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Capolavoro a metà per Jacques Rivette

La duchessa di Langeais

Tratto da un romanzo di Honorè de Balzac


di Roberto Leggio


Raccontare una storia d’amore, non è sempre facile. Ci sono vicende che parlano di amori impossibili, traviati, maledetti, sensuali, bastardi, oppressivi e naturalmente… inesplosi. Una cosa del genere accade ne La Duchessa di Langeais, tratto da un romanzo di Honorè de Balzac e portato sullo schermo dall’ottantenne Jacques Rivette, maestro francese della Nouvelle Vague. E’ necessario sottolineare questo inciso, almeno per sostenere che il cinema è ancora “materia di cui sono fatti i sogni”, dato che il suo ultimo film è vissuto come un sogno ad occhi aperti, forse un po’ troppo ermetico e d’autore di quanto non lo siano stati i suoi precedenti capolavori. Questo, almeno in parte, un capolavoro non lo è, probabilmente perché trasporre la materia “Balzac”, sullo schermo è sempre una prova di forza. Almeno per quanto riguarda il rigore e la filologia applicata ad un’arte qual è il cinema. In questi termini la Duchessa di Langeais, è un capolavoro a metà, soprattutto per una certa recitazione dei due personaggi principali, forse troppo “contemporanei” per incarnare i due amanti tormentati dei primi dell’ottocento. Sulla carta, le loro vite, il loro far parte di una società scomparsa, erano facilmente contestualizzabili all’epoca, così da essere realisticamente credibili. In questo senso la recitazione rarefatta, drammaturgia, trattenuta (nella prima parte Jeanne Balibar è quasi totalmente inespressiva), fa da contraltare alla perfetta ricostruzione storica degli ambienti. Va detto inoltre che le scuse addotte dalla duchessa per rifiutarsi all’amante sono totalmente improponibili ai giorni nostri, una questione che lo stesso Rivette definisce utopistica.



Così la scrittura del film gioca su elementi poco frequenti nelle sceneggiature dei giorni nostri, con contraddizioni che generano esplosioni contenute: lunghe frasi interrotte da incisi, sorprendenti cambiamenti di tono e di mood… In pratica Rivette ha cercato di mettere in evidenza la scrittura di Balzac in termini cinematografici. E per renderla ancora più pregnante per tutta la durata del film, ha posto dei cartelli che anticipano (e sottolineano gli stati d’animo) il corso della vicenda.
Quasi una chiosa in più per enfatizzare questa storia d’amore e di tormento. Che inizia con un generale napoleonico, da cinque anni alla ricerca della donna di cui era perdutamente innamorato e di cui aveva perso ogni traccia. In un isola spagnola delle Baleari scoprirà un monastero dove vive suor Teresa, che forse è la donna che cerca. Il salto indietro di un lustro è necessario per riallacciare la vicenda all’oggi, quindi ritroviamo i due personaggi principali (la duchessa del titolo ed l’avventuroso generale Armand de Montriveau, interpretato con piglio sfuggevole da Guillaume Depardieu), che in un gioco di seduzione al massacro, s’imbrogliano senza concedersi mai. Però, dopo una sottile vendetta portata avanti dall’uomo d’azione, la donna decide di cadere definitamene nelle sue braccia, ma un caso inaspettato spariglierà le carte per sempre. Non ci vuole molto a capire che tutta la trama si poggia sulla passione dell’animo. La stessa passione che alla fine riunirà (forse per sempre) gli amanti disperati. Chiuso in un contesto teatrale (poche infatti le scene in esterna), il film di Rivette, riflette una drammaturgia fin troppo classica che a lungo andare un po’ stanca. Non certamente un film per tutti, sebbene lo spirito di Balzac alla fine ne esca vittorioso ed inalterato.

giudizio: * *




(Mercoledì 11 Luglio 2007)


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