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Il nuovo film di Gwyneth Paltrow

Two lovers

La banalità del "sogno americano"


di Pino Moroni


Il cinema americano ci ha abituato spesso a dividere New York o la stessa America in due: una zona con una parte sociale povera o quantomeno piccolo borghese ed una zona con una parte sociale ricca o quantomeno medio borghese. L’aspirazione degli uomini e donne delle prima zona o parte sociale è stata sempre quella di passare dall’altra parte. A costo di duro lavoro, faticosi e dolorosi compromessi o grande fortuna (l’occasione di una vita).
È la base da sempre del "self made man" o del "sogno americano".

Dopo quindi una pletora di film del genere, il film Two lovers di James Gray (autore di Little Odessa 1994, The Yards 2000, We own the night 2007) semplicizza questo concetto, in una sceneggiatura ridotta a post-realismo da Richard Menello e dallo stesso regista.


Dialoghi e situazioni terra terra , al livello di una sit-com, sviluppati però con un tono sincero e di verità assoluta. I due interpreti aspiranti al gran passo del sogno americano sono Leonard (Joaquin Phoenix), un romantico fuggiasco filo-suicida, che non vuole finire dietro il banco di lavanderia come suo padre. E una ragazza disinibita e altezzosamente arrivista, Michelle (Gwyneth Paltrow) che ha agganciato un avvocato sposato, socio di uno studio di avvocati. Mi ha ricordato il tenero eppur duro film di Billy Wilder L’appartamento (1960). Michelle, povera ma bella sogna di andare all’opera, ma in serata di gala, aspettando che l’amante lasci la moglie. Leonard (come Jack Lemmon con Shirley MacLaine) aiuta, soccorre e si innamora della vicina quando questa si ritrova con un aborto. Sono passati 50 anni, la storia è pressappoco la stessa, ma cambia il lieto fine.

Malgrado Leonard sprema tutto il suo fascino ed il suo sesso per spingere Michelle a tentare la grande occasione a San Francisco, lei conquista il suo posto al sole a New York con il divorzio dell’avvocato.
Leonard dovrà ripiegare su un matrimonio di convenienza con la figlia del socio di papà, nel grigiore puzzolente delle lavanderie tecnologiche.


Parti chiave del film sono i piccoli viaggi dalla Little Odessa di Brooklin (dove vivono il tenebroso Leonard e la belloccia Michelle) al centro sfavillante di Manhattan: ad una discoteca di moda dove occorre prenotare, alle halls degli uffici legali dove parcheggiano Mercedes brunite, ad un ristorante in voga dove la gente impeccabile sembra falsa.
Tutto con una musica sempre ruffiana che accompagna riprese patinate. Perché quello rappresenta il paradiso, il luogo dove arrivare, per gli americani tutti.
Altrimenti, come per l’irrequieto ma troppo sensibile Leonard, ci sarà una festa di capodanno in famiglia a regalare l’anello di fidanzamento alla brava ragazza che vuole aver una casa modesta ed un buon marito da accudire.
Emblematici i gusti della banale sposina: migliore ed unico film conosciuto Tutti insieme appassionatamente.


Alla fine sono rimasto con un dubbio: la banalizzazione della storia più comune d’America da parte del regista James Gray è un quasi-capolavoro o solo una vuota rivisitazione?


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(Giovedì 16 Aprile 2009)


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