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La "triplice recensione"

Vuoti a rendere

Un film particolarmente stimolante



Titolo italiano: Vuoti a rendere
Titolo originale: Vratné lahve
Regia: Jan Sveràk
Paese: Gran Bretagna, Repubblica Ceka 2007
Sceneggiatura: Zdenek Sveràk
Interpreti: Zdenek Sveràk, Daniela Kolarova, Tatiana Vilhelmova, Robin Soudek, Jiri Machacek, Pavel Landovsky, Jan Budar, Miroslav Taborsky
Montaggio: Alois Fisarek
Produzione: Jan Sveràk e Eric Abraham
Distribuzione: Fandango
Durata: 103 min.

Note:
Vincitore del premio del pubblico al Festival del giovane Cinema Europeo e di quello per la migliore sceneggiatura al Karlovy Vary International Film Festival nel 2007; vincitore dello Czech Lion nel 2008; vincitore del ‘delfino d’oro’ al Festróia - Tróia International Film Festival (2008)


Il film ceko (e inglese) "Vuoti a rendere" si è dimostrato particolarmente stimolante, tanto da suscitare ben tre interventi dei nostri collaboratori.
Interventi diversi fra loro, per stile e tematiche, ma tutti molto positivi nei confronti del film recensito.
Lo consideriamo un buon segno, sia per il cinema, che per i nostri collaboratori.

Lo staff di CineBazar





Vuoti a rendere, ovvero l’elogio della leggerezza


di Sanro Russo



Certi film vengono talmente a proposito in certi momenti, che non si saprebbe dire se sono essi a orientare i pensieri, o i pensieri stessi a far cercare proprio quei film, e non altri.
Il problema è quello comune ad una certa età: come affrontare gli anni che passano, gli entusiasmi che si affievoliscono; lo stesso lavoro che è tanto cambiato da non essere più riconoscibile, quale che fosse la passione iniziale.
- Me ne vado… Non sono più felice, qui – dice il vecchio professore di liceo (sessantacinquenne), che non ha più pazienza con i suoi studenti e ad uno di essi - proprio insopportabile - spreme una spugna puzzolente sulla testa (!).
Ma ora che ha lasciato la scuola, dovrà passare il tempo a sedere su una panchina, o passeggiare nel parco pubblico con vecchi pensionati senza alcuna motivazione?
Non Josef, che non si sente per niente pronto alla vita del pensionato, attivo e in buona salute, irriducibile sognatore e irresistibilmente attratto dalle donne, che continua a fantasticare e a corteggiare con discrezione…
Così si cimenta in lavori alquanto improbabili per la sua età, come il fattorino di consegne a domicilio (in bicicletta, per le strade gelate di Praga) e poi come commesso in un grande magazzino, addetto allo sportello per la restituzione delle bottiglie (i “vuoti a rendere” del titolo).

Il film è quasi fatto in famiglia: il regista è Jan, mentre babbo Sveràk fa il farfallone attempato. Nella finzione filmica la moglie Eliska non è proprio la signora Sveràk, ma ha lavorato in altri loro film, sempre come moglie del protagonista. E per poco non ci si è trovato dentro anche il figlio di Jan. La trilogia inizialmente concepita dagli Sveràk (figlio regista e padre sceneggiatore e attore), comprendeva:
Scuola elementare (1991), candidato all’Oscar
Kolya (1996), Oscar come miglior film straniero nel ‘97
Tattinek (Papà), avrebbe dovuto chiudere la saga, ma è stato spostato a data da destinarsi dalla lavorazione del film attuale: Vuoti a rendere, appunto.


La povera Eliska non è proprio il prototipo della pesantezza - abbiamo visto di molto peggio, sia al cinema che nella vita reale - ma neanche si può dire che prenda la vita con allegria, né che sia leggera con il marito nell’affrontare quella situazione eccezionale che è il diventar vecchi. Lo rimbrotta per le sue scappatelle, più immaginarie che reali alla fine, e lo irride per la sua mania di cercare nuovi lavori. Quanto a lei, che fa lezione di tedesco a un signore innamorato di lei ma troppo timido per dirglielo, rimane più imbarazzata che contenta, quando lo scopre.
La figlia dell’anziana coppia, anche lei bloccata - come la madre – nota Josef - è stata lasciata dal marito che le ha preferito una donna più effervescente. C’è anche un bambino, il nipotino di tre anni, che fa domande imbarazzanti al nonno, tipo: - Nonno ma tu morirai?
- Beh, si. Ma non ho ancora deciso quando.

