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La condivisione di una insostenibile colpa

Lebanon

Il Leone d'oro di Venezia è in sala da venerdì 23 ottobre


di Sandro Russo


Non sei mai stato dentro a un carroarmato, prima, ma dopo questo film puoi dire di averlo fatto. Ti senti in una scatola chiusa da tutte le parti, immerso in un rumore continuo attraverso cui a malapena riesci ad ascoltare cosa dicono gli altri.
Fa caldo; il sudore e il grasso ti si appiccicano addosso.
Aspetti che succeda qualcosa, che non è mai qualcosa di buono. Ti muovi quasi alla cieca - verso l’annullamento o verso la salvezza? - in un vibrazione ferrosa a cui poco a poco ti abitui. Quasi a tutto riesci a fare l’abitudine; anche a guardare fuori con quell’unico occhio metallico, che si sposta con un lieve stridìo e con una visione limitata. Ma è l’unico aggancio al mondo di ‘fuori’.
Forse anche all’odore ti abitui: di sudore, di sangue, del liquido oleoso che si raccoglie sul fondo del carro. Riesci quasi a sentirlo – tu spettatore - trasudare dalle immagini.


Al sole, non ti abitui, le rare volte che si apre la torretta; al suo irrompere nel buio, come un invasore che rende i volti troppo luminosi da guardare; che fa strizzare e lacrimare gli occhi.

Non ti abitui a guardare il mondo attraverso quelle linee a croce che mostrano, nel punto dove convergono, l’obbiettivo “a fuoco”: qualunque cosa sia - un ostacolo, una macchina, una persona - che può essere eliminata semplicemente sfiorando un grilletto.

- Levami quella croce di dosso – dice alla radio il capitano dell’unità di fanteria di cui il tank ‘rinoceronte’ fa parte, mentre si avvicina per parlare ai carristi, dentro il blindato.


“Lebanon” costituisce un’immersione totale dentro a un carro armato che si muove in appoggio ad un reparto di incursori, con il compito di ‘ripulire ‘ un villaggio già ‘spianato’ dall’aviazione. Gli ordini sono poco chiari, brandelli di conversazione, un quadro sempre parziale della situazione di cui altri sembrano avere il controllo, non certo i quattro giovani - tutti sui vent’anni o poco più - che mandano avanti il carro: Assi il capocarro, Shmulik l’artigliere, Hertzel il servente e Yigal il pilota. Quattro ragazzi di vent’anni o poco più; oltre a Jamil, il comandante del reparto di fanteria, anche lui abbastanza giovane. Impareremo a riconoscerli durante la storia.
La finalità dell’azione, che sembra chiara all’inizio, diventa via via più confusa. Il carro armato perde il contatto; viene danneggiato e rimane isolato, con il suo carico di disperata umanità.

Questa, molto in sintesi, la storia del film Lebanon che ha vinto l’ultimo Festival di Venezia e che sta per arrivare nelle sale italiane.


Fare un film non è mai facile, per motivi diversi, ostacoli di ogni genere; più spesso difficoltà esterne.
Ma alcuni film sono una discesa all’Inferno: nella carne viva dell’autore. Questo, in particolare (storia, sceneggiatura e regia di Samuel Maoz, 2009), e un altro recente, sulla stessa maledetta guerra di Israele in Libano dell’82: Valzer con Bashir (Ari Folman, 2008).
Scritti, girati, fortemente voluti e sofferti dagli Autori – che sono stati in prima persona coinvolti in quegli eventi, mentre accadevano - al pari di una terapia psicoanalitica.

