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di Renzo Gilodi

Nouvelle Vague - Il cinema, la vita

Un saggio completo sulla storia del movimento che ha cambiato il cinema


di Paola Galgani


E’ difficile sintetizzare in poche parole il contenuto di questo saggio su un movimento che si è riflesso nelle opere europee dagli anni ’60 fino agli anni ’80 -per l’ Italia si va da Pasolini a Bertolucci- e la cui modernità è ancor oggi influente; un interesse testimoniato da continui studi, articoli ed eventi come la splendida retrospettiva su Chabrol del Festival di Torino di un paio d’anni fa.
L’”avventura estetica, tecnica e produttiva” della Nouvelle Vague non ha mai avuto regole scritte nè un collante politico o ideologico. I giovani autori condividevano piuttosto un’atmosfera (“la Nouvelle Vague era innanzitutto uno stato d’animo”, Beyli) ed una visione su un cinema che partisse dalla realtà componendosi di un mix di linguaggi. Per la nuova organizzazione spaziale fu fondamentale la rivoluzione nella produzione come ‘piccola impresa’ (”una vera e proria scuola di smontaggio della baracca del cinema”, Kezich): non più studi, attrezzature pesanti e ambienti interni ma cineprese a mano (‘caméra au poing’) con cui cogliere, negli esterni reali, tutti gli aspetti del vissuto, anche irrilevanti, ed il fluire continuo della realtà contro il vecchio e logoro naturalismo. Con lo stesso principio, le storie tendono ad avere parti indipendenti piuttosto che plot chiusi, personaggi a tutto tondo e meccanismi causa-effetto, ed anche la fruizione del cinema assume una nuova identità: insomma, il cinema incontra finalmente la vita. Una nuova era che pero’ non rifiuta le proprie origini storiche, anzi si sente molto radicata al proprio tempo (l’apice è tra il 1958-59 e il 1960- 62), un momento cruciale per la coscienza borghese europea; se l’etichetta di Nouvelle Vague viene ufficialmente assunta dai Cahier du Cinéma nel 1962, le radici si devono cercare già nelle operazioni artistiche, produttive e teoriche degli anni ’40.
L’autore, il giornalista e studioso Renzo Gilodi, ci spiega dettagliatamente questa lenta formazione all’inizio del suo saggio (“Gli allievi di Rossellini”) in cui si sottolinea l’emergere anche di Nouvelles Vagues nazionali, dal New American Cinema al Free Cinema inglese, dal Giovane Cinema tedesco al Cinema Novo brasiliano a quello dei paesi dell’est (in Italia non vi è un movimento simile ma negli anni ’60 escono “La dolce vita”, “Rocco e i suoi fratelli”, “L’avventura”). Capiamo cosi’ le origini culturali di quest’ “avventura” in cui rientrano il 700 e l’800 francesi, l’esistenzialismo, i giovani romanzieri francesi degli anni ‘50, fino ancora la svolta del Nouveau Roman di Robbet Grillet, che preferisce gli interrogativi sull’esistenza al descrittivismo naturalistico. Gilodi ci fa abilmente penetrare nella sensazione di instabilità che dovevano provare i giovani del tempo per la situazione politica del loro paese (pensiamo al divieto di rappresentare la guerra d’Algeria), per poi passare in rassegna la situazione della critica cinematografica dell’epoca, con l’interessante diatriba tra ‘Cahier du Cinéma’ e ‘Positif’ (per cui la Nouvelle Vague è solo ”un cinema per vedere se si è capaci di fare cinema”).
Il capitolo successivo indica nei saggi di André Bazin il fondamento i nuovi principi e per i futuri; decisivi svolgimenti del cinema (ad esempio, il contrasto con la teoria di Eisenstein e la preferenza per una durata effettiva delle vicende). Iniziamo poi a scorrere i precursori della Nouvelle Vague dagli anni ‘30 del realismo poetico a quello psicologico fino all’intuito visionario di Jean Cocteau; seguono gli esordi tra cui quelli di Jean Rouch o Chris Marker, poi “la trilogia di Saint Germain” e finalmente il primo dei grandi autori, Godard. Con lui cambia la posizione dello spettatore davanti al film: non più puro spettacolo ma motivo per una riflessione metacinematografica - tramite giochi surreali come le famose scritte sullo schermo-. Le sue opere diverranno paradigmi storici e estetici della Nouvelle Vague, dal teatro-verità di “Une femme marièe” e “Une femme est une femme”, all’”affresco neocapitalista” ‘Deux ou trois choses que je sais d’elle’, alla dimensione mitologica di “Le Mépris” di cui Godard dice: “ho girato un’odissea morale…un film semplice e senza misteri ..che prova in 149 inquadrature che nel cinema come nella vita non c’è niente di segreto, non c’è che la vita, da vivere e da filmare”. Tutto il contrario del realismo brechiano di ”Les carabiniers” è il “grido” di “A bout de souffle” in cui si descrivono “con energia irregolare e linguaggio libero il disordine, la casualità, l’ imprevisto del rapporto tra l’uomo e il mondo”.
