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Un interessante film italiano

Lascia perdere, Johnny

Fabrizio Bentivoglio dirige il suo primo lungometraggio


di Pino Moroni


Nudo e crudo alla mèta, Fabrizio Bentivoglio ha presentato al Festival di Torino -ed ora nelle sale- il primo film da regista: Lascia perdere, Johnny, il suo primo lungometraggio.
Perchè era già stato direttore di un mediometraggio Tipota ("Cinema"), film cult per cinefili, che aveva fatto intuire il suo amore per la settima arte.

Dilatando le sue potenzialità di mostro dello spettacolo, con fra l'altro indubbie capacità musicali (già cantante e chitarrista, per interpretare il pianista Augusto Riverberi ha seguito lezioni intensive di piano), ha fatto un film biografico ed autobiografico.
Prendendo come canovaccio minimale gli strani racconti del chitarrista degli Avion Travel, Fausto Mesolella, che descrive il mondo picaresco e la vita grama dei musicisti di provincia, ne ha fatto un affresco reale e romantico. Tra gli interpreti c'è lui stesso, e gli amici di musica del clan della famiglia Servillo.


Film d'altri tempi che sembra incontrare i gusti di spettatori di altri tempi più che dei giovani.
Eppure l' interprete, bravissimo nella sua impermeabilità di sentimenti ed indifferenza ai fatti della vita non è altro che l'esempio primitivo dei giovani dei nostri giorni, forse con un po’ più di dignità e di coraggio nelle situazioni avverse.

Ciò che si fa apprezzare di più nel film di Bentivoglio, sono comunque le situazioni, le atmosfere, i valori, i sentimenti di quegli anni '70, che abbiamo vissuto come gli anni d'oro della creatività, della spontaneità, della solidarietà e della speranza.
Il “come eravamo” semplici, dilettanti e di buon cuore.
Da una festa patronale ad una festa campestre, da una balera qualsiasi al locale più in voga di Capri, per finire alla esibizione in una televisione privata.


Il film è attraversato da musiche conosciute ed originali bellissime e struggenti, scelte da Bentivoglio e Mesolella, ed arrangiate, come per un CD di successo, dal maestro Leandro Piccioni.

Una recitazione familiare, sincera ed umanissima, su cui si distingue, con le sue complessità acquisite, l'autore, corpo estraneo di una società del nord in evoluzione in un profondo sud ancora ruspante.
E malgrado la consolatoria scena finale (lieto fine), il regista-autore dai capelli bianchi Fabrizio Bentivoglio continua a narrare, come in "Tipota", l'incontro di due mondi.
Con un affetto ed una nostalgia particolari per quel personaggio ormai scomparso, il candido chitarrista Johnny, quel Faustino Ciaramella fatto di grande semplicità.


Toni Servillo è lo sfuocato maestro-bidello Falasco, Valeria Golino è la parrucchiera-presentatrice altruista, Lina Sastri interpreta la comprensiva mamma Vincenza. Poi c'è Ernesto Mahieux nel ruolo il fallito impresario Niro, e Beppe Servillo come il miope cantante Gerry Como. Fino ad arrivare allo scorbutico oste Ugo Fangareggi.

Sono loro gli indimenticabili interpreti di un film da non dimenticare. Come la nostra giovinezza.



(Martedì 11 Dicembre 2007)


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