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Un non-anniversario di Kieslowski

La doppia vita di Veronica

Mi mancano tanto i “film difficili”…


di Piero Nussio


L’anno 2008 non è in alcun modo un anniversario per Krzysztof Kieślowski. Il grande regista polacco è morto inaspettatamente il 13 marzo del ’96. Tanto, troppo tempo fa, per essere uno dei nostri giorni. Appena ieri, se si pensa che era nato nel 1941.

Un altro regista quasi-contemporaneo, il grande Stanley Kubrick ha espresso al meglio, riferendosi ai film del “Decalogo”, quello che molti di noi sentono per Kieślowski:
«Ha la rarissima capacità di drammatizzare le proprie idee, piuttosto che semplicemente raccontarle. Esemplificando i concetti attraverso l'azione drammatica della storia, egli acquisisce il potere aggiuntivo di permettere al pubblico di scoprire quello che sta realmente accadendo, piuttosto che semplicemente seguire un racconto.
Riesce in tale compito con una tale abbagliante abilità, che non riesci a renderti coscientemente conto delle idee che si materializzano nella mente fino a che queste non hanno già raggiunto da tempo il profondo del tuo cuore.
».

Qualche giorno fa, nell’occasione di rivedere in un cineclub La doppia vita di Veronica, ho sentito queste parole nella mia mente. Ed ho sentito forte la nostalgia dei suoi film.
Un amico che era con me al cinema, dopo, mi ha detto: «Bel film, ma semina un po’ troppi indizi, che poi non risolve adeguatamente…».
Colto sul vivo, sento il bisogno di rispondere pubblicamente a lui, ed a tutti gli altri che in questi grami periodi –sopraffatti da fiction, thriller e scemenze- hanno perso il sottile piacere di confrontarsi con un’opera “difficile”.


“Attraverso lo specchio” è il titolo del saggio, memore di Alice e delle sue avventure nel paese delle meraviglie, che il critico americano Jonathan Romney ha dedicato a questo film.
Fra i molti che ne hanno scritto, Noor Razzak parla di “poesia visuale” e Ed Nguyen dice che “la vita è sogno, il sogno è vita” ed il film è un “sogno sensuale”. Lo scrittore Jamie S. Rich lo definisce un “piccolo film misterioso, un puzzle emotivo che invoca il nostro potere di intuizione”.
Ma l’intervento per me più illuminante sul contenuto de “La doppia vita di Veronica” è quello di Roger Ebert: «C’è una lunga sezione centrale nel film che è il trionfo della tecnica narrativa.
Veronica riceve una cassetta per posta. La ascolta, fino a quando non riesce a capire che sono i rumori di una stazione ferroviaria, una in particolare. Ha ricevuto altri indizi da parte di un segreto ammiratore, che sembra sfidarla a scoprirlo.
Lei segue gli indizi, ingenuamente. Ma quando infine trova l’ammiratore ne resta delusa, perché non c’era in realtà dietro niente, se non il gioco in sé stesso, mentre lei in qualche modo cercava qualcosa di profondamente vero ed illuminante, come scopo finale della sua caccia.
E forse questa parte del film ci svela proprio la costruzione e gli indizi che Kieslowski ha preparato per noi spettatori
». (Chicago Sun-Times 13/12/91).


Kieślowski era un polacco, umanista e romantico e, al pari di molti dei suoi connazionali, aveva una profonda vena religiosa. Ha illustrato in dieci film i precetti del Decalogo, i dieci comandamenti ebraici e cristiani. Stava preparando –prima di morire prematuramente a 55 anni- la sceneggiatura della Divina Commedia, ossia il viaggio religioso e poetico di Dante nell’Aldilà.

Ma, nonostante le sue tematiche spirituali, non era certo un fondamentalista. Aveva scelto di vivere nella laica Francia, il suo capolavoro cinematografico è Tre colori (Film Blu, Film Bianco, Film Rosso) dedicato alla bandiera della rivoluzione francese ed al suo spirito di libertà. Il cattolico Kieślowski si era confrontato nel suo ultimo film anche con l’Illuminismo di Voltaire, e Film Rosso è ambientato proprio in quella Ginevra rifugio del filosofo e del libero pensiero.

Era nato –fisicamente e cinematograficamente- in Polonia, ma si era poi volontariamente trasferito in occidente: “La doppia vita di Veronica” è in fondo la sua, alle due sponde dell’Europa, fra l’est che inizia a morire coi moti di Danzica ed il crollo del Muro di Berlino e l’ovest che gli sopravvive in una forma complessa e mutata.
Ed i critici cinematografici polacchi hanno infatti sottolineato questo aspetto di “allegoria politica” (“La doppia vita di Veronica” è del ’91, e precede di un anno la caduta del Muro): la polacca Weronika che muore in uno splendido acuto, e la francese Veronique che –quasi convinta dal sacrificio della gemella- abbandona qualsiasi velleità canora e si dedica più prosaicamente al lavoro di insegnante di musica.

