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"Le vite degli altri", stupendo film tedesco

In lode del cinema europeo

Un continente in grande fermento


di Piero Nussio


Esiste una cinematografia dell’Oklahoma? Forse si, se siete particolarmente interessati alle produzioni che si svolgono a Oklahoma City, ma a tutto il resto del mondo interessa il cinema americano, punto e basta.
Lo stesso dovrebbe valere, penso, per il cinema europeo, tralasciando una volta per tutte di interessarci di quello di uno specifico paese, italiano, francese o dell’isola di Malta.

Se è così, allora, possiamo congratularci con noi stessi. Il cinema europeo gode di ottima salute, e sta proponendo storie molto interessanti, cineasti capaci, bravi attori, e in generale una cinematografia di ottimo livello.
In un momento in cui il cinema americano sta nel momento di maggior declino e sembra proprio che abbia esaurito la propria spinta propulsiva, il cinema europeo si affaccia con buona forza nel panorama mondiale.
E fa bene a farlo, giacché i concorrenti del futuro già affilano le armi, e sono le industrie dello spettacolo orientali (cinesi, giapponesi, coreani), e magari gli indiani in un futuro più lontano.

Questo però è il momento d’oro del cinema europeo, con in buona posizione la pattuglia degli spagnoli. Sono capitanati da Pedro Almodóvar (ormai nel cinema classico con Volver, 2006), ma è un pattuglione quello che avanza, con gente del livello di Achero Mañas (“El bola”, 2000; “Noviembre”, 2003) e molto cinema d’impegno e di buon livello.
I danesi sembrano non esistere, nella storia europea. Poi esce fuori Carl Theodor Dreyer, ed è un faro del cinema nascente. Qualcosa del genere è successo con Lars von Trier, sia a livello teorico (con il suo “Dogma cinema”) che nella realizzazione cinematografica, da Le onde del destino del 1996 a Il grande capo del 2006, passando per Dogville, Idioti e Dancer in the dark.
Il cinema francese ha perso parecchio del suo smalto, e arranca con i suoi “grandi vecchi” (Alain Resnais e Eric Rohmer), eppure qualcosa di nuovo riesce ad esprimerlo al confine fra la commedia e l’analisi di costume (La cena dei cretini, Il gusto degli altri, Un po' per caso un po' per desiderio, Il favoloso mondo di Amélie), specie grazie a Agnès Jaoui e Jean-Pierre Bacri.


Ma la cinematografia che ultimamente sta dando di più allo spettatore è, probabilmente, quella tedesca.
Forse perchè –come fu per il neorealismo italiano- i tempi della ricostruzione sono quelli più interessanti e creativi per uno spirito nazionale.
O magari perchè, liberatisi di colpe e di cappe d’ogni genere, i tedeschi riescono finalmente ad esprimersi al meglio.

Sono stati guidati lungo questa via dai padri fondatori (Wim Wenders, Rainer W. Fassbinder e Werner Herzog), ma oramai molti registi tedeschi stanno camminando sulle loro giovani gambe.

Come il talentuoso Wolfgang Becker (Good Bye Lenin!, 2003) e l’altrettanto bravo Dani Levy (Zucker, 2004) riescono bene nelle commedie ed in un certo “umorismo ambientale”, specie se riferito alla vita ed alle caratteristiche appena trascorse della DDR, ossia la tragica e tremenda Germania dell’Est.

Questo cinema ha addirittura fatto nascere una nuova parola tedesca –e tutta un’economia intorno-. La parola è ostalgie, ossia “nostalgia dell’est”, ed è una sorta di gioco fra un passato oramai sepolto ed un presente che, pur incommensurabilmente migliore, ha anche i suoi limiti e problemi.


Non appartiene al revival della ”ostalgie” il film fenomeno di quest’anno, ma in qualche maniera ne è la summa e la sublimazione drammatica. Le vite degli altri (Das Leben der Anderen, 2006) è il film d’esordio di un cineasta dal nome lunghissimo e nobiliare: Florian Henckel von Donnersmarck, ventiquattrenne tedesco di Colonia –ex Germania ovest-.

