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Il capolavoro di Aleksander Sokurov

Aleksandra

Interpretato dalla moglie di Rostropovich


di Piero Nussio


Non è facile parlare del film Aleksandra (2007) di Aleksandr Sokurov.
Come non è facile riportare a voi lettori il senso di tutto il film, la semplicità rigorosa di cui è fatto, l’ampiezza del suo messaggio, la povertà dei suoi mezzi, l’efficacia dei risultati.
Qualunque film va visto e non raccontato, lo specifico cinematografico non deve mai essere piegato ad un altro linguaggio, se non per consapevole spostamento di piano.
Queste affermazione, valide in assoluto, raggiungono il loro acme nel trattare un’opera che esprime il proprio contenuto poetico –e drammatico- proprio sfruttando quella capacità che ha solo il cinema di apparire ai sensi come una fedele riproduzione del reale.

Chi ha apprezzato il cinema di Eric Rohmer e di Robert Bresson sa quanta meticolosa costruzione (scenografica, di recitazione, narrativa, di sceneggiatura e dialoghi, di fotografia, montaggio e ripresa) stia dietro a quei loro film, che sembrano a prima vista solo una semplice ripresa dal vero.
Forse non è un caso, dunque, che proprio i francesi abbiano aiutato Sokurov nella sua fatica, prima intervenendo in coproduzione con la Rézo Films e poi presentandolo al festival di Cannes.


Il tema del film “Aleksandra” è la guerra, ma non si vede né si sente sparare un solo colpo. È un’opera russa, ma è il caldo a dominare la scena. Perché, nell’immensa Federazione Russa, oltre alla fredda Siberia, agli Urali e alle steppe dell’Asia centrale, c’è anche spazio per le alture desertiche del Caucaso.
In Cecenia, dove la popolazione (caucasica) fu sottomessa dai cosacchi sul finire del 1500. Qualche secolo prima era stata convertita dai sunniti all’Islam, e fa quindi parte della “famiglia” mussulmana medio-orientale che tanti sussulti e conflitti sta dando al mondo in quest’inizio del ventunesimo secolo.

I ceceni già da tempo avevano tentato la ribellione al dominio slavo, anche alleandosi con gli invasori nazisti che avevano conquistato quelle terre nel corso della seconda guerra mondiale. Stalin non aveva perdonato il tradimento e aveva fatto deportare un milione di ceceni nella sola notte del 23 febbraio 1944. Quasi tutta la popolazione della regione, che oggi ammonta a un milione trecentomila persone.

Odii atavici, sviluppatisi di sopruso in sopruso nel corso dei secoli, si mescolano così a questioni ed interessi odierni: il petrolio –maledizione di tutta la regione-, gli oleodotti che l’attraversano, i fondamentalismi islamici, il revanscismo dei russi, la paura che insieme alla Cecenia si disgreghi tutto il lato sud della Federazione russa, i traffici e i commerci, la mafia cecena e le sue ramificazioni russe, il traffico di droga, di armi e di materiale nucleare… Basta?
Non basta, perché a questi temi specifici della situazione locale si aggiungono i problemi comuni a tutto il resto del mondo, che anche in quella sperduta landa si fanno sentire. La nonna insiste perché il nipote –uomo fatto, ufficiale dell’esercito russo, comandante in seconda del campo- pensi finalmente a sposarsi.
La risposta del capitano Denis (Vasily Shevtsov) potrebbe venire da qualunque altra persona, nel mondo contemporaneo ridotto ormai –per certe cose- a villaggio: «Quanti soldi ho da parte, in banca? Lasciamo perdere, che è meglio. E poi, le donne. Stanno tutto il tempo davanti alla TV a vedere cosa possono comprarsi. Tutti quelli che conosco sono divorziati. A che serve sposarsi?».


Brani di una conversazione. Momenti di vita quotidiana, frasi un po’ maschiliste che si potrebbero ascoltare dovunque.
Però a pronunciarle è un soldato, un militare di carriera, che si lava i calzini da solo e porta la divisa in lavanderia. Una divisa che deve essere fatta di stoffa buona, perché dovrà assorbire il sudore, il piscio e il sangue del corpo che ci sta dentro. E probabilmente ne dovrà contenere il cadavere.
Nella guerra cecena, i morti fra la popolazione sono valutati 250.000, un quarto quasi della popolazione. Ma anche fra i soldati russi si stimano 25.000 morti. La stoffa della divisa dovrà proprio essere buona, per contenere i cadaveri.

