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Dove sono finiti trent'anni di cinema italiano

Di Me Cosa Ne Sai

Analisi amara e realistica sulla fuga dalle sale


di Francesco Castracane


Venezia - Valerio Jalongo è un regista a intermittenza. Come nel mondo del lavoro ci sono lavoratori intermittenti, anche nel cinema ci sono coloro che si mettono dietro alla macchina da presa quando possono. Jalongo lo precisa, nel film da lui diretto: “faccio l’insegnante e ogni tre-quattro anni realizzo un film”. Nello specifico, questa volta ci troviamo di fronte all’ennesima indagine sulla crisi del cinema italiano. Un film oggettivamente ben costruito, con un ottima ricerca di archivio, che permette alla pellicola di scorrere veloce e di essere visto senza noia.
La tesi di fondo, condivisibile fino a un certo punto è che il cinema è entrato in crisi per colpa degli altri. Jalongo nota che fino agli anni Settanta il cinema italiano dominava la scena internazionale, arrivando perfino a fare concorrenza a Hollywood. Poi, nel volgere di pochi anni, il rapido declino, la fuga dei nostri maggiori produttori, la crisi dei grandi registi-autori, il crollo della produzione.
Nell’analizzare le cause del declino, il regista accenna vagamente alle responsabilità dei cineasti italiani, poiché è più facile ritenere che una serie di eventi concatenati esterni a sé abbia provocato la crisi.

Nonostante lo svolgimento del film, attraversato da personaggi simpatici come Felice Farina, altro regista che cerca di recuperare una sua pellicola perduta, a mio parere Jalongo non affronta uno dei nodi fondamentali del cinema italiano, ovvero la sua autoreferenzialità.
Anche porsi delle domande retoriche, come quella che viene rivolta da Bernardo Bertolucci al pubblico:“Sarebbe possibile oggi ‘Salò’?”, altro non è che un guardarsi indietro del cinema. Gli operatori del cinema, sono immersi nella cultura italiana, che in questo ultimo decennio ha guardato soprattutto indietro, al passato. E’ forse qui è uno dei problemi di chi svolge questa attività in Italia, avere avuto davanti a sé una generazione di grandi registi che hanno realizzato grandi film, ed essere rimasti imprigionati nell’incantesimo del “film d’arte”. Se ci si confronta con i grandi ci si sentirà sempre piccoli.
Inoltre, escluso alcune lodevoli eccezioni, la maggior parte di chi vuole fare film, è posto in una realtà autoreferenziale separata dalla vita reale del paese. Massimo rispetto per i cineasti che protestano per il taglio dei fondi del FUS, ma costoro non si sono mai mobilitati, quando i governi, di ogni colore politico, tagliavano le spese sociali, abbattevano il fondo per la non autosufficienza, distruggevano la sanità e la scuola pubblica, assottigliavano le spese per i più poveri.

Però forse, nello stesso film di Jalongo c’è una soluzione: sono due persone, quelle minori, che magari non compaiono neanche nei titoli di coda. Uno si chiama Sancassani ed è il gestore del cinema “Mexico” di Milano, che ha creduto in un film che gli era piaciuto, “Il vento fa il suo giro” e lo ha tenuto in programmazione nel suo cinema per mesi. L’altro è un vecchio signore calabrese, che negli anni '50/'60 girava la Calabria con un proiettore facendosi tutte le sagre di paese e portando il cinema in luoghi dove nessuno aveva mai visto un film. Un evento che diventava rito con le persone che uscivano da casa con la loro sediolina e si vedevano il film.
Jalongo, quindi, forse senza saperlo, indica la soluzione. Nel deserto culturale di oggi, bisogna riprendere a portare i film cinema tra la gente, ad organizzare piccole proiezioni ovunque sia possibile, forse aprire un cinema, non grande magari, ma che sia il risultato di un impegno minore ma necessario per battere questo clima culturale di disfacimento. Chissà, magari si deve ripartire da lì, da una sorta di guerriglia culturale.



(Giovedì 10 Settembre 2009)


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