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La fabbrica del vero cinema USA

Premiata ditta Fratelli Coen

"Burn after reading" è la loro opera più recente


di Piero Nussio


Joel Coen, regista e sceneggiatore di Burn after reading insieme al fratello, ha dichiarato alla conferenza stampa di presentazione del film: «Avremmo potuto fare un film sui cani, o un film sulle avventure spaziali, e invece siamo andati a finire su un film di spionaggio. Così, perché non ne avevamo mai fatto uno…».
Il fratello Ethan, più diplomatico, ha aggiunto: «Avevamo un sacco di buoni attori, e così abbiamo realizzato una commedia di recitazione, che mettesse in luce le loro doti».

Ethan Coen non ha torto, vedendo “Burn after reading” si respira quell’aria di solida commedia, ben costruite e ancor meglio recitata che aveva costituito per tanti decenni l’ossatura vera del cinema americano, e l’aveva reso famoso nel mondo. Di recente solo Seven Spielberg era riuscito a fare qualcosa del genere con Prova a prendermi (Catch Me If You Can, 2002), ed anche lui era stato assistito da due attori in splendida forma come Tom Hanks e Leonardo DiCaprio (oltre a Christofer Walken, Martin Sheen, ed altri).

Sul parterre dei fratelli Coen c’è invece George Clooney, Brad Pitt, John Malkovich, Tilda Swinton e Frances McDormand, ed anche qui tutta una serie di ottimi comprimari (Richard Jenkins e J.K. Simmons, per citarne due).

Brad Pitt in "Burn after reading"


E tutti insieme confezionano uno spettacolo degno della nobile cinematografia americana, pari al film di Spielberg ed ai vecchi esempi di Frank Capra, dei “tedeschi” Billy Wilder e Ernst Lubitsch, degli “inglesi” Stanley Donen e Blake Edwards.
E, soprattutto, superiori di molte spanne ai tentativi di commedia ad intreccio che Woody Allen sta tentando di fare in giro per l’Europa.

Ma, in realtà, ad avere veramente ragione è suo fratello Joel: la factory dei due autori del Minnesota, cui si aggiunge la moglie Frances McDormand, è una “premiata ditta” (4 Oscar, tre Palme d’oro e due David, più un Oscar e una Coppa Volpi per lei) che scrive, realizza, produce dirige e fa il montaggio di capolavori cinematografici.

John Malkovich in "Burn after reading"


Film di ogni genere, fin dal lontano 1984, quando insieme realizzarono Sangue facile (“Blood simple”), il primo lungometraggio del terzetto. Questa “premiata ditta”, cui spesso si aggiunge Steve Buscemi (sei film), John Goodman e John Turturro (5 film ciascuno), è una banda di intellettuali.

I Coen sono entrambi laureati, uno a Princeton e uno alla New York University, e figli di due professori universitari. Vivono a New York, e non a Los Angeles come tutti i divi, e sono entrambi al loro primo ed unico matrimonio. La moglie di Ethan è Tricia Cooke, anche lei nel mondo del cinema come premiata documentarista, e spesso coinvolta nelle opere “di famiglia”.

I fratelli Coen hanno diviso, da studenti, il loro appartamento newyorkese con la solita Frances McDormand, ma anche con Holly Hunter, Kathy Bates e Sam Raimi: solo la fantasia più sfrenata di un cinefilo può immaginare le discussioni in casa sul cinema fra queste persone che, insieme e separatamente, hanno rifondato il cinema americano.
Anche perché i Coen -e Joel in particolare-, hanno una grande ammirazione per il cinema classico e citano apertamente in molte loro opere Stanley Kubrick. Del grande maestro hanno acquisito l’eclettismo e, come lui, sanno passare attraverso molti generi, lasciando sempre film di successo con il graffio della grande opera di contenuti.
Se Kubrick si era saputo muovere senza alcun problema dal “peplum” (Spartacus) al film “horror” (Shining), lasciando anzi ad ogni genere visitato un capolavoro riconosciuto dai suoi cultori, i fratelli Coen stanno dimostrando di saper seguire con grandi capacità le sue orme.

George Clooney e John Turturro in "Fratello, dove sei?"


Ai tempi di Blood simple avevano inventato nel 1984 quel “pulp thriller” che avrebbe poi fatto la fortuna di Quentin Tarantino (anche lui dello stesso giro di amici).
Poi sarebbero tornati su quei passi con Fargo (1996) ma, a differenza di Tarantino che è rimasto legato al cliché del “sangue facile” con alterni esiti, il thriller efferato è raccontato dai Coen fra le nevi del Minnesota, e con due personaggi che sarebbero poi rimasti nel ricordo di ciascuno: il viscido venditore di auto usate interpretato da William H. Macy e la simpatica poliziotta incinta che fece guadagnare l’Oscar a Frances McDormand.

