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Ancora a proposito de "Il divo"

Il tempo passa

(e Scalfari non se n'avvede)


di Piero Nussio


Sia Eugenio Scalfari (su L’espresso del 12 giugno) che Pino Moroni (più modestamente su CineBazar il 23 giugno) affermano che Il divo di Paolo Sorrentino è un “film a tesi”.

Dice Scalfari: «...Un’interpretazione artistica che voglia mettersi al livello del personaggio [Andreotti] non può che essere problematica quanto lo è lui: un’opera aperta che lasci allo spettatore di cavarne una conclusione e un senso. Ma il film non lascia questo spazio, è schierato dalla prima all’ultima scena. Sostiene una tesi e la porta fino in fondo, dalle immagini di presentazione a quelle di coda con l’elenco dei processi, delle condanne, delle assoluzioni, elencate con una oggettività che parla da sola e sottolinea la tesi come per dire: sempre assolto nonostante tutto quello che finora avete visto.».
Scalfari prosegue paragonando Andreotti a Talleyrand, Moroni cita l’ipotesi del “Grande Vecchio”.

Mario Pirani poi, tanto per citare un altro grande giornalista intitola il suo articolo “Perché non mi piace il film su Andreotti” (La Repubblica 9 giugno), ma poi non chiarisce tanta premessa: non è per motivi cinematografici, ma nemmeno i motivi storici sono ben chiari.
Forse il motivo sta in qualche riga più avanti «la mafia era schierata con gli agrari e i monarchici, dal 1948 la DC con i suoi alleati minori […], i socialisti entreranno con il centrosinistra nel sistema di compromesso». Dunque “Il divo” non andrebbe bene perché individua solo in Andreotti il “cattivo” e non accusa tutto il sistema politico.

Quarto potere


Ogni film è a tesi, ed i migliori lo sono ancora di più.
Quarto potere, tanto per citare il film considerato da molti l’opera più riuscita di tutto il cinema, è un film che prende una posizione così netta contro il potente William Randolph Hearst da aver condizionato poi –con il potere mediatico del grande editore- tutta la carriera e la vita del regista Orson Welles.
La corrazzata Potemkin è a tesi, anzi secondo alcuni è un film di propaganda.
I documentari anni ’50 di Gualtiero Jacopetti (“Mondo cane”, “Africa addio”) erano a tesi, come pure era un bel documentario a tesi -a ben altri livelli- Europa di notte di Alessandro Blasetti (1959). Europa ‘51 di Roberto Rossellini (1952) era invece, come dice il Morandini, un'opera "rigida e dimostrativa".
I film di Michael Moore (Bowling a Columbine, Fahrenheit 9/11, Sicko) sono interessanti documentari a tesi.

Dice una mia amica che anche un portacenere inquadrato per caso non è mai per caso, in un film. Se è stato inquadrato un trovarobe l’ha cercato, uno scenografo l’ha accettato, un montatore l’ha visto ed un regista era d’accordo.

La corrazzata Potemkin


Detto questo, vediamo perché “la tesi” contenuta nel film Il divo è così evidente e fastidiosa, a quanto sembra.
Nessuno dei tre autori citati, pur infastiditi dalle “tesi”, si azzarda a difendere Andreotti.
Scalfari lo paragona a Talleyrand, ma si capisce che è una sorta di onore delle armi che si concede al nemico, dopo tanto duellare. Pirani vorrebbe forse una chiamata a correo per tutta la Prima Repubblica, e non si accorge che è proprio quello che sta vedendo. Moroni adombra il Grande Vecchio, come se non fosse anche quello il frutto delle “paranoie di piombo” di quegli anni.

Ci sono due modi per rifare Andreotti.
Uno è quello del Bagaglino: la chiamano satira ma sanno bene che con i mascheroni e il cerone il solo fine è quello di rendere digeribile a fini elettorali una casta politica che nessuno digerisce più. Ma poiché il voto dei “benpensanti” serve, ecco tanto sfarzo di battutine.
L’altro è quello della Satira Militante: va dalla controinformazione di Travaglio alle vignette di Vauro & co., informa e stigmatizza, ma anche quella è funzionale alla stessa Compagnia di giro.

Paolo Sorrentino, come anni fa gli sberleffi di Dario Fo, sta facendo dell’altro: usa maschere e posticci, usa la straordinaria rassomiglianza fra l’attore Flavio Bucci ed il dimenticato senatore Evangelisti (“A Fra, che te serve?”).
Costruisce un Carnevale di Venezia, dove Brighella è “Cirino-Pomicino” e Arlecchino è un Cardinale. Crea una mitologia negativa, un Carro di Tespi, un teatrino dell’orrido e dell’orrore.

Europa '51


Al centro, in un ruolo da grande attore (che sarebbe potuto appartenere a Gian Maria Volontè o a Dario Fo) c’è Toni Servillo a recitare un personaggio tipico della commedia italiana fin dai tempi di Plauto, il “Miles gloriosus”.

È vero, il Miles gloriosus dei latini e il Capitan Spaventa della commedia dell’arte non ammazzavano per davvero, e si limitavano a millantare e a fare battute. Ma, che volete, tutto si evolve, e un po’ di sangue alla Pulp Fiction oramai è necessario.
Perché le battute ciniche di Andreotti fossero apprezzate dal pubblico dei suoi elettori/ammiratori, un po’ di morti ammazzati servivano.
Se no –come dicono i suoi amici siciliani- passavi da quaqquaraqquà.

Vedevo il film e pensavo «Quest’uomo era quello che avrebbe fatto di tutto –e l’ha fatto- pur di diventare Presidente della Repubblica.»
Ora siamo rimasti in pochi a ricordarci di lui.
Presidente c’è diventato Leone, Cossiga, addirittura Saragat.
Lui no.
Presidenti sono diventati anche dei galantuomini come Pertini e Ciampi.
E tutti se li ricordano.
Andreotti ha fatto di tutto, e la gente si sta scordando di lui.
Magari, ragazzi che avranno visto solo il film di Sorrentino, penseranno che Andreotti è un personaggio di fantasia come Kill Bill o e Hulk.
E potrebbero aver quasi ragione.

Il divo


Ora ce n’è un altro in corsa per diventare Presidente.
O per diventare galeotto, chissà.

Il tempo passa, e Scalfari non se n’avvede...



L'intervento di Pino Moroni:
A proposito di “Gomorra” e “Il divo”
Film a tesi e falsi documentari
Un confronto fra i film “civili” di ieri e di oggi
I due film "gemelli" Il divo e Gomorra continuano ad alimentare un ampio dibattito. Di questi due film si continua a parlare ben oltre la "settimana" dell'uscita e di questo noi amanti del cinema siamo felici.



(Lunedì 30 Giugno 2008)


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