Nei due film citati, dalle stesse premesse si sviluppa un diverso modo di raccontare e viene tratto materiale filmico del tutto differente, ma in entrambi i casi di prim’ordine.
In Bashir – originale trasposizione di figure umane in cartoni animati - il riempimento graduale del ‘buco nero’ della memoria del protagonista su quel che gli era davvero successo in guerra, con un accumulo di prove che non gli è più possibile eludere.
In questo Lebanon la memoria "impressionistica" di quell’esperienza; l’immersione totale nell’abitacolo del carro armato, a vivere la stessa esperienza sensoriale ed emotiva dei quattro ragazzi, la frammentarietà delle notizie, il dubbio di non aver capito delle cose importanti fondamentali per la sopravvivenza, l’incertezza sull’esito della missione e sul loro stesso destino…

Un film neanche particolarmente claustrofobico, dato il soggetto, in cui lo spettatore vede e sa solo quello che i componenti l’equipaggio del carro sanno e vedono.
Primi piani all’interno e sequenze esterne viste nel mirino dall’occhio dell’artigliere Shmulik (Shmuel, Samuel è il nome del regista). Una condivisione totale: tu spettatore, in quelle circostanze, cosa avresti fatto?


«Una guerra atipica, quella dell’82 - dice Samuel Maoz alla conferenza stampa - perché era la prima volta che venivano chiamati alle armi giovani nati e cresciuti in Israele, ai cui occhi la difesa della patria era sentito come un dovere assoluto, tanto da non potervisi sottrarre. Ma anche una guerra mal organizzata, senza obbiettivi precisi, con un addestramento del tutto teorico; giovani alla loro prima esperienza sul campo: la ‘generazione Libano’, come viene indicata in Israele e come si riconoscono tra loro i reduci. Ragazzi che uccidevano per non essere uccisi, perché in una guerra non ci sono buoni e cattivi: ogni morale sparisce. Come non ha senso chiedere perdono. La colpa di chi ha ucciso non si può eludere. Molti di quei ‘ragazzi dell’’82’ saranno segnati per sempre da quell’esperienza; persone che hanno continuato la loro vita, magari avuto successo negli affari, si sono fatti una famiglia… Ma sempre con un grumo di dolore dentro…
Dopo tanti anni non ci si aspetta di essere perdonati
– dice il regista - ma di poter ricominciare a vivere con se stessi; con il peso di quella colpa.
Ogni soldato che torna con il suo dolore contribuisce all’esistenza di una società dolorosa; parlarne, metterlo fuori, è solo il primo passo
».



Lebanon

Scritto e diretto da Samuel Maoz.
Interpreti principali: Yoav Donat (Shmulik), Itay Tiran (Assi), Oshri Cohen (Hertzel), Michael Moshonov (Yigal), Zohar Strauss (Jamil), Dudu Tasa (ostaggio siriano), Reymond Amsallem (madre libanese),
Montaggio: Arik Lahav-Leibovich
Scenografie: Ariel Roshko
Colonna sonora originale: Nicolas Becker
Produzione: Metro Communications, Paralite Productions
Distribuzione Bim; uscita venerdì 23 ottobre 2009.
Colore - Drammatico - Durata 90 min.
Produzione: Israele, Germania, Francia, Libano
2009



Un film di animazione è il vincitore del Golden Globe
Valzer con Bashir
Il cuore di tenebra dell’uomo
È sempre più difficile fare film sulla guerra, tanto siamo bombardati noi stessi da immagini di orrore. Per questo film, di un autore israeliano contro la guerra, vale la pena fare un’eccezione.

Un piccolo, importante, film israeliano
Qualcuno con cui correre
Un altro messaggio forte, dopo "Juno" e "Once"
Non importa, sembrano dire insieme i tre film, le scelte ed i compiti che ci diamo. Importa che siano stati scelti da noi stessi, e perseguiti con coerenza e lucidità.

Nella mente di un kamikaze
Paradise Now
Uno dei migliori titoli dell'anno
Un film coraggioso ed emozionante.

A “Lebanon” del regista israeliano Samuel Maoz
Un Leone meritato
All'italiano "Cosmonauta" il premio della sezione controcampo



(Domenica 18 Ottobre 2009)


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