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Un bel giallo "di provincia"

La giusta distanza

Mazzacurati racconta un presente contraddittorio


di Pino Moroni


Negli ultimi anni molti film hanno trattato storie di extracomunitari che cercano di inserirsi, attraverso rapporti più o meno legali, nella vita sociale italiana.
Carlo Mazzacurati ha già contribuito con i film Un'altra vita (1993) e Vesna va veloce (1996). Ora con La giusta distanza prova a raccontare un'altra situazione: un extracomunitario islamico che cerca di far famiglia in Italia con una italiana, prototipo di donna, né femminista né arrivista, ma normale ed evoluta di circa 30 anni.
Come per La ragazza del lago di Andrea Molaioli (2007), Mazzacurati descrive una morte annunciata nel provinciale e profondo nord-est delle foci del Po. Ambiente che lui conosce bene, per averci girato il suo primo bel film Notte italiana (1987).
La cifra del cinema di Mazzacurati è sempre la stessa: quella della descrizione, di un minimalismo fatto di vita quotidiana banale, e di nebbiosi -o luminosi- paesaggi della bassa.
Ma tutto è in funzione di una recitazione molto impressiva dei protagonisti, i due amanti Valentina Lodovini e Ahmed Hafiene. E di una battaglia filologica sul significato di giornalismo, tra il giovane apprendista Giovanni Capovilla e il vecchio mestierante Fabrizio Bentivoglio.
Molto indovinate, poi, sono le caratterizzazioni degli abitanti di un piccolo borgo, cresciuto sotto gli argini del Po, che confluiscono tutti insieme alla festa danzante del paese, anche con la piccola colonia islamica del luogo.


Il merito del regista è quello di aver fatto uscire, a tutto tondo, le contraddizione di una donna emancipata di oggi, con la sua spavalderia, i suoi slanci e le sue incertezze, la sua durezza e le sue paure. Tutte cose che, in questa società, la fanno diventare ancora vittima sacrificale.
Ed il film è la più acuta descrizione dei valori confusi di un Italia in forte decadenza morale, nella grande mescolanza di idee vecchie e nuove.

Dove, malgrado le centrali a metano e il boom economico, c'è ancora tanta agricoltura. E dunque una chiusa ed arcaica mentalità agricola.
Dove, malgrado i computer e le barche d'altura, la gente insegue sui giornali soprattutto i fatti di nera ed i pettegolezzi.
Dove i cinesi lavorano da schiavi, gli islamici prelevano attività artigianali e di ristorazione, e le mogli dell'est si trovano sui siti internet.
Dove “la giusta distanza”, metafora di tutto il film, non viene rispettata da nessuno, ed la notizia del “mass media” prevale con rabbia.
Dove l'arrivo di una maestra disinibita fa ancora nascere pruriti, invidie e rivalse maschiliste, come ai tempi dei film sexy.
Dove il ricco vuole fare un viaggio nei posti esotici con un’amante, e il meccanico tunisino di saldi principi sogna di metter su una famiglia all'antica.


Questo vuol raccontare Mazzacurati, fissando un presente contraddittorio.
La stessa password della maestrina: "Viacolvento". Letta al contrario, "Otnevlocaiv" è indicativa di questa atmosfera.
Un presente precario e provvisorio, con il rischio di una lunga deriva.

"La nave dei folli", "Apocalipse now nel delta" titolavano i giornali per il fatto di cronaca della vecchia maestra colpita da Alzheimer alla deriva su una chiatta, mentre il grande fiume, sempre più in secca, scorreva silenzioso verso l'Adriatico.

Come nei film, che continuano a passare in televisione, con le piccole ripicche di un prete di campagna e di un sindaco bolscevico, nel primo dopoguerra.
E ricevono ancora il massimo dell'audience.



(Lunedì 5 Novembre 2007)


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