistente, perennemente distrutta dai frutti avvelenati dell’albero del bene e del male. Gli uomini vivono la giungla della produttività e del consumo, ma continuano a sognare l’utopico mondo della saggezza e dei buoni sentimenti.



(Giovedì 26 Aprile 2007)


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