Un film d’esordio che vince l’Oscar ed altri 33 grossi premi (quello del Cinema Europeo, appunto, ma poi i festival da Denver a Locarno, passando per Londra, Montreal e Varsavia).
Un'opera particolarmente accurata, tanto nella sceneggiatura quanto per ambientazione e recitazione, nonostante un budget molto limitato: è una coproduzione fra la Bayerischer Rundfunk e la televisione culturale franco-tedesca “arte”.

Il parere dei critici è stato supportato da un “passaparola” del pubblico, che ne ha decretato un insperato successo di cassetta. In Italia ha già incassato più di due milioni di euro, ed a Roma è in programmazione in sette sale, ad un mese dall’uscita del film.


L’argomento è di quelli che venti anni avrebbe creato un mare di polemiche, e che oggi si sarebbe detto sepolto sotto la polverosa cronaca del passato politico.
È esistito per quarant’anni, dalla fine della guerra mondiale, uno stato comunista tedesco, chiamato Germania dell’Est, ed ufficialmente denominato DDR, Repubblica democratica tedesca.
Questo stato era famoso per le atlete olimpiche riempite di ormoni, per il rigore tedesco con cui veniva applicata la burocrazia sovietica, per il Muro di Berlino e la crudeltà delle sue guardie, ma soprattutto per l’onnipresente polizia politica.

La polizia politica della DDR si chiamava STASI, ed era ben nota perchè coinvolta in quasi tutte le operazioni di spionaggio oltre-cortina e, soprattutto, perchè tutti i cittadini tedesco-orientali ne facevano parte o ne erano controllati (spesso, entrambe le cose).
Insomma, non è un momento esaltante della storia europea, specie considerando che segue la distruzione della Germania, e la follia barbarica dei nazisti.
E non è nemmeno bella, parlandone in astratto, l’atmosfera che si vive durante lo svolgersi del film: molte persone sono spiate in ogni loro mossa da microfoni, telecamere ed altri apparati, senza aver diritto ad una qualunque forma di privacy e di rispetto delle loro vite.

Ma anche vista dall’altra parte, dal lato di chi osserva “le vite degli altri”, la situazione non è per nulla piacevole. Noia, per la maggior parte del tempo, e poi fastidio, irritazione, nervosismo. Se non si è totalmente carogne dentro, il mestiere della spia è spiacevole e pesante.


Ed accade che il protagonista dal lato della STASI, il capitano Gerd Wiesler (Ulrich Mühe), non sia totalmente una carogna dentro, e che se ne accorga reprimendo la tentazione di indagare persino su un’innocente bambina con la palla incontrata in ascensore.

Così, lentamente, si ritrova a fare piccoli favori ed a non denunciare le attività cospirative dell’intellettuale che sta controllando, il commediografo Georg Dreyman (Sebastian Koch), e la sua compagna, l’attrice Christa-Maria Sieland (Martina Gedeck).
Ma la macchina della repressione è talmente rigorosa –e la puntigliosa sceneggiatura ne dà merito- che, nonostante la bravura del capitano a non lasciare tracce, travolge proprio lui, che vorrebbe disporne per una volta a vantaggio degli indagati.
Travolge fisicamente l’attrice Christa-Maria, troppo debole per sopravvivere in quel mondo di belve, ma travolge anche il “brav’uomo” Wiesler, dal cuore troppo tenero per appartenere alla STASI.


Questo è il messaggio più profondo e duro di tutto il film: il Muro di Berlino può anche cadere, la DDR franare sulle sue macerie con tutta la STASI, ma le iene continuano la loro azione ed il “brav’uomo” Wiesler si ritrova a consegnare pubblicità nelle cassette della posta, perchè –come avrebbe detto Tommasi di Lampedusa- tutto è cambiato perchè nulla dovesse cambiare.

È dura la vita in Europa, forse più dura delle pianure assolate dell’Oklahoma, ma cento volte più intrigante.


Oscar per il miglior film straniero
Le vite degli altri
L'opera prima di Florian Henckel von Donnersmarck

Dal romanzo di Orwell al film tedesco
Il "Grande fratello" spia la vita degli altri
Il sistema che vuole piegarci ai suoi voleri
«Un soggetto, dopo 10 mesi di trattamento, diventa innocuo, non scriverà più, non dipingerà più né comporrà musica, non creerà più niente.»



(Martedì 8 Maggio 2007)


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