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Rivedendo "Non ci resta che piangere"

I film cult

Le pellicole che hanno fatto la storia del costume


di Piero Nussio


Secondo il dizionario Webster’s il termine “cult” significa, oltre il senso proprio di “rituale” o di “attività religiosa”, anche un “attaccamento devoto” o una “ammirazione stravagante” per una persona, un principio o uno stile di vita. O, addirittura, una setta, una congrega, un gruppo di seguaci o di fanatici.
È a quest’ultimo significato che si fa riferimento a proposito della definizione “cult film”, applicata a molte pellicole. Non sono quasi mai delle opere ben fatte o ben riuscite, né film sui quali si possa riconoscere la mano di un maestro; ma sono di certo pellicole che hanno fatto la storia del cinema, e –molto spesso- anche la storia del costume.
Lo pensavo ieri sera rivedendo Non ci resta che piangere (1985), capolavoro di Massimo Troisi e Roberto Benigni. Capolavoro? L’unico film di due mostri sacri della commedia italiana sul finire del secolo, un’idea geniale di salto nel tempo e di sfruttamento ai fini comici del movimentato rinascimento italiano, fino all’icona universale di Leonardo da Vinci ed all’impresa di Cristoforo Colombo.

Massimo Troisi


Ma anche un film senza capo né coda, con vari montaggi ed altrettante versioni, senza piglio direttivo (i “registi” che firmano l’opera sono i due stessi protagonisti), senza alcun climax drammatico, sostanzialmente noioso. Un mezzo fallimento, in poche parole.
Eppure, questo disastro cinematografico è -da quasi un quarto di secolo- uno dei film più ricordati e rivisti, un “long-selling” che riscuote successo in televisione e su DVD, nelle proiezioni estive e nel ricordo di ognuno. «Quanti siete, dove andate, un fiorino!» è uno dei tormentoni più noti, ripetuto in ogni circostanza. «Ricordati che devi morire!» «Si, va bene, adesso me lo segno» è una di quelle frasi entrate talmente nel linguaggio da perdersi pure il riferimento diretto al film. «Ingegneri… TRENO» detta da Leonardo da Vinci (Paolo Bonacelli) sul finale del film è anche citata in inglese dal sito dell’Internet Movie Database, a disposizione del pubblico mondiale.
Sempre dall’IMDB scopriamo che il film è valutato con un voto medio oltre il 7, in cui però ad una massa di entusiasti che lo vota fra 8 e 10, si contrappone un gruppo di persone che lo giudica gravemente insufficiente e gli assegna anche 1 e 2.

Marlene Dietrich


È esattamente questo un “film cult”. Una pellicola che un gruppo consistente di persone ama e rivede fino ad imparare a memoria le sue battute, fino a far entrare i suoi termini nella lingua corrente. Il fotografo “Paparazzo” era il cognome di un personaggio de La dolce vita (Federico Fellini, 1960) prima di diventare una parola del vocabolario italiano. “Nojo voulevon savuar” era una battuta di Totò e Peppino de Filippo (Totò, Peppino e la malafemmina, 1956) prima di essere sulla bocca di tutti gli italiani. “Al cuore, Ramòn!” stava in Per un pugno di dollari (Sergio Leone, 1964) e la diceva Clint Eastwood a Gian Maria Volontè.
Nel cinema italiano, i film “cult” per eccellenza sono quelli di Totò, la trilogia western di Sergio Leone, ed alcuni dei film di Fellini (“La dolce vita” in particolare, ma anche I vitelloni del 1953, col famoso richiamo «lavoratori…»). Però i veri cult nazionali, con tanto di devoti ufficianti, sono tre film di tutta la cinematografia degli ultimi trent’anni: “Non ci resta che piangere”, considerato un capolavoro comico inarrivabile, Febbre da cavallo (Steno, 1976) in cui il personaggio dello scommettitore interpretato da Gigi Proietti ha raccolto le simpatie di tutti i “cavallari” e di buona parte della nazione, e Attila flagello di Dio (Castellano e Moccia, 1982) in cui il “terrunciello”

James Dean


Diego Abbatantuono è riuscito a far gridare al capolavoro anche alcuni fan londinesi.
Film per la maggior parte dimenticati e dimenticabili, che pure hanno condizionato addirittura il costume di intere generazioni. Lo sa bene la stirpe dei Moccia, al cui padre Giuseppe si deve “Attila”, il “Bisbetico” di Celentano, insieme a molto cinema e televisione trash. Al figlio Federico Moccia vanno invece ascritti i lucchetti a Ponte Milvio di Tre metri sopra il cielo e Scusa ma ti chiamo amore, cioè i film cult delle ultime generazioni, dei nostri anni tremendi.



E fuori d’Italia? I “cult” sono nati nel mondo anglosassone, ed è da lì che partono le tendenze mondiali.
Magari con la complicità di un regista e di un’attrice tedesca, come fu nel caso di Lola-lola, creata ne L’angelo azzurro del 1930 da Josef von Sternberg e da Marlene Dietrich. Soprattutto quest’ultima divenne subito un’icona mondiale, ed il successo del personaggio superò di molto quello del pur interessante film che le aveva dato origine.