Aleksandra Nikolaevna (Galina Vishnevskaya), la protagonista del film di Sokurov, ha un’ottantina d’anni, è vedova da poco, e risente molto del caldo afoso della Cecenia, che le rende difficile la circolazione del sangue e le gonfia e affatica le gambe.
Non per questo si ferma: ha chiesto di poter fare visita al nipote ufficiale, e le è stato concesso il permesso. Forse per il grado del militare, forse per contribuire a sollevare un po’ il morale della truppa. Così l’anziana donna viene scortata e caricata di peso su un treno merci, insieme alla truppa che va al fronte.
Il punto d’arrivo è un campo militare tendato, protetto dalle guardie a dai “cavalli di frisia”, anche se in teoria si tratterebbe di un normale accampamento militare in territorio nazionale. Aleksandra Nikolaevna, infatti, ne approfitta e fa di testa sua: rimanda ai fatti suoi l’attendente che le è stato assegnato, si fa alzare la sbarra, e se ne va a fare spese “al mercato”.
Il mercato sta di fronte all’accampamento militare russo, ma è un mondo di mezzo dove avviene di tutto. Soldati russi che commerciano, donne cecene che vendono cibo e sigarette, facce di ragazzi con lo sguardo segnato, sguardi da trafficanti o da terroristi. L’età media in Cecenia è circa 22 anni, perché si fa presto a morire, di mafia o di guerra.
Aleksandra Nikolaevna è venuta per comprare cibo e sigarette, come le hanno chiesto le sentinelle del campo, quando l’hanno fatta uscire. Ma le gambe le fanno male sul serio, ed è costretta a sedersi dietro a uno dei banchi, dove ha trovato un’altra donna anziana.


È Malika (Raisa Gichaeva), anche lei vedova, anche lei sola. Malika porta a casa sua Aleksandra, per farla riposare, per offrirle un the e per fare due chiacchiere. È cecena, ma parla bene il russo, anche perché –in tempi migliori- è stata insegnante in una qualche scuola.

Le case semidistrutte di Groznyj sono una delle scene più violente di un film dove la violenza è sovrana, eppure nessuno sembra farci caso, neppure la macchina da presa, che sembra avere ritegno e pudore nell’inquadrarle. E c’è, per superare un dislivello causato dalle distruzioni, una scaletta di fortuna molto simile a quella che già Aleksandra aveva utilizzato per salire sul treno dei militari. Nessuno obbliga a trarre un qualsiasi valore simbolico da quest’oggetto, ma in un film niente è mai casuale come sembra, e il disagio –come il pericolo e la morte- è sempre ben ripartito fra entrambi i contendenti.
Aleksandra torna al campo, e Malika la fa accompagnare dal nipote di un’amica. Cortesie di un’epoca passata –più civile- quando una donna non si lasciava mai in strada da sola. Il ragazzo che l’accompagna non ha nome, ma ha desideri abbastanza profondi. Vorrebbe che lei convincesse i russi ad andarsene, anche se sa bene che non è l’anziana donna ad avere questo potere. Poi vuole vedere il mondo, lui che non si è mai allontanato da casa. Vuole andare a La Mecca e a San Pietroburgo. «Per La Mecca dovrai cavartela da solo –risponde asciutta Aleksandra- ma per San Pietroburgo fammelo sapere, che forse posso darti una mano».

Al campo, poco dopo, torna anche il nipote Denis, reduce dalla sua “giornata di lavoro”. Ha le nocche sbucciate e la divisa sporca. Aleksandra sente e rimarca sempre tutti gli odori e, come se fosse ancora un bambino, manda Denis a lavarsi e cambiarsi. Poi lo interroga, come si farebbe con un ragazzo un po’ discolo che torna da scuola. «Ho dovuto fare a pugni con uno dei miei, che non voleva darmi ascolto». «Hai dovuto ammazzare qualcuno, oggi?» Denis glissa e cambia argomento, ma la sua espressione mimica è più eloquente di qualsiasi lungo discorso.
La mattina dopo Denis la sveglia di buonora, perché sta partendo con le sue truppe per una missione imprevista. Aleksandra dovrà tornarsene a casa, perché la situazione richiede un cambio di programma. Le scene sono concitate. I blindati, che nei giorni precedenti sovrastavano gli uomini con la loro presenza minacciosa e l’odore di grasso e sudore, ora scattano e guizzano nei polveroni. Si allineano nelle spinata, caricano i soldati, lasciano appena un attimo per gli addii.
L’accampamento, che la sera sembrava assonnato come un campo scout, all’alba è diventato tagliente e efficiente, e altrettanto rapidamente si svuota, come un piazzale dov’è stato tolto un tendone da circo.


