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Tre commedie dei nostri tempi

La nobile arte della commedia

"Fuori menù", "La ragazza del mio migliore amico" e "Diverso da chi?"


di Piero Nussio


Qualche volta fa piacere essere smentiti dalle circostanze: ero andato a vedermi Diverso da chi? solo per avere conferma di una cosa di cui ero fermamente convinto, che gli italiani sono ormai incapaci di produrre un film medio, di buona qualità, soddisfacente per lo spettatore.
«Value for money» (qualcosa di valore in cambio del denaro pagato) dicono gli americani –molto diretti e pragmatici come al solito- per sottolineare il diritto che ha l’acquirente di avere un prodotto di buona qualità a fronte di un costo d’acquisto.
Il diritto al “valore”, nel caso di un film, non presuppone un’opera indimenticabile, un capolavoro dell’arte cinematografica. Lo spettatore pagante ha diritto a vedere una buona pellicola, che lo faccia divertire –o palpitare, secondo il genere- e che gli proponga temi e riflessioni interessanti. Non c’è il “diritto al meraviglioso”, che semmai è un dono inconsapevole che l’autore può fare al suo pubblico, specie se non si mette l’obbligo di farlo, e se accetta la possibilità remota che ciò possa accadere. E, soprattutto, non c’è “l’obbligo della predica”: un film è uno spettacolo (casomai l’avessimo dimenticato) e il “messaggio” più è inconsapevole meglio è.

Diverso da chi?


Queste riflessioni mi hanno sempre guidato nello scegliere i film che mi propongono le sale, specie nel caso di “opere prime”, di nuovi registi o di prodotti “non di culto”. E queste riflessioni portavano sempre ad evitare le pellicole italiane di genere, ed a preferire i solidi prodotti stranieri (specie americani).
Riflessioni che non devono poi essere granché diverse da quelle della maggior parte del pubblico, visti i risultati al botteghino delle gran quantità delle opere italiane. Decente, spesso ricca, per le opere di nessuna qualità (lo spettatore si aspetta poco dai “cinepanettoni” e dalle “vanzinate”, poco ottiene, ed essendo di bocca buona ed affamato di spettacolo divertente, affolla le sale in quei casi). Quasi inesistente, invece, il pubblico per i film di un livello appena superiore, che cercherebbero un pubblico di palato leggermente più fino, e riescono invece sempre a deluderlo con malagrazia, pretenziosità e supponenza.

Quindi, come altri, sono andato a vedere –di recente- una commedia di produzione spagnola, ed una di produzione americana.
Fuori menu (“Fuera de carta”, Spagna 2008) è l’opera prima di Nacho G. Velilla, autore e regista di sitcom per le televisioni spagnole (“Un medico in famiglia” e simili). Nonostante la pubblicità italiana tenti di ingannare il pubblico collegandolo il film ad Almodovar, l’opera di Velilla è tutt’altra cosa. Le uniche caratteristiche che li collegano sono la nazionalità e le tematiche gay, ma in “Fuori menù” la chiave scelta è quello della commedia (“sofisticata” si sarebbe detto tempo fa), e il modo di trattare un tema difficile ha una leggerezza difficile da trovare altrove.

Fuori menù


Un critico spagnolo ha detto: «La maggioranza delle gag funziona bene, la storia è credibile, si configura come una commedia per tutta la famiglia, ed è un buono spettacolo». E poi si mette a lodare l’apertura mentale della Spagna zapaterista, che preferisce far vedere “a tutta la famiglia” questi temi omosessuali un tempo scomodi piuttosto che i thriller dove regna la violenza fisica e l’orrore. Vedendo il film –lo confesso- anch’io invidiavo la leggerezza nel trattare un tema difficile, e la grazia della realizzazione. Casomai, volendo essere malevoli, è l’aria un po’ “televisiva” che rischia di disturbare lo spettatore. Ma l’invasione del piccolo schermo nelle nostre vite è oramai così ossessiva, che queste colpe –in un prodotto di genere- si possono certamente definire veniali.

Fuori menù


La commedia di produzione americana è più ricca e blasonata, trattandosi di La ragazza del mio migliore amico (“My Best Friend's Girl”, USA 2008), opera ennesima dell’onesto professionista Howard Deutch, specializzato in “parti II” dei film di successo (“FBI: Protezione testimoni 2”, “La strana coppia 2”, ecc.).
Soprattutto, la “parte 2” principale è quella della protagonista Kate Hudson, nuova reginetta della commedia e “parte 2” biologica, essendo figlia della precedente reginetta della commedia USA, quella Goldie Hawn ancora sulla cresta dell’onda hollywoodiana, ma vera star della commedia degli anni ’70-’80.