Nel 1991 i Coen erano intanto esplosi al successo mondiale con Burton Fink, che li rese famosi anche grazie alle tre Palme d’oro conquistate dal film a Cannes. Una delle Palme premiava l’interpretazione di John Turturro, che percorreva la storia del cinema e della letteratura interpretando uno scrittore che se ne andava a fare lo sceneggiatore ad Hollywood. L’opera era di fantasia, ma adombrava le reali disavventure ad Hollywood di Francis Scott Fitzgerald e di Raymond Chandler.

John Turturro in "Burton Fink"


Il 1994 vide apparire dalle loro mani un film di tutt’altro tipo: la rivisitazione di un sotto-genere classico come la biografia del “self made man” e dei suoi sogni di succcesso, e una delle ultime grandi interpretazioni di quel mostro sacro che era Paul Newman. Mister Hula Hoop (The Hudsucker Proxy) era uno di quei classici senza tempo che legava il nuovo cinema del finire del secolo con i grandi classici del tempo in cui Paul Newman e Cary Grant erano ancora fascinosi ragazzi. Il paragone con un altro grande film americano era con Tucker, un uomo e il suo sogno (Tucker: The Man and His Dream, 1988) di Francis Ford Coppola, ma neanche da questo paragone i Coen uscivano perdenti.

La trame alla Raymond Chandler, il giallo classico hard boiled, entrò nel cinema dei Coen con un altro capolavoro come Il grande Lebowski (The big Lebowski, 1998): il genere manteneva tutta la sua cristallina geometria classica, ma i due registi la aggiornavano con una stupenda caratterizzazione “post-moderna” dei personaggi (si pensi solo al campione di bowling in completo viola interpretato da John Turturro, ed ai camei di Julianne Moore, Ben Gazzara e Philip Seymour Hoffman).
Il paragone, oltre i classici del tempo di Humphrey Bogart, è stavolta con Il lungo addio (The long goodbye, 1973) di Robert Altman, interpretato da Elliot Gould. Ed anche in questa occasione il film dei Coen non perde in confronto con un altro grande maestro.

Jeff Bridges ne "Il grande Lebowski"


Il gioco potrebbe continuare a lungo, con tutti i film della lunga filmografia dei fratelli Coen, ma ora preferisco riproporre un gioco (impostato da due giornaliste di Repubblica: Arianna Finos e Chiara Ugolini).

Il titolo è Brothers Coen hairsyle, ossia “La barbéria dei fratelli Coen”.
Prendendo spunto dal fatto che nel loro film L’uomo che non c’era (The man who wasn’t there, 2001) il protagonista Billy Bob Thornton è un barbiere e che il film si sarebbe dovuto chiamare “Il negozio del barbiere”, le due autrici segnalano come in molti dei film dei due Coen ci siano tagli di capelli particolari, e significativi nel contesto della storia narrata.
Si può cominciare da John Turturro che interpreta Burton Fink con un taglio alto, alla Gramsci. Poi con Nicolas Cage che ha un taglio di capelli da picchio in Arizona Junior (Rising Arizona, 1987).
George Clooney è sempre bello e impomatato in Fratello, dove sei? (Oh brother, where art thou?, 2000), mentre ha la barba incolta e l’aria spiritata in Burn after reading (2008).
In quest’ultimo film, John Malkovich è invece rasato a zero come le teste d’uovo d’epoca kennediana e Brad Pitt ha i capelli bicolori, come il casco da bicicletta che indossa.

Nicolas Cage in "Arizona Junior"


Il casco più famoso è però quello che si è dovuto portare Javier Bardem in Non è un paese per vecchi (No country for old men, 2007). Un taglio di capelli talmente significativo –e ridicolo- da caratterizzare indelebilmente il personaggio.

Quest’elenco è divertente, ma mette anche in luce le caratteristiche di base del modo di lavorare dei due fratelli.
Uno: l’unitarietà della loro opera, in cui anche i vezzi si susseguono di film in film.
Due: la cura dei particolari; un’attenzione quasi maniacale –Kubrick- ai dettagli, anche quando sono insignificanti.
Tre: l’artigianato, ossia la costruzione di un’opera per somma di tecniche e attenzioni.
Quattro: il gioco; la mania, il piccolo segreto, la citazione, lo scherzo.

E, dopo aver riconosciuto i due fratelli sul gradino più alto della regia americana, godiamoci i loro spettacolari film apprezzandone i contenuti manifesti, e quelli più sotterranei.

Javier Bardem in "Non è un paese per vecchi"


La normalità dell’idiozia
Burn After Reading
Satira caustica per dementi patentati

I fratelli Cohen tornano ai loro fasti con un film secco e disperato
Non è un paese per vecchi
Tratto dall’omonimo romanzo di Corman McCarthy
Candidato a 8 premi Oscar

“Non è un paese per vecchi”
Le regole giuste
L’America ha perso quei valori che l’hanno resa grande
Il west è sempre lo stesso: la fine dei valori, la prevalenza del danaro, la confusione delle regole portano ad un declino di quella società, nata dalla violenza ed alla quale sta ritornando.



(Giovedì 25 Settembre 2008)


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