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Come un set cinematografico stravolge una piccola città

Giordano Bruno e il suo boia

Ricordando un cinema di valore


di Anna Alfieri


A Tarquinia è stato proiettato, con la presenza ed i ricordi del regista Giuliano Montaldo, il film del 1973 “Giordano Bruno”, girato in parte nella città.

L’opera si avvale della fotografia caravaggesca di Vittorio Storaro, e della musica di Ennio Morricone. La regia di Giuliano Montaldo, sorretta da un forte impegno civile, esprimeva in una lucida “Trilogia sul potere”, cioè “Gott mit uns” (Dio è con noi) del 1969, “Sacco e Vanzetti” del 1971 e “Giordano Bruno” (1973), quell’ansia di libertà, di giustizia e di conoscenza che connotava l’inquieta e contestatrice Italia post sessantottina.

La pellicola, che condensa gli ultimi anni di vita del cinquecentesco filosofo campano (1548-1600), si apre con una solenne processione veneziana, commemorativa della battaglia di Lepanto. È proprio durante questa spettacolare cerimonia che il pensatore, ex frate domenicano impersonato da Gian Maria Volontè, rivendica per sé e per gli uomini che ragionano secondo il lume naturale, il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero, svincolato da ogni tipo di potere civile ed ecclesiastico e condanna ogni religione che fa uso della guerra e della potenza. Più tardi, davanti al corpo nudo e bellissimo di una sua amante, proclama la presenza di Dio in ogni particella della natura, perché “una è la forma o anima; una è la materia o corpo; una è la cosa, uno lo ente, uno il massimo ed ottimo. Uno solo è lo splendore della bellezza di tutte le cose, uno solo il fulgore che luccica dalla moltitudine delle specie”. Frammenti della sua complessa filosofia, per la quale verrà in seguito accusato di eresia, incarcerato, torturato dalla Santa Inquisizione ed infine arso vivo a Roma.

Esattamente in Campo de’ Fiori, nel preciso luogo dove ora sorge la sua statua, modellata da Ettore Ferrari, autore anche del busto di Mazzini che si trova a Tarquinia. Questo parallelo, e l’occasione della proiezione, ci stimolano ad indagare cosa succede in una città che diviene lo sfondo delle riprese di un film importante.

Di certo non furono né la ventata ideologica post sessantottina, né le implicazioni culturali dell’opera di Giordano Bruno a sconvolgere, al momento dell’arrivo delle macchine da presa a Tarquinia, la tranquilla vita provinciale di quei tempi.

Ciò che fece fremere mura, torri, palazzi e antiche chiese fu invece il fascino gioioso e disincantato dell’avventura cinematografica in sé, che rompeva la noia quotidiana e, nel frattempo, faceva guadagnare qualche comodo soldarello. Inoltre, non occultando i volti, anzi esaltando la tipicità delle fisionomie, vestiva le comparse tarquiniesi, accorse in massa, con panni insoliti. Innescava, insomma, un imprevedibile ma stimolante gioco delle parti, in cui poteva perfino accadere che i rampolli di buona famiglia venissero trasformati in popolani scalzi e cenciosi, i ragazzi stradaioli in eleganti gentiluomini pre-barocchi e i miscredenti in cupi prelati della Controriforma. In questa logica estraniante e stralunata che confondeva la verità con la finzione e la sostanza con l’apparenza, anche gli spazi urbani rimasti immutati nei secoli, vennero reinterpretati e rigenerati dalla scenografia di Sergio Canevari e per qualche settimana persero la loro antica ragione di essere.

Il quieto interno della chiesa di S. Pancrazio divenne, infatti, la vociante Sorbona di Parigi e quello di S. Maria in Castello, inondato di pulviscolo dorato, fu la surreale sede del Tribunale dell’Inquisizione romana.
La piazzetta esterna alla basilica si tramutò invece nel luogo in cui, strattonata da un futuro senatore della Repubblica e dal pittore Cappellacci, veniva bruciata una donna accusata di stregoneria.
Infine in piazza Belvedere, cioè innanzi alla chiesa di S. Antonio, fu eretto il rogo di Campo de’ Fiori che, alimentato dalle fascine provenienti dalla macchia della Roccaccia, venne incendiato da Montello Sacripanti, di professione facchino, che onorò il suo ruolo di boia con tanto zelo da bruciacchiare perfino se stesso.
La via Guglielmo Marconi era la stradina romana dove il 17 febbraio 1600 Giordano Bruno incatenato, sanguinante e imbavagliato dalla mordacchia di ferro – strumento di tortura a quel tempo destinato a sigillare la bocca degli eretici e delle streghe, ed esemplarmente ricostruito nell’officina meccanica di Adriano Vallorani - venne trascinato al luogo dell’esecuzione.

La scena è forse una delle più drammatiche del cinema italiano e certamente la più realistica tra quelle interpretate da Gian Maria Volontè che mai, in nessun altro film, era apparso tanto sofferente e disperato. Così stravolto, pallido, vacillante e perfino spaventato che alcune comparse non resistettero allo strazio e, contravvenendo agli ordini del regista, gli strapparono il bavaglio. Fu in quel momento che, nel costernato silenzio generale, in piazza risuonò un rantolo disumano. Poi si levò, altissima verso il cielo tarquiniese, la più raccapricciante, complicata ed irripetibile bestemmia che il nostro millenario paese avesse mai udito.
Era quella di Volonté che, tornato in grado di respirare e di parlare, urlava: “Per Dio, stavo morendo, nessuno ha capito che stavo morendo!”.
Cosa che, testimone l’intera città, era verissima.

Più tardi, però, siccome ormai non era morto, l’attore decise di rimettersi al lavoro. Ma prima di farsi imbavagliare di nuovo con la stramaledetta mordacchia assassina e farsi riempire la bocca con lo stramaledetto finto sangue che lo aveva quasi strozzato, andò a farsi coraggio con un goccio di vino nella casa di Duilio Achilli, carrettiere locale soprannominato Chicchirichì, divenuto in pochi giorni suo carissimo amico, fraterno compagno di bevute e di cene a base di lumache.



(Lunedì 29 Ottobre 2007)


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