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Gli amori di Astrea e Celadon

Dei frutti tardivi della creatività

Eric Rohmer e la banda dei novantenni


di Piero Nussio


Uno studio scientifico nemmeno troppo recente dimostra inequivocabilmente che le importanti scoperte che portano a vincere un premio Nobel si fanno entro i trent’anni, al massimo. I matematici (che non hanno nemmeno un premio Nobel a cui puntare) devono correre ancora di più: le loro fondamentali scoperte devono nascere prima dei vent’anni, sui banchi delle scuole superiori.
Se speravate di vincere qualcosa anche voi, e avete superato i trent’anni, fatevene una ragione e mettetevi il cuore in pace: non potete sperare in niente di significativo nelle scienze esatte.

Nel cinema, evidentemente, vige tutt’altra regola. Qualche guastafeste vi ricorderà che Orson Welles fece Quarto potere, il film più lodato della storia del cinema, quando era ancora un ragazzino. Fellini ha iniziato a trent’anni, Antonioni a 32, Visconti a 37 e De Sica ha diretto il suo primo film a 38 anni.
L’arte della regia, a quanto pare, è un frutto tardivo, che inizia a maturare quando per molti altri è autunno. Ma, come per certa uva tenuta appositamente per farne il passito o per consumarla nelle feste di Natale, sembra che il cinema europea ami particolarmente i frutti tardivi.
Ecco allora il toscanaccio Mario Monicelli, classe 1915, che a 89 anni si permette di girare, e pure sugli impervi luoghi, Le rose del deserto. Ecco allora “il grande vecchio”, il portoghese Manoel de Oliveira, classe 1908, che sta preparando per il 2008 (in occasione del compimento dei cento anni) il film "Os invisìveis” (Gli invisibili).
Vicino a loro, il francese Alain Resnais, del 1922, che ha girato Cuori nel 2006 a soli 84 anni, è un ragazzino precoce, alle prime armi.


È la “Banda dei novantenni”, anno più, anno meno, che occupa militarmente il cinema, nella più totale assenza di qualcun altro capace di reggere in mano la macchina da presa, e che abbia un’età un po’ meno veneranda.
Questo è, i film dei novantenni ci piacciono, anche se non ci appassionano, e andiamo nelle sale a vederli perché la scarsità di opere decenti ce lo impone.
Però –nel buio della sala, e senza farci vedere da nessuno- c’è anche capitato di pensare, come dice l’Ecclesiaste, che “per ogni cosa c’è un tempo, e che tutto cambia e deve cambiare”.

C’eravamo dimenticati, nella banda dei novantenni, di un altro sodale. È il più appartato e riservato, e per questo lo stavamo quasi per trascurare.
Ha diretto nella sua lunga carriera più di quaranta lungometraggi, dedicandoli alle “Stagioni” o ai “Proverbi” o ai “Racconti morali”. Si è tenuto sempre ben alla larga dagli scandali, dai rotocalchi, ed anche dal (grande) successo.
I suoi film più noti sono La marchesa Von, Il bel matrimonio, Il raggio verde: tutta roba che ha renumerato a sufficienza i suoi produttori, ma non ha certo mai sbancato i botteghini.

Si tratta di Eric Rohmer, classe 1920, nato a Nancy sotto il nome importante di Jean-Marie Maurice Scherer. Intellettuale, romanziere, critico letterario e cinematografico, uno dei fondatori di quella “Nouvelle vague” che rinnovò il cinema francese –e mondiale- sul finire degli anni ’50.


Che dovrebbe fare uno così, quando anche il secolo che l’ha visto protagonista se ne è andato ai Campi Elisi, insieme a tutti gli amici e colleghi d’un tempo?
Io mi godrei una sana pensione e, come il personaggio di un altro film francese (Una domenica in campagna di Bertrand Tavernier) mi metterei a lucidare con cura le mie scarpe di cuoio.

Eric Rohmer non ha scelto così, e grazie agli dei che non si erano accorti della sua veneranda età, ha continuato a fare film che sembravano l’opera di un ragazzino, e che spesso vedevano ragazzi nei ruoli dei protagonisti, ritratti e raccontati come se a farlo fosse un loro coetaneo.
L’attore americano Gene Hackman disse una volta che guardare i film di Rohmer è come “vedere della pittura fresca mentre lentamente si asciuga”, ma lasciamo ai fracassoni americani, con i loro film di distruzione di massa, questi giudizi su opere che –onestamente- il loro cervello non è in grado di capire.

Ora però, dopo tanta premessa, cercate voi di seguirmi nell’intricata matassa che vi voglio presentare. Honore d’Hurfé, nato a Marsiglia nel 1568 e morto nel 1625 a Villafranca d’Asti, per ingraziarsi il duca di Nemours compone un’opera pastorale di cinquemila pagine ititolata L’Astrée e dedicata all’amore platonico (lui che s’era divorziato per sposare la cognata…).
La storia è scritta nel 1600, ma racconta di un tempo mitico, fra la fine dell’impero romano ed il sorgere del regno dei Franchi.
I protagonisti sono “pastori” come l’Arcadia italiana avrebbe fatto nel settecento, ambientandoli in Grecia. Questi invece sono francesi, con gli dei greci, con i nomi romani, ma in “realtà” officiati dai druidi secondo la religione celtica, che però da lontano lascia intravedere la Madonna e il cristianesimo…
La messa in scena è realistica, i castelli sono gotici, i costumi sono di fantasia (la sentinella ha l’elmo alato come Asterix…), i riferimenti pittorici sono al gusto dell’ottocento, i dialoghi ed il cantare sono quelli di un palcoscenico del seicento.
Il film poi è carico di citazione visive coltissime, e la stessa piega dei vestiti dei protagonisti sembra essere modellata nel marmo pario, anziché nel tessuto.


Eric Rohmer è bravo, perché un tale guazzabuglio messo in altra mano avrebbe sortito dei risultati assolutamente ridicoli. In mano sua, dopo un primo sconcerto, si riesce anche a seguire l’improbabile trama.
Purtuttavia, una odore mi ha perseguitato lungo tutto lo scorrere del film: Louis Ducreux era l’anziano signore che in “Una domenica in campagna” lucidava con cura le proprie scarpe, all’inizio del film, mentre aspettava le figlie che lo sarebbero venute a trovare. E lo faceva con piacere e attenzione, mescolandolo con l’attesa di una bella giornata, e il piccolo fastidio di chi -in fondo- ama di più lo scorrere routinario del tempo.
È l’odore di quel lucido da scarpe che continuavo a sentire, mentre Rohmer si dibatteva fra gli strani ostacoli, che aveva costruito contro se stesso.



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(Mercoledì 26 Settembre 2007)


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