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Un brutto "horror demenziale"

Il respiro del diavolo

Opera prima del ventiseienne Stewart Hendler


di Samuele Luciano


Paul Brooks, uno dei produttori del film, afferma che Hollywood sta vivendo una sorta di rinascimento del genere horror. In effetti, ultimamente vengono realizzati molti film di questo tipo ed è sempre maggiore il numero di spettatori che accorre nelle sale a vederli. Ma è proprio questo che ci fa porre la domanda: siamo sicuri che si tratti di film di paura? Chi nella sua vita ha visto almeno una volta un “autentico” film horror (L’esorcista o Profondo rosso, per citarne due) non è così ansioso di ripetere l’esperienza. Forse sta nascendo qualcosa di più fruibile e indolore, diciamo un sottogenere dell’horror: l’horror-demenziale. Ed è in questa categoria che va collocato Il respiro del diavolo. La prima sequenza del lungometraggio è all’aperto. Una ragazza attraversa correndo una fitta boscaglia, circondata da bisbigli e ombre ansanti. Giunta in cima ad una china erbosa scivola giù, fino a cadere in piedi su una carreggiata. Un’auto sopraggiunge da sinistra, ma frena in tempo, la ragazza ha il tempo di fare un passo in avanti, appena un secondo e arriva un SUV dal senso opposto che la scaraventa in aria. Subito dopo entra in scena l’eroe del film, Max (interpretato da Josh Holloway, uno dei protagonisti più fichi del telefilm Lost), un ex galeotto che vuole rifarsi una vita con la propria ragazza, per questo decide di andare in banca e chiedere un finanziamento. Ed è qui che arriva la parte più terrificante del film: il consulente bancario. Siamo negli U.S.A: Max non ha un soldo, è appena uscito di galera, ultimamente i Lehman Brothers hanno fatto un po’ di casini. Chi vuoi che ti presti un soldo? Eppure, per gli sceneggiatori questo è un ottimo incipit per dipanare l’intreccio del film horror. A questo punto Max organizza un piano insieme ad altri due compari e rapisce il figlio di una famiglia ricchissima. Ma i manigoldi si accorgeranno presto che quello che hanno rapito non è un bambino, bensì il diavolo.



Il bello di Hollywood è che un giovane appena diplomatosi presso la USC School of Film, come il 26enne Stewart Hendler, può disporre di un altissimo budget e girare il film più brutto degli ultimi 20 anni. Il precoce cineasta tenta di illustrarci il respiro/sussurro/bisbiglio del diavolo diffondendo rantoli asmatici stereo, che per 90 minuti risuonano nella testa dei protagonisti e ahimè degli spettatori. Sceglie, guarda un po’, una fotografia cupissima che tiene quasi sempre in ombra i volti degli attori, un bambino pettinato alla Damien di “Omen” (quello dell’ultima versione però, in quello originale di R. Donner il bambino faceva molta più paura anche se non portava i capelli a caschetto) e un servizievole lupo nero, giusto per non farci mancare niente. Ma tutto è così inverosimile (dalla dinamica del rapimento alla convivenza dei rapitori col demonio) che vanifica ogni tentativo di tensione, a vantaggio di risoluzioni ridicole: si può colpire uno spirito lanciando un’ascia a caso?
Peccato che la Gold Circe Films, produttrice del film indipendente che ha incassato di più negli ultimi anni (Il mio grosso grasso matrimonio greco), abbia speso così male i frutti della sua scommessa.

giudizio: *



(Mercoledì 21 Gennaio 2009)


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