La musica, per l’appunto, è l’altro elemento principale del racconto: il suono (quello raccolto dalla cassetta e quello distribuito in varia forma per tutta la pellicola) e la musica (le composizioni del presunto compositore Van den Budenmayer) costituiscono l’asse portante della trama e danno al film la sua particolare intensità.


Merito del vero compositore, quel Zbigniew Preisner, che era costante co-autore dei film di Krzysztof Kieślowski. Ma il clima del film è poi anche merito della fotografia di Sławomir Idziak, che usa il viraggio di colore e i filtri per creare un’atmosfera eterea e sognante.
Il merito dell’opera va però, soprattutto, a Kieślowski, che aveva creato e mantenuto una squadra di collaboratori e creatori che, insieme a lui, realizzavano i capolavori tecnici che la sua mente concepiva.
Il fotografo Idziak aveva realizzato con lui i film (televisivi) del Decalogo, poi le avventure visive di Veronica ed infine quei film che erano programmaticamente dedicati ai colori, la trilogia Blu-Bianco-Rosso. Il musicista Preisner -ed il suo eteronimo Van den Budenmayer- appaiono da protagonisti in Decalogo 9 e in Film Blu, ma il compositore ha dato la sua impronta ed atmosfera a tutta l’opera del grande regista polacco.
Un altro nome manca, quello dell’avvocato Krzysztof Piesiewicz, coautore di tutte le sceneggiature di Kieślowski. D’altronde, la cifra principale e lo stile di Kieślowski è proprio quella di lavorare in gruppo, anche con gli attori: Irene Jacob è protagonista di Veronica e di Film Rosso, Juliette Binoche è protagonista di Film Blu ed appare in Film Bianco. Władyslaw Kowalski interpreta il padre di Weronika, ma anche lo stesso personaggio di pittore-incisore in Decalogo 7.
Così vale per gli elementi della narrazione: la scelta se continuare a cantare nonostante la malattia di cuore è già in Decalogo 9, l’idea di far vivere due vite diverse allo stesso personaggio appartiene già ad uno dei suoi primi film polacchi: Destino cieco (Przypadek, 1987). La testimonianza in tribunale, che l’amica le chiede (ed un’altra amica rifiuta di fare) ricollega poi Veronica a Film Bianco.
In realtà, Kieślowski e soci hanno realizzato un solo lunghissimo film, un’opera complessa e articolata che di volta in volta si sostanziava in una specifica produzione, mettendo in luce un tema ed una caratteristica particolare.


In “La doppia vita di Veronica” c’è un burattinaio, un costruttore di marionette, che aiuta a porre le domande centrali del film: esiste un qualcosa che si chiama libera volontà, o dipende da un qualche tipo di creatore/burattinaio? Oppure è solo per caso che ognuno agisce e pensa come fa?
Il burattinaio immagina la storia di due donne identiche, divise geograficamente ma unite psicologicamente: una storia sul doppio, sulla personalità, sulle scelte e sul destino, che forse tira i fili degli umani.
Anche Kieślowski e compagnia tirano i fili dei loro personaggi, e -come il burattinaio- fanno apparire indizi congrui ed incongrui: le vecchine piegate che attraversano la strada (vecchio simbolo, ripetuto in tutti i film, della carità e comprensione umana), l’incontro casuale e senza agnizione delle due Veroniche a Cracovia, la pallina di vetro che passa dall’una all’altra, così come il brano musicale, e …
Un film pieno di elementi fantastici e di scherzi del soprannaturale, di indizi che attivano la caccia dello spettatore. Ma è un gioco fine a sé stesso, messo in piedi da un aspirante scrittore per verificare l’effetto di una trama che ha in mente…
Veronique fugge inorridita, quando sente queste parole. Lei cercava un amore puro e dichiarato, un cavaliere bianco che la portasse via dalla noiosa fisicità in cui vive.

Già, che vita è quella di Veronica, per di più pure doppia? A Cracovia o a Clermont-Ferrant la musica cambia poco: un padre assente, una zia scioperata, amori di niente, nemmeno un’amica.
Questa è la doppia vita di Veronica. Per darle un po’ di senso l’unica soluzione è rifugiarsi nei sogni, negli incubi, negli indizi e nel gioco della moscacieca. Oppure indugiare con una pallina di vetro, o con un vetro non completamente liscio, che distorce il paesaggio.
È un film di quasi vent’anni fa, ma il messaggio riguarda l’oggi. E, se non ci diamo parecchio da fare, anche un triste domani.
Mi manchi, Kieślowski, avrei tanto bisogno di te.


L'inferno familiare di Danis Tanovic
L'Enfer
Primo capitolo della trilogia incompiuta di Kieslowski
Nel film tre famosi volti del cinema francese: Emmanuelle Béart, Karin Viard e Marie Gillain.

Una regista danese per un film prodotto da Spielberg
Noi due sconosciuti
Un film di attenzione e rigore morale
Un clima generale molto triste e pensoso, che però la recitazione e la tecnica sanno rendere accurati ed insinuanti, e danno all’opera cinematografica uno spessore nuovo e profondo.



(Lunedì 20 Ottobre 2008)


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