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Due film scelti fra la sarabanda di pellicole e autori

Visioni Veneziane: "Cosmonauta" e "Lourdes"

Due registe che illustrano temi sociali


di Francesco Castracane


Venezia. Nella sarabanda di grandi autori e star hollywoodiane abbiamo scelto di recensire due film "particolari" della mostra veneziana che esaminano temi sociali dell'impegno politico e della fede. Pellicole cariche di significato e spessore che usano la settima arte per far riflettere sul passato della nostra storia recente e sul fenomeno dei supermarket della fede.

"Cosmonauta"
Film della regista esordiente Susanna Nicchiarelli, che ne ha curato anche la sceneggiatura, è un delicato ed ironico racconto che ha per protagonista una bambina comunista figlia di un padre molto legato al partito, e della sua crescita nell’Italia di borgata a cavallo fra gli anni ’50 e ’60. Presentato nella sezione “Controcampo italiano” del 66° Festival del Cinema di Venezia, ha ricevuto 10 minuti di applausi dal pubblico presente in sala. La vicenda narra la storia di Luciana che, assieme al fratello Arturo, sogna la vittoria dei cosmonauti sovietici, che nell’immaginario collettivo dei comunisti dell’epoca rappresentava la vittoria della tecnologia del proletariato sul capitalismo. Sullo sfondo del film c'è il Trullo, borgata popolare di Roma, che accompagna la sua crescita dall'’infanzia all'adolescenza, attraversata dai dibattiti all’interno della sezione del PCI. In permanente equilibrio fra l’ironia, la nostalgia e il dramma, la regista tratteggia un Italia che non c’è più e ne descrive la fine con tenerezza.
Il film ha molti premi ma anche un difetto. I primi sono rappresentanti dallo sguardo tenero e rispettoso dei personaggi e della periferia nella quale si muovono. Il film è, infatti, stato girato realmente al Trullo, è questo è positivo, poiché pochi registi italiani si allontanano dai soliti posti, fotografati come cartoline linde e pinte. Invece la regista ha respirato l’aria del quartiere e ha filmato senza le solite rappresentazioni antropologiche parapasoliniane. Sembra che in Italia non si possa parlare delle periferie senza dover pagare un tributo a Pasolini e al suo modo di vederle. La regista poi attua una riflessione sulla difficile condizione della donna, anche all’interno del partito comunista dell’epoca, che scontava le difficoltà della militanza all’interno di una struttura politica fortemente moralista e maschilista.
Il difetto, invece, è quello di indulgere un po’ troppo nella visione di quegli anni come di un periodo felice e innocente dove tutti erano più buoni. In questo forse la regista e simile a molti altri autori italiani che continuano a parlare del passato prendendo raramente posizione sul presente. Potrebbe sembrare un film politico ma non lo è assolutamente, mancando la lettura ideologica della realtà che invece viene illustrata con estrema delicatezza e attenzione alle singole sensibilità dei protagonisti. Gli attori sono tutti bravi ma meritano particolare citazione Claudia Pandolfi, Sergio Rubini e Pietro del Giudice. Al film era accompagnato un delizioso e divertente cartone animato intitolato “Sputnik 5”.
In questo ultimo periodo, il cinema italiano sta cominciando a riflettere sulla sua storia recente e sta cercando di demolire alcuni stereotipi che si erano fissati nell’immaginario collettivo. Con “mio fratello è figlio unico” si è attuata una riflessione sui punti di contatto fra la cultura di destra e quella di sinistra nel mondo giovanile degli anni ’60, mentre Tornatore e Nicchiarelli tentano una ridefinizione della storia del comunismo italiano, situandolo in un luogo mitico e decretandone la fine. Questa ridefinizione, necessaria perché mai attuata fino ad oggi, permette alla società italiana di fare i conti con il proprio passato senza però capire quanto di quel passato sia ancora oggi presente.

Una scena di "Cosmonauta"

Lourdes

Altro film molto bello visto a Venezia quello della regista tedesca Jessica Hausner, che è stato presentato fra i film in concorso. Pellicola gelida e agghiacciante, racconta la storia di un invalida che si reca a Lourdes e riceve un miracolo. La regista, cattolica che ha abbandonato poi la fede, pone molte domande allo spettatore: perché Dio fa un miracolo a una persona e non ad un’altra? E poi, c’è ancora la Fede in questa moltitudine di persone che va a Lourdes o è solamente superstizione?
Va riconosciuto, che al di là dello sguardo algido, c’è un profondo rispetto per il dolore, la sofferenza e le speranze di coloro che si recano a Lourdes per guarire dalle proprie malattie, fisiche o psichiche. Ma il finale aperto non prende posizione e lascia lo spettatore davanti ai suoi dubbi. Il Sacro probabilmente non è spiegabile ma non è neanche possibile trasformarlo in un supermarket del miracolo. E' forse nata l’erede di Bunuel?

Una scena di "Lourdes"



(Lunedì 7 Settembre 2009)


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