Aleksandra ha un’ultima cosa da fare, prima di ripartire: si alza la sbarra quasi da sola e torna al mercato, per pagare le sigarette che aveva preso il giorno prima. Malika non glielo consente, perché non accetta soldi da un’amica, e l’accompagna al treno con altre due donne.
Così quattro anziane donne, tre cecene e una russa, arrivano al treno militare e si abbracciano senza quasi dirsi parole. C’è solo una richiesta: «Vieni a trovarmi a Sebastopoli» «Credo che verrò».
Si cala la scaletta malferma, ed Aleksandra Nikolaevna sale sul treno militare.
Il film finisce, e ci risparmia le scene di massacro che seguiranno, e che forse vedranno coinvolti Denis, il suo commilitone riottoso, ed il ragazzo senza nome che voleva andare alla Mecca.
Anzi, ci fa sperare che le due donne si possano reincontrare sulla baia di Sebastopoli, a bere un the e a fare due chiacchiere fra vecchie signore.

L’interpretazione della cantante lirica Galina Vishnevskaya è magistrale, proprio perché sembra essere davvero una povera donna russa afflitta da problemi di circolazione nelle gambe. E la scena in cui il nipote Denis le pettina e ricompone la treccia è di una sensualità quasi insopportabile. Così come i suoi piedi gonfi a casa di Malika sembra quasi di sentirseli addosso, insieme al the di cattiva qualità.
Galina Vishnevskaya, 82 anni, moglie del violoncellista Mstislav Rostropovich (cui forse fanno riferimenti alcune delle battute pronunciate nel film, circa il cattivo carattere del defunto marito della protagonista) è l’organizzatrice di una fondazione Vishnevskaya- Rostropovich per la sanità e il futuro dei ragazzi poveri e abbandonati. Ha dapprima recitato in un documentario di Sokurov sul suo sodalizio artistico con Rostropovich (Elegy of a life: Rostropovich, Vishnevskaya) nel 2006, e poi è stata convinta ad interpretare da protagonista questo film, alla morte del marito.

Aleksandr Nikolaevič Sokurov, come sanno i lettori di Cinebazar, è un regista di cui siamo fanatici. Moloch, L’Arca russa, Il sole sono film grandissimi, che consideriamo fra i pochi capolavori di questi recenti anni tormentati.
Stavolta la sua bravura non si è espressa in virtuosismi tecnici (come ne “L’Arca russa”) né in uno studio storico particolare (come “Il sole” o “Moloch”), ma la difficoltà tecnica di realizzazione dell’opera è ancora superiore.
A parte la fotografia (Aleksandr Burov), ed i suoi toni “incatramati” che danno l’idea della distruzione e disperazione, è proprio la normalità, la banalità dei dialoghi a creare l’effetto dirompente di straniazione sopra le immagini di violenza e sconquasso di una guerra “in-civile”.
Quasi a completare una trilogia sugli affetti inespressi, dopo Made e figlio (1996) e Padre e figlio (2003). Ma l’elemento della guerra civile qui sovrasta le altre tematiche, e ne sublima il contenuto.
Figlio di militari, Sokurov ne sa capire le motivazioni, e sa mescolarle con la rabbia di chi vive in una casa ridotta alle macerie.

“Aleksandra” è stato paragonato a Full Metal Jacket di Stanley Kubrick (1987), a Nella valle di Elah di Paul Haggis (2007), a L’arpa birmana di Kon Ichikawa (1956): tutti paragoni lusinghieri che confermano la forza espressiva del film ed il valore dei suoi contenuti. A me viene più di paragonarlo alla quieta forza dei film “quotidiani” di Eric Rohmer e Robert Bresson, alla povera storia del mulo di Au hasard Balthazar (Bresson, 1966).
La guerra, le violenze, le ideologie, le mafie si sconfiggono solo –se mai ci si riuscirà- con la poetica testardaggine del mulo di Bresson.

E per adesso propongo che invece della Palma d’Oro che a Cannes le è stata negata, ad Aleksandra ed alla sua borsa a carrellino sia dato un altro premio. Non cinematografico, che sarebbe oramai fuori luogo. Il Nobel, invece, il Nobel per la pace ad una vecchia signora con le gambe gonfie e l’andatura impettita.


Le difficili scelte di un dopoguerra
Il sole
Film russo sulla disfatta giapponese
Da Aleksandr Sokurov il film conclusivo di una trilogia dedicata al declino di tre potenti del ‘900: ossia Hitler, Lenin e ora l’imperatore Hirohito.



(Martedì 29 Luglio 2008)


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