La ragazza del mio migliore amico


Tanto pedigree e l’ambientazione a Boston avrebbero potuto far sperare in un’opera più sofisticata e leggera, ed invece si va un po’ sul pesante sulle battute, a cominciare da lavoro di “pezzo di merda professionista” (“professional asshole”) del protagonista maschile, che si fa pagare dai fidanzati traditi per mostrare alle rispettive ex-fidanzate quanto infame possa essere il comportamento di un uomo, e farle tornare a desiderare il bravo ragazzo che avevano mollato. Il riferimento dello sceneggiatore (Jordan Cahan, questo all’opera prima) è il film Harry, ti presento Sally (“When Harry Met Sally” USA 1989), famosa commedia nella quale Meg Ryan (altra regina del film leggero americano) mimava un orgasmo seduta al bar. Il mito è citato più volte, sia di nome che nelle situazioni, ma nel confronto l’opera di oggi ci perde sempre.
Pur fra queste pecche, lo spettatore riceve comunque il suo «value for money», dato da una realizzazione professionale/industriale, parecchie gag divertenti, recitazione buona, situazioni credibili, ritmo spumeggiante, e una narrazione che non ha cadute di racconto. Ed esce abbastanza soddisfatto dal cinema, pronto addirittura a sorbirsi anche un’eventuale “parte 2”.

La ragazza del mio migliore amico


Invece, come la maggior parte degli spettatori italiani di cinema, la maggior parte delle volte che mi lascio coinvolgere da un film di genere italiano ne esco deluso e rammaricato, convinto di non aver affatto ricevuto alcun “value” in cambio del mio “money”. E questo accade anche con i cosiddetti “mostri sacri” del genere (Carlo Verdone, Francesco Nuti, Leonardo Pieraccioni, e Co.). Finita l’epoca di Comencini, Monicelli e Scola, la commedia italiana s’è persa e non riesce ancora a ritrovarsi.
Perciò, anche quando è uscito Diverso da chi? mi sono ben guardato dall’andarlo a vedere, preferendo qualche altro prodotto straniero, di riuscita più sicura. Di chi mi sarei dovuto fidare? Di Umberto Carteni, regista alla sua opera prima? Di Claudia Gerini, universalmente famosa per il «Famolo strano» con Verdone? Oppure di Luca Argentero con il pedigree del “Grande fratello” ? Poi certi film nascono sfortunati, e non per colpa loro: Diverso da chi? si è quasi sovrapposto in sala con Milk, dove uno storia parallela di politico gay era interpretata da Sean Penn.

Voi chi avreste scelto fra Luca Argentero e Sean Penn? Così, se non fosse stato per la rassegna Bimbi belli con cui Nanni Moretti presenta nel suo cinema Sacher di Roma le opere prime dell’anno, mi sarei perso una interessante pellicola.

Diverso da chi?


Mi ha fatto piacere essere smentito dalle circostanze: Diverso da chi? è uno delle pochissime commedie italiane degne di essere viste, che danno veramente «value for money» allo spettatore, interessandolo e divertendolo, intrattenendolo piacevolmente. Umberto Carteni è all’opera prima, ma ha alle spalle molto mestiere acquisito come aiuto regista e con la misura dimostrata negli spot pubblicitari (Lavazza e Telecom). Claudia Gerini, ben diretta, mostra capacità interpretative che finora erano rimaste abbastanza nascoste. Il soggetto e la sceneggiatura di Fabio Bonifacci, soprattutto, collegano quest’opera ai pochi altri film interessanti nello scarno panorama italiano dell’ultimo decennio: Si può fare, Amore, bugie e calcetto, Notturno bus e E allora mambo!.

Non solo, ma dal paragone con le altre due commedie che ho visto in questo periodo Diverso da chi? esce nettamente vincente. Meno “gioco sporco” di La ragazza del mio migliore amico ed una gestione più interessante di Fuori menu dei medesimi temi (mondo gay e gastronomia). Il film italiano, in più, aggiunge la tematica politico-sociale che –pur nella leggerezza della trattazione- dà un maggiore spessore al film di genere.

Umberto Carteni, aiuto regista di Tornatore e direttore di Harvey Keitel in quel di Toscana, ha –a mio modesto avviso- un gran futuro nel film di commedia, ma gli converrà forse usare (per meglio far presa sul diffidente pubblico italiano) il cognome della sua moglie inglese…


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(Mercoledì 8 Luglio 2009)


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