Tim Curry in Rocky Horror


Lo stesso successe ebbe nel 1955 un mito maschile, quello interpretato da James Dean in Gioventù bruciata di Nicholas Ray. Lo tesso titolo italiano divenne un modo di dire corrente, così come fu per il titolo originale (Rebel without a cause), e per i giubbetti di pelle nera, la pettinatura di James Dean, e quella femminile di Natalie Wood. Quanto alle corse spericolate in macchina, oltre a causare la scomparsa dell’attore James Dean, sono da allora argomento costante nella cronaca nera di tutto il mondo.
Un mito giovanile meno cruento -ma altrettanto forte- fu quello del surf, assurto a fama mondiale con Un mercoledì da leoni (“Big Wednesday”, di John Milius, 1978). Da allora milioni di ragazzi amano il mare e le onde, con le tavole decorate –con e senza vela-, ed aspettano l’onda perfetta («the big one»), che dia un senso alla loro vita. Da ricordare che il film, in un clima disteso e sportivo, fu uno dei più incisivi nel mostrare il rifiuto della guerra -in Vietnam- e l’accettazione dell’omosessualità.
Meno positivo è il culto per l’America dell’eccesso, che è espressa dai film di John Belushi. Prima Animal House (John Landis, sempre nel 1978) mostrò l’altra faccia dell’America sportiva: quella alcolica ed anfetaminica di Bluto Blutarsky, in cui Belushi rappresentava tutti le esagerazioni e le scemenze derivate dalle riviste studentesche e dalle trasmissioni televisive USA del sabato sera. I Blues Brothers (John Landis, due anni dopo) continuarono il mito trasgressivo, ma stavolta c’era anche Dan Aykroyd, la musica nera, gli occhiali scuri, e «Siamo in missione per conto di Dio!». Il cult forse più grande di tutta la storia del cinema.

I Blues Brothers


Il film che definì, forse, il paradigma di “cult” fu però un altro: generò un tale fanatismo da essere proiettato tutte le notti per molti anni, in una gran quantità di sale americane. È un musical del tutto particolare, Rocky horror picture show che Jim Sharman realizzò nel 1975 come un misto di horror, fantascienza, travestiti e ambiguità sessuali, in una salsa di trash e tolleranza. Per anni, gli spettatori adepti al suo culto lo hanno adorato, ripetendone in sala all’unisono canzoni, battute e travestimenti.



Insieme ai “cult” di carattere generale, che investono tutta una generazione, ci sono quelli specifici, che riguardano un gruppo o una classe sociale.
I cinefili che amano la fantascienza, ad esempio, venerano 2001 odissea nello spazio (Stanley Kubrick, 1968) come loro unico Dio, ma il suo profeta di culto è Blade Runner che Ridley Scott realizzò nel 1982 dal romanzo di Philip K. Dick. Le innumerevoli versioni di questa pellicola, con o senza voce fuori campo, sono come i vangeli apocrifi per le sette cristiane, e sulla loro veridicità può scorrere il sangue…

Rutger Hauer


La generazione dei “quarantenni in carriera” (oramai quasi cinquantenni) venera Il grande freddo di Lawrence Kasdan (1983), mentre la sottocategoria degli italiani è più fedele alla similare riunione dei Compagni di scuola che Carlo Verdone girò nel 1988.

Ogni donna è colpita al cuore dalle Lezioni di piano, che la neozelandese Jane Campion girò nel 1993 su misura del tatuato e selvatico Harvey Keitel. Ma poi interviene nel culto una divisione per sotto-categorie. Le “intellettuali occhialute” sono devote ad Elaine May, che nel 1971 si prese in giro da se stessa vestendo i panni di Henrietta in É ricca, la sposo e l'ammazzo, insieme ad uno strepitoso Walter Matthau. Le altre, che invece si fanno prendere più dalla moda e dal consumismo, amano un’altra favola, quella di Pretty woman (Garry Marshall, 1990), dove Julia Roberts discute di «un’oscena quantità di denaro» in contanti, e la spende tutta in vestiti di gran classe.

Julia Roberts e Richard Gere


Queste le sette cinematografiche che sembrano avere più adepti, ed i film che hanno più influito sul costume dei suoi spettatori. Forse qualcuno ne manca, ed è aperta la caccia a tutte le pellicole che hanno causato grande impatto sul pubblico e creato più “devoti” fra i propri fan.
Uno di quelli che vengono alla mente è il “cult massimo” del romanticismo macho: Casablanca (Michael Curtiz, 1942). Secondo la maggioranza dei cinefili Casablanca non è un bel film, è stato più volte rimaneggiato da diversi registi, non ha una sceneggiatura, Humphrey Bogart recita da cani.
Eppure è un cult.

Ingrid Bergman e Humphrey Bogart



(Giovedì 29 Maggio 2008)


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