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Un'età delle tenebre anche per Denys Arcand

L'età barbarica

Un film freddo e misogino


di Pino Moroni


Un’età barbarica? Non si possono fare confronti. La cifra di Denys Arcand è sempre la stessa, ma questo terzo film della cosiddetta trilogia (Declino dell'impero americano, 1986; Le invasioni barbariche, 2003 e L'età delle tenebre, 2007) è molto diverso dagli altri.

È un film freddo, che non parla dei personaggi ma effettua una serie di astrazioni intellettuali per narrare quasi tutte le grandi tendenze che stiamo vivendo o vivremo a breve.
Non si può parlare di continuità storica perché, mentre la distanza tra i primi due film è di 17 anni, dall'ultimo e più bello in assoluto sono passati solo quattro anni.
Per carità, lo sguardo impietoso su tutti i guai della nostra società e della nostra vita c’è è tutto, comprese le grandi astrazioni dalla realtà. In questo caso è soprattutto il "gioco di ruolo" fatto di un torneo cavalleresco. E, malgrado l'attore alter ego del regista sia molto bravo, mancano le emozioni.

Forse è lo stesso Denys Arcand ad aver subito quello che lui chiama “la disintegrazione”, s'intende umana. E anche l'idea sulle fantasie narcisistiche e di evasione dalla quotidianità (essere un personaggio famoso, avere amanti o un harem) non riesce a legarsi bene in una sceneggiatura così a tesi.


Un impiegato ministeriale che ha problemi con i colleghi, il capoufficio e i clienti, con una moglie in carriera e due figlie tutte musica e videogiochi. Il resto è fantasia di evasione, che non porta alla soluzione dei problemi ma ad una ulteriore frustrazione.

Il film non ha avuto alcun successo. Forse in tempo di evasione vera, con i programmi televisivi e con film del filone fantasy o romantico, non si vogliono più ascoltare le critiche. Oppure è perchè siamo già in età barbarica, nel'oscuro medioevo, nelle tenebre del pensiero.

C'è anche una forte misoginia in Arcand, e ciò lo mette fuori gioco in una società in cui sono le donne che portano gli uomini a vedere Scamarcio o Bova, miti maschili in preda agli appetiti femminili.
C'è la critica del politicamente corretto, ma tutte le leggi e le consuetudini ne sono permeati.
C'è l'attacco alle ipocrisie lavorative, ma si fanno continuamente corsi per imparare a sorridere.
C'è la visione di un consumismo becero (soldi, palestre e macchine di lusso), ma è quello che vogliono ormai tutti. Anche i più radicali, i più puri.
C'è l'irrisione delle libertà sessuali (lesbiche, amanti, sado/maso, ammucchiate), ma nella vita reale c’è di peggio.
Si accenna alle carenze educative, ma i ragazzini ormai ti ricattano o ti denunciano alla polizia come ti muovi.
E poi ci sono le violenze urbane, l'inquinamento, il traffico, la malasanità, e molto di più.


Arcand ormai sei vecchio (1941). Quando imparerai che il mondo è cambiato? Il pubblico sovrano ti ha lasciato, ma per me sei sempre il grande regista de Le invasioni barbariche.

Un piccolo dubbio finale: il film si chiama, in originale L'âge des ténèbres (ovvero “L’età delle tenebre”) e la traduzione letterale del titolo è riportata ufficialmente come titolo italiano.
Sui manifesti è però apparso il titolo “Le età barbariche” ed il riferimento alla “trilogia di Arcand”. Che sia l’ennesima trovata mal riuscita di un distributore italiano per -tentare di- ingannare il pubblico?




(Giovedì 10 Gennaio 2008)


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