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"Il mio è un cinema più filosofico che politico"

Fatih Akin

Presenta "Ai confini del paradiso"


di Oriana Maerini


Roma.
Fatih Akin possiede una semplicità ed un'umiltà disarmanti. Ha vinto, nel 2004, con il suo quarto lungometraggio La sposa turca, l'Orso d'oro al Festival di Berlino; quest'anno a Cannes si è guadagnato il premio come miglior sceneggiatura con Ai confini del paradiso ma non si atteggia da grande autore, anzi. Questo regista turco di seconda generazione che è nato a Amburgo, minimizza quasi la forza dei messaggi delle sue opere: I miei film sono più filosofici che politici. Uso la politica come narrazione e non in forma didattica". - chiosa Akin - durante la conferenza odierna con la quale ha presentato alla stampa romana il ultimo film Ai confini del paradiso che uscirà nelle sale il nove novembre. Il regista che ha studiato comunicazione visiva all'Accademia di Belle arti di Amburgo e che con il suo primo lungometraggio, Kurz und schmerzlos (1997) ha ottenuto il Pardo di bronzo al Festival di Locarno e il premio come migliore esordiente ai Bavarian Awards di Monaco, rifiuta anche l'accostamento al cinema di Fassbinder: "Lui veniva dal teatro, io dalla strada". Con Ai confini del paradiso - secondo capitolo della trilogia su amore, morte e male - il regista tedesco torna ad occuparsi nuovamente dei rapporti tra la Turchia e la Germania come patria d'adozione con una storia bellissima che intreccia le vite di personaggi legati fra loro da un destino fatale.

Come mai questo titolo così simbolico?
Ho cercato di trovare un titolo potente che potesse mandare un messaggio immediato. Questo è un film che parla di morte come rinascita e quindi ho scelto un titolo evocativo.

Il suo film tratta anche il tema dell'omosessualità femminile, perchè?
All'inizio avevo pensato ad un rapporto etero fra un ragazzo turco ed una ragazza tedesco ma mi sono accorto che sarei caduto nel clichè del macho stile Banderas che incontra l'angelo biondo.
Mi è sembrato che una donna provata dalla violenza come la protagonista si sarebbe fidata di più, in un paese straniero, di un'altra donna. Ho pensato che questo avrebbe avvicinato la storia al pubblico.
In Turchia l'omosessualità non è un tabù, semmai genera curiosità: quando sulla stampa è apparsa la notizia che Nurgul Yesilcay, che lì è una star, aveva baciato una donna in un film tutti sono corsi a vedere la foto su internet!

Una scena del film "Ai confini del paradiso"



A cosa si è ispirato nel scrivere la storia?
Ho fatto molte ricerche nelle università tedesche per capire meglio i personaggi, soprattutto quello del professore di origine turca.
Poi ho letto molto e mi sono imbattuto in Goethe che era già uno dei miei autori preferiti ed ho scoperto che lui non amava i rivoluzionari.
Sulle prime mi ha dato fastidio perchè io ero propenso ad esaltare i grandi eroi rivoluzionari ma queste riflessioni mi hanno fatto crescere.
Con il mio film ho voluto lanciare un messaggio forte contro la violenza: se combatti un regime non puoi usare le sue stesse armi.

Qual è il regista a cui si sente pià legato?
Per i suoi messaggi politici sicuramente Costa Gavras. Mi sono formato vedendo i suoi film di denuncia quali Missing. Oggi la maggior parte dei film americani sono finanziati dal pentagono per mandare messaggi a favore della guerra: Armageddon e Top Gun ne sono degli esempi. Io credo nella potenza del cinema sulle masse.

Diventare padre ha influenza il suo modo di fare cinema?
Certamente. Io faccio un cinema molto personale che riflette i miei stati d'animo sul mondo. Mio figlio è nato mentre stavo scrivendo la sceneggiatura di Ai confini del paradiso e questa presa di coscienza sulla mia nuova responsabilità ha influito sulla scrittura del film che affronta anche il tema del complesso rapporto fra genitori e figli.

Progetti futuri?
Sto lavorando all'ultimo capitolo della mia trilogia, al film che tratterà il tema del male. Con La sposa turca ho parlato dell'amore e con Ai confini del paradiso ho trattato le conseguenze della morte. Sono in fase di scrittura e non posso dire nulla. Il mio film è come un embrione di poche settimane: non ci si può chiedere ancora se avrà gli occhi azzurri!



(Martedì 6 Novembre 2007)


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