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Chabrol affascina con una storia di seduzione e potere

L'innocenza del peccato

Cifra stilistica inossidabile...


di Oriana Maerini


Il grande maestro della Nouvelle Vague torna ritrova il fil rouge che ha connotato gran parte della sua opera. Claude Chabrol in quest'ultimo L'innocenza del peccato riprende, infatti, un argomento cardine della sua cifra autoriale: la critica della borghesia che si era apprezzata a partire dagli anni 65-75 con La Muette a Folies Bourgeoises. Almeno la metà dell'opera di questo profico maestro è, infatti, dedicata all'analisi della borghesia e dello scontro sociale. Una critica spesso al vetriolo che non lascia scampo ai protagonisti. Come di consueto Chabrol focalizza il suo sguardo acuto sulla vita provinciale. Qui siamo in una cittadina della provincia francese dove ha trovato il suo buen retiro il famoso scrittore Charles Saint-Denis (François Berléand) che vive quasi recluso nella sua villa di campagna accanto alla moglie Dona (Valeria Cavalli). La monotona e tranquilla esistenza dello scritto viene "scaldata" dall'incontro casuale, durante la presentazione di un suo libro, con la giovane Gabrielle Aurore Deneige (Ludivine Sagnier). Fra i due scatta subito la passione nonostante la grande differenza d'età, ma il famoso personaggio si comporta come ogni bravo marito borghese che si rispetti. Divide il suo nido d'amore segreto con la fanciulla e continua a mantere un'ineccepibile vita matrimoniale. Singolare la battuta del film: "Perchè dovrei lasciare mia moglie, non ho nulla da rimproverarle!" Gabrielle dal canto della sua purezza ed ingenuità diventa una schiava d'amore ed accetta di sottoporsi per il suo amante anche a perversioni sessuali con gli amici altolocati di lui. Abbandonata dallo scrittore, partito per un lungo viaggio, la ragazza accetta, suo malgrado, la corte di Paul André Claude Gaudens, rampollo di un'altolocata famiglia borghese, del paese dal carattere instabile e lo sposa. Ma la gelosia tormenta il giovane marito e questo fa presagire il dramma.




Chabrol si muove partendo da un celebre delitto passionale:quello di Stanford White, un affermato architetto di Manhattan vissuto alla fine del diciannovesimo secolo, ucciso dal marito della sua amante, un'ex ballerina di Broadway per imbastire un'ottima pellicola sull'ossessione e l'ipocrisia borghese.
La regia visivamente stimolante parte da un'aura romantica (Una luce rossa soffusa e un'aria della Turandot apre il film) per spiazzare, poi, lo spettatore col mondo ingannevole e sensuale rappresentato dagli interni della villa in cui vivono i personaggi principali. Chabrol si rivela ancora una volta un maestro nel mostrare il dolore muto generato dal vissuto della fanciulla, vittima dell'ipocrisia borghese sia dell'amante che del marito. Lo fa senza mai mostrare una macchia di sangue ma usa la macchina da presa come fosse un coltello che affonda nella piaga della vittima sacrificale. Il maestro ci mostra l'ambiguità del desiderio in tutte le sue sfumature e perversioni. Descrive la filosofia dell'amour-fou senza ombra di giustificazioni e malinconie ma nella purezza della sua irrazionalità e totale distruttività.
I personaggi del triangolo amoroso sono tutti perdenti che sguazzano nella dualità dei loro sentimenti. Soprattutto la giovane donna incarna perfettamente la "ragazza divisa in due" del titolo originale: un personaggio integro che cede grazie alla credulità cieca dell'amore. Una donna pura che non si ritrae di fronte a nessuna prova e che per questo mette in crisi gli altri personaggi che le fanno da contorno. Ma L'innocenza del peccato è anche un film sulla lotta di classe che richiama alla mente una certa analogia con la splendida opera de La cérémonie. Chabrol ci mette di fronte allo scontro fra un potere antico ed uno moderno: il mondo dei ricchi storici dell'alto borghesia rappresentato dalla famiglia del ragazzo e il nascente potere della televisione e dell'editoria in cui lavora Gabrielle.
Indimenticabile nella sua tragica poesia la sequenza finale in cui la ragazza si esibisce sul palco nel numero di magia che la taglia in due. La macchina da presa indugia su un primo piano che ci mostra una lacrima furtiva. Un sipario eccellete che chiude l'ennesimo teatrino chabroliano e fa uscire lo spettarore dalla sala con un dolore struggente. Eccellente la scelta di Ludivine Sagnier per il ruolo della protagonista: una bellezza sensuale e al contempo ingenua che, abbinata all'ottima prova attoriale, caratterizza lo spessore doloroso del personaggio.

giudizio: * * *



(Giovedì 7 Febbraio 2008)


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