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Oggi a Gorizia per ricevere il premio all'opera d'autore

Paul Schrader

"Hollywood è in crisi, ora scrivo per Bollywood"


di Oriana Maerini


Gorizia. Oggi è il suo compleanno e Paul Schrader riceve dalla città e dal festival internazionale alla migliore sceneggiatura - Premio Amidei, nella prestigiosa sala del conte del castello, il sigillo trecentesco ed il Premio all’Opera d’Autore 2009. Simpatico e pessimista lo sceneggiatore di alcuni dei più importanti film di Martin Scorsese quali Taxi Driver e Toro scatenato dice, citando la battuta di un film, di meritare la fama in quanto abbastanza vecchio come un edificio ed un politico. Ma Schrader annuncia anche la morte del cinema tradizionale e fa capire che in un prossimo futuro si dedicherà alla scrittura televisiva. Oltre ad essere un grande sceneggiatore ha anche firmato la regia di alcuni capolavori dagli anni Ottanta a oggi come American Gigolo, Il bacio della pantera e Affliction. E’ stato inoltre critico cinematografico e teorico del cinema, il che ha permesso di collegarne l’attività alle forme varie della scrittura cinematografica che il Premio divulga.
Stasera evento speciale del festival con la visione, in anteprima nazionale, di Adam Resurrected, il suo film film.




Perché ha scelto di girare Adam Resurrected?
Ho sempre cercato di fare cose originali, mai sperimentate prima. Non sono ebreo e non sentivo il bisogno di girare una pellicola sull’olocausto anche perché molti l’hanno già fatto molto bene prima di me, ma sono stato attratto dalla potenza delle storia narrata nel libro di Yoram Kaniuk, e dalla forza della metafora che contiene. Si parla di un uomo che è scampato all’olocausto perché è stato costretto dal gerarca nazista a fingere di essere un cane e del suo rapporto con un bambino che è stato allevato come un cane. La differenza fra questo film è gli altri sull’olocausto è che i secondi si basano su fatti reali, il mio, invece, è opera di pura finzione. Per questo la pellicola, come del resto anche il libro, sono stati accolti in Israele in modo molto controverso.

Nella sua cifra stilistica usa molto la metafora, perché?
Non parto mai da una metafora, ma da un problema, di solito personale. Quindi per capirlo e sviscerarlo lo trasformo in metafora e poi scrivo la trama della storia. Il mio stile di scrittura è sempre lo stesso, non è mai cambiato negli anni.

Quando ha iniziato a fare cinema negli anni 70 era consapevole di introdurre un linguaggio diverso?
Si e no. Facevo parte della prima generazione di sceneggiatori-registi che avevano frequentato una scuola di cinema e conoscevo tutto sul linguaggio cinematografico e sulla storia della settima arte. Ero quindi consapevole di voler fare qualcosa di diverso, di voler stravolgere le regole. C’erano molte storie nuove da raccontare perché la società era in evoluzione. Non mi rendevo invece conto dell’eccezionalità di quell’epoca: un momento in cui si realizzavano tutta una serie di rivoluzioni da quella sessuale a quella dei diritti politici e sociali. Non ero consapevole del fatto che quell’era così straordinaria sarebbe terminata.

Lei è critico, sceneggiatore e regista, come concilia queste tre forme di fare cinema?
Sono nato come critico cinematografico e ancora oggi continuo a scrivere. Sfortunatamente nel cinema non si può essere critici e registi al contempo: ci sono in giro troppe persone dotate di ego spaventoso e “pelle troppo sottile”. Non ho scelto di fare lo sceneggiatore o il regista per raggiungere fama e successo ma solo perché avevo un bisogno personale di usare la fiction come terapia e quindi ho scelto il mondo del cinema. Ho scritto Taxi driver perché avevo il desiderio di descrivere la bestia che all’epoca viveva in me: è così che sono diventato sceneggiatore.

Oggi la tv offre, più del cinema, la possibilità agli sceneggiatori di creare storie drammatiche, lei scriverebbe una serie tv?
Il cinema si può considerare una delle forme d’arte del ventesimo secolo ma oggi girare film seri non è più possibile e la tv via cavo è diventata una palestra per gli sceneggiatori più bravi. Anch’io ho pensato a questo mezzo perché non so fino a quando riuscirò a fare cinema. Il problema è che la televisione assorbirebbe totalmente per almeno cinque anni e per ora non sono pronto per dedicarmi ad un solo mezzo di espressione.

Come è cambiato il modo di fare cinema con l’avvento delle nuove tecnologie?
Quando ho iniziato, a cavallo fra gli anni 60 e 70 il cinema attraversava una profonda crisi di contenuti ma oggi vive una crisi ancora più profonda. Le nuove tecnologie stanno cambiando la modalità di fruizione, il rapporto fra l’oggetto filmico e la percezione dello spettatore. Il modo classico di andare al cinema per vedere un film è in via di estinzione. Intendiamoci non sono un nostalgico che si rifugia nel passato e credo che si stia aprendo un nuovo mondo fatto di nuove potenzialità. Prima gli sceneggiatori partivano dai fatti che influenzavano il contenuto di un film; ora è la tecnologia che influenza tutto, anche il modo in cui si gira e si pensa una storia.

Progetti futuri?
I film che ho realizzato in passato oggi in America non si possono più realizzare; il cinema indipendente sta morendo ed io mi adatto ai tempi. Ho scritto tre sceneggiature diverse: una, molto commerciale, l’ho venduta a Hollywood, un’altra l’ho scritta per Bollywood ed infine sto cercato di realizzare un film d’azione in Messico. Poi, visti i cambiamenti economici mondiali, sto vagliando la possibilità di scrivere sceneggiature per la tv via cavo.



(Mercoledì 22 Luglio 2009)


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