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L’insostenibile ambiguità del potere

Il divo

Il fascino e l’enigma di Giulio Andreotti visti da Sorrentino


di Roberto Leggio


La maschera del potere. Raccontare Giulio Andreotti è raccontare tutte le connessioni interne ed esterne della politica italiana. Addirittura l'Italia stessa. Politico di razza, paragonato ad un pantheon di personalità negative (dal Divo Giulio a Belzebù) è nel bene o nel male, l'asse di congiunzione tra lo stato e chiesa, gli affari e contropoteri occulti. Un uomo intelligentissimo, pregno di un'ironia tagliente, capace di uscire indenne, senza scalfitture, a mille battaglie elettorali, stragi terroristiche, accuse infamanti. Un corpo impermiabile sul quale tutto è scivolato via, senza lasciare traccia. Raccontare Andreotti è quindi un modo per analizzare in maniera astratta il potere, quello fermo ed immutabile, che come quello di Dio, non ha paura di nessuno. Il film di Paolo Sorrentino, sebbene sia un accorato attacco frontale; è un apologo all'uomo e al suo essere politico. Un gerontocrate ambiguo e allo stesso tempo rassicurante, che per cinquanta (e anche più) ha definito il destino del paese “Italia”. Naturalmente al “nostro”, l'opera meritatamente premiata a Cannes, non è piaciuta, trovandola maligna e non in linea con l'Andreotti pensiero. Eppure alla fin fine, nonostante la mancata agiografia del personaggio, egli stesso ha ribadito che in fondo “E' meglio essere criticati, che non essere considerati”. Chiosa perfetta di ironia e beffardaggine.



Raccontare la trama del film, sarebbe come disseminare tracce per svelare il mistero dell'uomo. Però basta sapere che, tranne per alcuni flashback su Aldo Moro (vittima sacrificale e perfetta di un meccanismo politico non pronto all’innovazione), la storia si sviluppa in quel breve periodo storico che va dalla nascita del VII governo Andreotti, a mani pulite, alla strage di Capaci, alle presunte connivenze con la mafia, il processo e la sua discussa assoluzione. Dodici anni lunghissimi (cortissimi per il sistema metrico andreaottinao), nei quali la geopolitica della “storia” italiana iniziava a cambiare volto, spingendoci all’Italia dell’oggi, diversa ma allo stesso tempo identica. Più mobile, più spregiudicata se vogliamo, ma fondamentalmente simile. Paolo Sorrentino è bravo a calibrare la narrazione, mettendo sempre al centro l’uomo Andreotti, non santificandolo e nemmeno giudicandolo, nel suo intimo, nella sua solitudine, nella sua “incredibile” vita politica, nella sua enigmatica essenza. L’incarnazione di Toni Servillo è talmente mostruosa da sembrare pantografata dall’originale. Così il suo incedere curvo, i movimenti delle mani, la voce quasi sussurrata, rendono ancora di più l’impressione di vedere sullo schermo proprio Giulio Andreotti. Nosferatu della politica. Immortale eminenza grigia di un mistero inestricabile…

Giudizio ****

"Gomorra" e "Il divo" fra i premiati
I premi di Cannes 61
Successo del cinema italiano
La Palma d'oro a Laurent Cantet, i premi alla carriera a Catherine Deneuve ed a Clint Eastwood.



(Mercoledì 28 Maggio 2008)


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