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Il "fenomeno" a basso budget che ha sorpreso Venezia

Pranzo di Ferragosto

Esordio alla regia di Gianni Di Gregorio


di Nina Modesta


L’opera prima del sessantenne Gianni Di Gregorio, muovendo divertito stupore sia nel pubblico, tanto da imporre repliche straordinariamente urgenti, che nella giuria della Settimana Internazionale della Critica, che gli ha attribuito l’incoraggiante premio Leone del Futuro!, è la sorpresa della 65esima Mostra del Cinema di Venezia. Sì, perché se è vero che l’America degli outsider (Demme, Aronofsky e la Bigelow) fa bella mostra di sé anarchizzando, e dunque sbugiardando, le apparenze classiche della messa in scena e il ritmo coatto del mainstream, questo piccolo film a budget ultraridotto prodotto da Matteo Garrone, con il quale l’autore collabora da sempre, che si incista -proprio come fanno certi organismi per resistere a condizioni avverse- la malattia ridente della possibilità. E non stupisce che il presidente della giuria della Sic, Abdellatif Kechiche, quello di Cous Cous per intenderci, abbia apprezzato moltissimo la storia, semi-autobiografica, di un uomo non più giovane alle prese con quattro vecchine, un appartamento trasteverino e l’afa rituale di ferragosto.



Il regista ci mostra come nell’incedere sornione dell’abituale può irrompere la possibilità dell’incontro, quale stimolo calorico utile a liberare le signore dal chiuso delle abitudini e dei ricordi e gettarle in una joie de vivre “procreativa”. L’agosto romano, co-protagonista irresistibile, è tutto concentrato nel celebre adagio “che poi, non se sta neanche male”, borbottato dal trasteverino “dagli occhi dolci” amico di Gianni. Gianni è il flemmatico eppure inarrestabile protagonista -un diesel, si direbbe- che con gentilezza e però anche navigata furbizia (perché dalla vicenda ne trae un guadagno economico) accetta di tenere a pensione oltre all’aristocratica madre, sublime nel suo distacco partecipativo, anche altre tre signore abbandonate dai loro figli in cerca di avventura e privacy. Dall’iniziale ritrosia si passa dunque all’avvicinamento sospettoso, che le vecchie signore praticano con un’astuzia da manuale, per approdare ad un vero pedinamento che le insegue nella vitalissima sarabanda finale. Gianni, abituato da anni di invenzioni ed espedienti (si capisce subito che il suo occuparsi fantasiosamente della madre è anche un alibi per continuare a ciabattare senza troppe responsabilità per le strade romane), non perde troppi colpi né il suo affettuoso disincanto, nemmeno quando la più esuberante delle anziane signore lo investe di avance, anche esplicite. Questa scena, come d’altra parte tutto il corpo del film, è di una leggerezza e spontaneità che lascia senza fiato, ricordando, soprattutto nelle inquadrature strette sui volti ( paradossalmente, delle immense aperture umane), proprio il febbrile Kechiche.



Senza immaginazione non c’è desiderio rappresentabile, così che anche le regole della commedia, genere a cui questo film senz’altro appartiene, vengono scombinate e reinventate. Il “tempo giusto”, in questo senso, è sostituito dal controtempo e dall’errore (nella concezione cara al jazzista Monk, di fatale apertura e nuova possibilità), suggerendo la realtà dell’improvvisazione. Le interpreti, semplicemente strepitose, si muovono lungo traiettorie teatrali, ma più che la pur notevole sceneggiatura, tra parentesi il regista è stato finora soprattutto uno scrittore di immagini (ha cosceneggiato anche Gomorra), ciò che alla fine rende notevole l’esperienza filmica è l’empatia che il film riesce a sviluppare. Esco che c’è ancora il sole. La luce di Roma a quest’ora ora obliqua sembra quella di un proiettore, così che le figure prendono ad animarsi e tutto diventa una possibile storia. IACP, ragazzini e palloni, a Testaccio c’è chi ancora stende i panni sul fil di ferro della terrazza condominiale voluttuosamente invasa da questa luce romana che, si sa, è dolce e un po’ puttana.

giudizio: * * *



(Venerdì 12 Settembre 2008)


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