Mentre Josef, per il suo carattere più estroverso – perseguito e affinato, però – riesce a trovare piacere in tutte le cose che fa e aggrega intorno a sé una piccola corte di personaggi, per ciascuno dei quali ha un sorriso, un consiglio, un’idea risolutiva.

Comunque è di questo che si parla: di come riuscire a mantenere la scintilla vitale, un interesse per gli altri che faccia compagnia e aiuti a superare gli anni e gli acciacchi. Inventare una cosa nuova ogni giorno.

I ceki devono avere un vecchio conto in sospeso con l’antinomia gravità/leggerezza. Non sono forse ceki anche Franz Kafka e il Milan Kundera de L’insostenibile leggerezza dell’essere?
E la mongolfiera è la perfetta metafora conclusiva del film; anche nel suo andare altalenante: ce la farà? Non ce la farà? La lunga scena, completamente girata a terra e in studio, è una bella prova di tecnica cinematografica.
Riusciranno le ragioni aerostatiche della leggerezza a portare i nostri eroi fuori dal gorgo? Quei due abbracciati stretti, lassù in alto, che si vogliono ancora bene?





I vecchi: vuoti a perdere o a rendere?


di Pino Moroni



Con l’allungamento della vita e l’aumento mondiale del numero degli anziani, anche il cinema ha cominciato ad approfondire di più le tematiche di questo strato di popolazione. In una settimana, infatti, ho visto due film interessanti sull’argomento. Vuoti a rendere film ceco di Jan Sverak (Kolya, 1996) e Gran Torino, saga americana, di Clint Easwood (Changeling, 2008).
Senza fare confronti tra i due film, molto diversi, la prima notazione è che i vecchi descritti non sono assolutamente vuoti. Anzi, in ogni società essi vivano, non sono né da perdere né da rendere ma da far ancora vivere per produrre frutti positivi per tutti gli altri. I due vecchi, interpretati da Znedek Sverak e dallo stesso Clint Eastwood, anche con i loro difetti e stranezze, sono produttivi di azioni di cui una società allo sbando come quella moderna ha un estremo bisogno.

Nel film di Jan Sverak, la leggerezza, la delicatezza ed i sogni di Josef, professore in pensione, aiutano a risolvere in meglio i problemi umanissimi dei suoi componenti familiari, degli amici e dei clienti di un supermercato in cui il protagonista recupera bottiglie usate. Con il racconto di una vita quotidiana, specchiata nelle abitudini, nella ripetizione di azioni, nelle ripicche familiari, nei giochi di bimbi e nei paesaggi crepuscolari di una città antica come Praga.
La positività di un uomo di 65 anni, che oltre voler essere attivo per se stesso (grande insegnamento), vuole dare il suo piccolo contributo ad una società bisognosa di spinte sociali ed umane.
Il rapporto con il nipotino e la vecchia invalida, con l’ex genero ed il collega di lavoro, con la signora che cerca gli sconti ed il ragazzo che beve troppo. Figure di una umanità invisibile che cerca consigli ed affetto. Fino ad arrivare al capolavoro finale con il lungo luminoso volo in pallone aerostatico con la moglie.
Dieci minuti di panorama naturale di boschi, fiumi e campagne, liberatori ed evocativi. Pieni di bellezza e vitalità come lo spirito, ancora giovane ed altruista, di un vecchio professore.


Tra le pieghe di un film minimalista, ma grande, ho trovato una infinità di notazioni di vita vissuta. Le difficoltà dei rapporti con giovani ignoranti, presuntuosi e raccomandati. L’impotenza a poter aiutare figli piagnoni, rigidi e vuoti sessualmente. L’impossibilità di creare una vita sentimentale con mogli che cercano ancora conquiste. La creazione di sogni erotici con donne che si incrociano nel crepuscolo dei sensi. La voglia mortificata di essere ancora forti ed avventurosi come a vent’anni. L’incapacità, per un pensatore, di risolvere piccoli problemi tecnici in casa. I difficili rapporti di lavoro con persone che parlano poco o troppo. L’arrivo dirompente delle nuove tecnologie che fanno perdere all’uomo i rapporti umani. Le gaffes, gli errori, le incomprensioni, le delusioni di cui è piena ogni vita.

Ma al di sopra di tutto la grande speranza di poter rendere migliore e più felice la vita degli altri, solo con qualche leggero tocco di altruismo. E non è poco.





