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Estenuante thriller alla ricerca dell'assassino

Zodiac

Passato ieri in concorso a Cannes


di Roberto Leggio


Cannes - In concorso ieri il primo film americano firmato David Fincher che in patria ha registrato un flop al botteghino. Ma di serial killer, l'America se ne intende. Anche se il caso di Zodiac, il pluriomicida che negli anni '70 sconvolse un'intera nazione, è un capitolo a parte. L'assassino dal nome mutuato dall'oroscopo, uccise tredici persone (ma forse molte, molte di più) con armi differenti, senza mai essere preso. Non solo, si divertì a sfidare la polizia e l'opinione pubblica, seminando indizi crittografati su lettere che spedì al San Francisco Cronicle. Tramite le sue parole (comprese i dettagli delle sue "imprese"), si delineò una mente lucidamente perversa, sempre un passo in avanti di chi stava investigando su di lui. Non a caso, chiese di essere intervistato in TV o di attaccare degli ScuolaBus delle elementari, nell’ipotesi che un suo messaggio non venisse pubblicato. Si può capire il senso di spiazzamento e di paranoia che diffuse, con le sue richieste. La sua cattura divenne quindi una questione vitale.



Il film di David Fincher, però non s’incentra sulla crudeltà dell’assassino, né a dare un volto all’uomo misterioso; piuttosto sull’ossessione di tre persone (un vignettista, un cronista ed un poliziotto) che impegnarono le loro vite alla ricerca del colpevole. Così chi si aspetta un thriller sullo stile Seven (di cui il regista è lo stesso autore), in parte ne resterà deluso. Perché la storia si sviluppa tutto attraverso l’inchiesta, che negli anni i tre hanno portato avanti, arrivando (in alcuni casi) a distruggere le proprie vite. In questo senso, il film, assomiglia ad un thriller-documentario come lo fu “Tutti gli uomini del presidente”, dove la tensione, gli incastri narrativi, cresceva di pari passo con gli indizi che pian piano venivano assommati. Tratto dai due romanzi scritti da Robert Graysmith (il vignettista che dopo l’abbandono della polizia e del capocronista del Croniche, decise di trovare da solo la soluzione dell’enigma), la trama si snoda con lunghi dialoghi, prese di posizione, false piste, rimandi a testi più o meno validi, compresa un’esasperante faccia a faccia in casa di un operatore cinematografico.



Un film talmente meticoloso nel suo realismo, dove anche i silenzi riescono a dare un’emozione. Così si possono perdonare alcune cadute di tono, forse volutamente inserite dal regista per far comprendere al pubblico, la vera perdita di controllo (nonché l’assurgo di ossessione) sulla vicenda da parte dei protagonisti. Siamo grati a Fincher, di aver diretto un nuovo cult, perfetto connubio tra trama e attori (tutti realisticamente in parte), vittime e fuguranti in un caso irrisolto

giudizio: * * *



(Venerdì 18 Maggio 2007)


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