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Regista ed interpreti spiegano Io, l'altro

Melliti, Bova e Martorana

Un film contro la fobia del razzismo


di Roberto Leggio




ROMA. - Due amici, due pescatori in mezzo al mare. Un siciliano ed un immigrato tunisino. Un annuncio radiofonico che parla della ricerca affannata di un terrorista arabo, responsabile di un attacco dinamitardo. La paura ed il sospetto prendono il sopravvento. La tragedia è annunciata. Poche parole per riassumere il plot narrativo di Io, l’altro, film di denuncia sociale di Moshen Melliti, regista tunisino da anni esule in Italia. “E’ un film che vuole esplorare il sospetto che aleggia tra noi fin dopo l’undici settembre. Una valigia, uno zaino, sono oggetti che incutono terrore. Soprattutto se maneggiati da un uomo con le fattezze arabiche”. Va subito al sodo Melliti, alla conferenza stampa del suo film tenutasi nella sala Pietro da Cortona, nelle sede dei Musei Capitolini. Il film che uscirà il 18 maggio in 50 copie distribuite dalla Twenty Century Fox, è un’opera quasi teatrale con Raul Bova e Giovanni Martorana, nei ruoli di due pescatori amici da dieci anni ma divisi dal pregiudizio razziale e da un “incurabile” sospetto. “L’amicizia è una cosa fondamentale, ma se essa viene minata dal sospetto allora le cose cambiano. E’ successo così dopo ogni attacco terroristico. Il tuo vicino, la persona con la quale hai diviso qualche segreto, diventa immediatamente un nemico. Qualcuno di cui non puoi fidarti…” Spiega ancora Melliti. Infatti tutta la vicenda è vissuta attraverso la degenerazione di un rapporto di lavoro che va oltre l’amicizia e la stessa pacifica convivenza. Una storia forte, che nonostante il tema, non riesce però a coinvolgere. Probabilmente perché Melliti, per accentuare le diversità di razza e di religione, tira in ballo anche i morti scaricati dalle carrette del mare. Nel contesto però il film, senza graffiare, ci mette davanti la quotidianità dell’odio e della discriminazione. “Non si possono colpevolizzare un miliardo e mezzo di mussulmani per il gesto di pochi disperati. Il rispetto per le persone, di qualsiasi etnia, fa parte dell’etica umana. Della convivenza che dovrebbe unire e che invece divide. Il mio è un film sulla speranza ma strizza l’occhio alla paura che il terrorismo ha generato”. Su questo piano interviene Giovanni Martorana, l’attore palermitano che con molta passione interpreta il pescatore tunisino. “Sarà forse per il mio aspetto, ma vengo spesso scambiato per mussulmano. La polizia mi ha perquisito migliaia di volete pensando che nascondessi qualcosa E’ interessante vedere la loro perplessità quando si accorgono che sono italiano. La loro reazione è sintomatica, è non gliene faccio una colpa, ma è chiaro che ormai il diverso fa paura!”

Il regista Mohsen Melliti



“Parlare di guerra civiltà è ormai all’ordine del giorno” chiosa invece Roul Bova, che del film è anche produttore con Maurizio Santarelli per la Tree Pictures. “Il film lo racconta attraverso le vite di queste due vittime collaterali di un mondo impazzito. Basta vedere come la televisione ci subissa di immagini di morte e distruzione. Nel film è la radio a diffondere la notizia e subito scatena l’odio, il sospetto. Ma la radio, come la televisione, non sono nè la Bibbia, né il Corano. Quindi il sospetto non è più razionale, è una questione indotta. La diffidenza è ormai manipolata dai media che giocano sul fatto di fare leva sulle coscienze. Se fossimo capaci di ragionare con le nostre teste, magari ci sarebbe meno paura, più rispetto.” Lo stesso che Melliti sottolinea quando gli viene chiesto come mai sia un esiliato. “La mia condizione risale al 1987, da quando ci fu il golpe in Tunisia, orchestrato anche per merito dell’Italia. Nel mio paese da allora non c’è più libertà di stampa, non ci sono diritti politici e la dignità umana viene calpestata ogni giorno. Faccio parte di quelle migliaia di persone che sono costrette a vivere fuori dal proprio paese. Il mio governo è molto duro, oscurantista. Quindi il mio lavoro come scrittore e regista vuole far aprire gli occhi sulla realtà che viene consumata nel mio paese. Sono un esiliato, e mi dispiace non essere più attivo nella lotta contro il regime. Il mio film, è una piccola goccia in un mare immenso.” E si infiamma anche quando gli si chiede cosa pensi realmente del terrorismo. “E’ un male generato dalla parte più irrazionale dell’Islam. Comunque ricordiamoci che le basi le hanno gettate proprio gli Stati Uniti con la loro politica imperialista. Da dove pensate che venissero i terroristi delle torri gemelle e delle bombe di Madrid e Londra. Tutti da paesi amici degli americani. Quindi il terrorismo è nato negli stessi luoghi dove lo si dovrebbe combattere. La guerra preventiva è una follia che ha provocato più violenza, più odio e soprattutto terrore.” Nel film la metafora è chiara attraverso i nomi dei due protagonisti: Giuseppe e Yousef. Nomi speculari ed uguali. “Nel finale del film – continua Melliti – Giuseppe uccide Yousef. E’ stata una scelta dolorosa terminare così una storia del genere, ma volevo far capire che uccidendo Yousef, Giuseppe uccideva anche se stesso. In un mondo globalizzato e che vorrebbe essere fraterno, questo ha la potenza di un apologo, di un grido di aiuto…”


Raoul Bova e Giovanni Martorana in una scena del film



(Giovedì 10 Maggio 2007)


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