Nella poetica di Eric Rohmer l’autore focalizza acutamente tre fattori essenziali sintetizzati in un’opera come “Six contes moraux”: l’immagine “tersa, semplice e complessa”, la parola ed il commento; altrettanto emblematico per Jacques Rivette è il progetto totalizzante di “Paris nous appartient”. Film-simbolo di Francois Truffaut è invece “Les quatre cents coups”, che segue il neorealismo italiano (Rossellini e la poetica del pedinamento di Zavattini) precorrendo il ‘cinema-veritè’. Godard definisce questo film, in cui protagonista ed ambiente formano un tutt’uno esistenziale contro le aridità dell’età adulta, ”il film piu libero del mondo” per come Truffaut esprime i sentimenti con “una serena, omogenea, ricerca estetica e coscienza artistica“. Gilodi sottolinea a questo punto i molti richiami all’amato Hitckock da parte degli autori della Nouvelle Vague: Truffaut, appunto, lo omaggia con il poliziesco “Tirez sur le pianiste” ed indirettamente con ”Jules et Jim” che rappresenta la risposta a una domanda (“Come esprimersi in un modo puramente visuale?”) da lui posta nella famosa intervista al Maestro del brivido. Ma il più hitckockiano è Claude Chabrol, col suo occhio morale sull’ambiguità, sull’instabilità dell’esistenza e sui punti deboli delle relazioni umane, da “Le beau Serge” e “Cousins” fino al giallo psicologico “A double tour”, primo esempio di colore sfavillante in versione drammatica, e ancora allo stile impassibile de “Les bonnes femmes”. “Mondi stabili”, spiega con chiarezza l’autore, “che negando il movimento denotano chiusura e oppressione minacciando bellezza ed armonia”.Ancora un omaggio a Hitckock da parte di
Alain Resnais nel puzzle complesso e appassionante di “Muriel”; il regista è indicato senza esitazioni da Gilodi come uno dei massimi riferimenti del cinema contemporaneo al pari solo di Antonioni per la grandezza dei suoi lavori, dall’immenso ritorno nel tempo di “Hiroshima mon amour” ad “uno dei piu alti luoghi dell’immaginario contemporaneo” (Benayoun) di “L’anno scorso a Mariembad”. Louis Malle, infine, è caratterizzato per lo studioso da “uno stile netto, classico ma venato di una moderna e sensuale coscienza ..con una ricercata compiutezza stilistica ed eclettismo”.
Nell’ ultimo capitolo l’autore, per spiegare come il successivo cinema francese continui, in alcune delle sue migliori esperienze, ad essere di fisionomia novellista, accenna all’esperienza fondamentale del ‘68, la famosa interruzione del festival di Cannes, sottolineando come in seguito Godard sarà l’unico a lanciarsi su certe vie indicate dal Maggio.
Come si sarà intuito, si tratta di un testo abbastanza impegnativo: i termini tecnici, infatti, presuppongono una conoscenza cinematografica abbastanza approfondita, cosi’ come è scontata una conoscenza storica di base; per il cinefilo ‘medio’ sarà più appassionante la seconda parte, quella sui grandi autori e suoi loro notissimi film. Il merito del saggio è riuscire a collocare intelligentemente nel tempo e nello spazio un movimento davvero molto vasto, di analizzare con serietà le più dispersive coordinate, dalle varie sfumature di tendenze alle diverse personalità artistiche, il tutto tenendo conto della critica precedente. In questo senso un lavoro davvero completo, assai preciso anche nelle numerose note e nella bibliografia con due indici tematici. Non vi sono immagini ma il testo è molto denso, ricchissimo di citazioni che, per quanto indubbiamente utili, appesantiscono un po’ il fluire del discorso che avrebbe giovato di una maggiore asciuttezza nello stile: per restare in tema, non proprio il linguaggio sciolto da regole che era tipico della Nouvelle Vague.

Renzo Gilodi
Nouvelle Vague - Il cinema, la vita
Effatà editrice
352 pagg. 2007 € 14,00



(Venerdì 17 Ottobre 2008)


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