Vuoti a rendere: la storia non è affatto finita


di Piero Nussio



Fa piacere incontrare Jan Sverák –regista- e suo padre Zdenek, soggettista e interprete di Vuoti a rendere (2007). E, come ad un vecchio amico, viene da chieder loro «Beh, come va?».
In Kolja (1996) Zdenek era in Cecoslovacchia con un bambino che gli parlava solo russo, e la metafora di un’oppressione era evidente. Un gran film, premiato con l’Oscar 1997, ed un grande successo.
Poi venne il ’98, crollò il muro di Berlino e, nel giro di pochissimo, la fine di tutto il monolito sovietico e del suo impero.
Dieci anni dopo, in Vuoti a rendere, Zdenek è ancora alle prese con un ragazzino, ma per raccontarci come non sia proprio oro tutto quello che riluce nel liberismo occidentale finalmente raggiunto. Un ragazzetto pestifero basta per spiegare -in poche inquadrature- quanto riesca ad essere insopportabile la spocchia e la grossolanità dei nuovi ricchi che comandano ora a Praga, e quanto la situazione sociale possa essere opprimente come lo era il vecchio regime.
Ma il personaggio di Zdenek Sverák non è uno da piangere addosso ai propri guai: in Kolja insegnava lingua e comportamento al figlioccio acquisito, e ne otteneva il migliore dei risultati. In Vuoti a rendere rifiuta il lavoro di professore, con cui ha passato tutta una vita, ma anche la noia della pensione.
Vuoti a rendere non è “vuoti a perdere”, anzi esattamente il contrario. E non è, tantomeno, «un film per vecchi». Esplicitamente Josef Tkaloun (il personaggio interpretato da Zdenek Sverák) rifiuta di unirsi alle inutili passeggiate che i suoi colleghi pensionati fanno “per sgranchirsi le gambe”, e alla figlia devota osservante cattolica dichiara «Informati: se in Paradiso si può lavorare ci vado, se no non mi interessa…».


Josef non è un “uomo di marmo” (tanto per citare il polacco Wajda, e le retoriche socialiste del lavoro), non lavora perché deve realizzare il socialismo. Men che meno il capitalismo.
Joseph sente i tempi e vi adatta la sua voglia di vivere. Inizia facendo addirittura il “pony express”, consegnando pacchi in bicicletta per tutta la città: se sono queste le regole del liberismo rampante Joseph è pronto ad adattarcisi. Nonostante tutti lo sconsiglino, e nonostante ci rimedi solo una brutta caduta. Ed una gamba rotta.
Ma Joseph non si arrende: un po’ si oppone alle cose che accadono, e un po’ lascia che succedano. Ma con la forza di chi sa che le cose non debbono –necessariamente- accadere, o quantomeno non continueranno necessariamente ad accadere per sempre.
Il suo capolavoro lo realizza con i “vuoti a rendere”, i retrobottega di un supermercato e le cauzioni sulle bottiglie di birra rese. Neanche lì resisterà indefinitamente, perché liberismo, globalizzazione e automazione gli tendono ogni tipo di trappole: nella fattispecie sarà una macchina automatica a sostituire il suo lavoro con le bottiglie vuote.
Di nuovo, dal film spunta la critica di questa sciocca automazione. La macchina funziona male, ma soprattutto non può svolgere quella funzione sociale che Josef ricopriva, e che faceva bene anche ai rapporti del supermercato coi suoi clienti.

Josef (e i due Sverák che agiscono dietro di lui) non vuole, né può, mettersi a riorganizzare le sciocchezze del mondo. Lui si limita a risolvere la vita dei colleghi (“Parlantina” e l’addetto alla pressa), a trovare un nuovo amore per la figlia, a risolvere le fobie degli ex colleghi insegnanti, a far prendere una salutare paura a sua moglie incartapecorita.

Niente di importante, verrebbe da dire… D’altronde, come pensano molti, “la storia è finita” e non ci sono più compiti importanti da svolgere, né per la società nel suo insieme né per i singoli.
Forse. O magari, come suggeriscono gli Sverák, c’è stato da far crollare prima il muro di Berlino e poi quello di Wall Street, e da raccoglierne le macerie.
Alla faccia della storia che, come tutti sanno, “è finita”.


Cine-filosofia (da quattro soldi)
Il "grande vecchio" di Gran Torino
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Si può invecchiare bene o male. Si possono odiare i giovani perché hanno ancora tutta la vita davanti; o farsi carico di proteggerli, e vigilare su di essi. Come fa il vecchio Clint in questi suoi meravigliosi film.

Lezione di antirazzismo
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I fratelli Cohen tornano ai loro fasti con un film secco e disperato
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(Sabato 4 Aprile 2009)


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