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Una lezione sul cinema italiano

Terrence Malick

Le strane preferenze del maestro americano


di Piero Nussio


Quali sono, secondo voi, i momenti più importanti di tutto il cinema italiano?
A parere del cineasta americano Terrence Malick, i quattro momenti maggiori sono in parte una conferma di miti condivisi, ed in parte una vera novità.
Il sessantaquattrenne regista americano, schivo e libero come pochi, ha accettato l’invito che gli è stato rivolto dalla Festa internazionale del cinema di Roma per un incontro davanti al grande pubblico degli appassionati solo al patto di non essere fotografato e di poter parlare del cinema che ama.
Ha fatto bene a non volere i fotografi, giacché si è presentato con un improbabile cappottone antracite da “esistenzialista polacco”.
Ed avrebbe fatto bene a pretendere non solo domande dal palco, ma una garanzia per la traduzione: mentre gli impavidi intervistatori (critici militonti del clan di Enrico Ghezzi) lo bersagliavano di domande sdrucciole ed improbabili circa “la colonna sonora che lui aveva in testa mentre stabiliva il ritmo delle riprese” ed altre amenità del genere, lui –per genio proprio o per insipienza dell’interprete- rispondeva pacatamente che amava far sì che la colonna sonora fosse giustificata dalle immagini, come una radio accesa o un personaggio che canticchiava.
E così, in un crescendo di incomprensioni che assomigliava ad un’opera di Beckett -e col cappottone di Malick-, si è svolto uno dei più surreali colloqui di cinema che mai sia stato concesso di ascoltare.

Terrence Malick: I giorni del cielo


Per fortuna, il personaggio è solido, e la sua conoscenza cinematografica è ben piantata.
Non solo perché, nonostante i pochi film che ha realizzato in carriera (La rabbia giovane, 1973; I giorni del cielo, 1978; La sottile linea rossa, 1998; Il nuovo mondo, 2005), è autore – coautore – collaboratore – sceneggiatore - consigliere di tutto il buon cinema di qualità che è uscito in mezzo secolo dalle produzioni USA.
Ma anche perché, da persona seria, si è coscienziosamente preparato sull’argomento che aveva scelto per l’intervista pubblica: il cinema italiano.

Così da lui sono venute, nonostante le difficoltà linguistiche, idee e indicazioni molto interessanti. Una conferma, innanzitutto. Federico Fellini è di sicuro il cineasta italiano più conosciuto e apprezzato oltreoceano. Ma Terrence Malick non ha voluto ricordare “La strada” o “La dolce vita”, che sono i capolavori felliniani più celebrati nel mondo. Ha citato, e mostrato in immagini al pubblico dei cinefili, uno dei primo film del maestro riminese, quello Sceicco bianco che si avvale di una delle più untuose raffigurazioni del grande Alberto Sordi. Uno dei primi film che ha esplorato lo strano rapporto che si viene a creare fra le “icone pop” ed il pubblico adorante dei fan. Quel rapporto di cui il cinema è fonte prima, ma che poi è esploso ai nostri giorni con la televisione e la mania dei “reality”.

Terrence Malick: La sottile linea rossa


Sempre dal lato delle “icone pop”, un’altra citazione nel cinema italiano è stata tanto scontata quanto estremamente sorprendente: il nome di Totò. Malick ci ha tenuto a sottolineare che voleva far riferimento al Totò attore e marionetta, con riferimento esplicito ad un film di piccoli episodi e sketch come Totò a colori, glissando sulle opere più mature (e meglio dirette) realizzate da Pasolini, De Sica o Monicelli.
Il Totò che interessa Malick è quello espressione diretta del teatro di varietà, forse derivazione dei comici dell’arte, comunque spontaneo, popolare, improvvisativo e fisico. Che trova in Roberto Benigni il suo unico continuatore, e che fa un’arte dello spirito popolaresco.
Strana scelta, da parte di un autore schivo, pensoso e reticente. Ma una scelta che conferma i temi della precedente.

Terrence Malick: Il nuovo mondo


Una linea di pensiero che trova conferma anche nel nome un altro grande regista prescelto: Pietro Germi. Personaggio schivo (come è Malick), e nemico quanto lui della vita “sopra le righe” che sovente viene associata al mondo del cinema. Ma nella scelta delle immagini si torna al gusto popolare –e popolaresco- che caratterizza le preferenze del regista texano: sceglie Sedotta e abbandonata, ed in particolare la scena in cui Saro Urzì –il padre- viene a sapere del disonore subito e reagisce dando schiaffi a tutte le persone che incontra. Una scena poco consona, si direbbe, alle corde dell’algido regista genovese. Ed ancor meno adatta alle scelte del timido Malick? Eppure, proprio lui ha fatto Badlands (“La rabbia giovane”), con un padre che nega il suo consenso e fa scoppiare tutta la follia omicida dei protagonisti.

La soluzione sta forse nella quarta scelta di Malick, di tutte la più inaspettata. Il nome selezionato, fra tanta storia cinematografica, è quello di Ermanno Olmi. Nessun critico europeo l’avrebbe fatto, abbagliato dai nomi di Antonioni, Visconti, o magari Bertolucci. Eppure è lì una strana fratellanza fra due autori ugualmente profondi e istintivamente lontani dallo sfavillare degli “effetti speciali”.
Per Malick e per Olmi, così lontani geograficamente e produttivamente, si può riconoscere lo stesso gusto terragno, la stessa profondità spontanea, il medesimo impegnarsi senza alcun intellettualismo. La scelta delle immagini de Il posto è coerente con la filmografia di Malick: la violenza è sotterranea, appena accennata. Non è quella “pulp” di Tarantino, ma quella “pop” di certi quadri di Hopper, desolati e disperati. Le vite non sono mai di primo piano, ma sempre vissute sullo sfondo, anche quando gli avvenimenti (la guerra, lo scontro fra due popoli) sembrerebbero adatti ad essere trattati con un clima epico.
Malick ed Olmi sono quello di più anti-eroico ed anti-epico si possa immaginare, e nello stesso tempo amano raccontare –entrambi- l’epica e l’eroismo delle “vite da mediano”, anche quando affrontano gli “affreschi di epoca”, quando raccontano Il mestiere delle armi, l’uno, e Il nuovo mondo, l’altro.

Terrence Malick: La rabbia giovane


Mi sono trovato a pensare, sorpreso da questo accostamento, a come sarebbe stato L’albero degli zoccoli diretto da Malick e La sottile linea rossa filmata da Olmi.
E magari La leggenda del santo bevitore ambientata negli USA e interpretata da Sean Penn, mentre stridono le oche selvatiche de I giorni del cielo.
Poi mi si sono mischiati Sissy Spacek e Martin Sheen con Totò, Sean Penn, Alberto Sordi e Saro Urzì.

Un film, come diciamo noi cinefili…



(Venerdì 26 Ottobre 2007)


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