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Un grande spettacolo visivo di Carlos Saura e Vittorio Storaro

Io, Don Giovanni

Nelle sale da venerdì una nuova versione dell'opera di Mozart


di Piero Nussio


C’è una sorta di sfida, con un paio di amici, circa le possibilità di successo commerciale del film di Carlos Saura: io sono –tutto sommato- fiducioso che la pellicola sarà apprezzata dal pubblico in sala, così come è stata applaudita da un folto pubblico nella proiezione al Festival del cinema di Roma.
I miei amici, invece, ritengono che la costruzione un po’ artificiosa del “plot” le alienerà le possibilità di un apprezzamento da parte del grande pubblico.

E in effetti è difficile anche definire il genere, la caratteristica di base dell’opera. Non è, a differenza del film di Joseph Losey (Don Giovanni, 1979), una semplice trasposizione cinematografica dell’opera lirica. E, mentre il film inglese, si valeva di interpreti famosi come Ruggero Raimondi e Teresa Berganza, questa nuova opera ha dei cantanti bravi, ma poco conosciuti e poco significativi nell’economia generale.

Meno che meno il film di Saura è una di quelle infinite opere che il cinema ha realizzato in onore del famoso “sciupafemmine”, tanto per mostrare intrighi amorosi e belle ragazze: viene in mente, a partire dai tempi antichi, la Vita privata di Don Giovanni con il bellissimo Douglas Fairbanks (“The private life of Don Juan”, Inghilterra 1934), poi le Avventure di Don Giovanni dello spadaccino Errol Flynn (“Adventures of Don Juan”, USA 1948). Il segreto di Don Giovanni è invece un film italiano del 1947, con Silvana Pampanini e il tenore Gino Bechi, mentre Il maestro di Don Giovanni vede all’opera nel 1954 Gina Lollobrigida di nuovo con Errol Flynn.


Fa eccezione, in tanto piattume, Don Giovanni in Sicilia che Alberto Lattuada trasse dal noto romanzo di Vitaliano Brancati, ma era il 1967.
Di lì a poco il femminismo montante avrebbe spazzato via il mito del maschio conquistatore, relegando tali prodezze alla cronaca giudiziaria degli stupri o al regno minore del film scollacciato: Le calde notti di Don Giovanni (1971, con Barbara Bouchet e Ira von Furstenberg) o addirittura Don Giovanni e le pornovergini, capolavoro italo-tedesco facilmente classificabile (“Die Stossburg”, 1973).

Che c’entra, in tale compagnia, l’ottimo film del maestro spagnolo, impreziosito dalla “resa visiva” del maestro Vittorio Storaro?
I paragoni cinematografici che suscita il film sono con lo splendore formale dell’ambiente settecentesco curato da Stanley Kubrick per Barry Lyndon (1975), o con le scene veneziane di Giuliano Montaldo per Giordano Bruno (1973, sempre con Vittorio Storaro dietro la macchina da presa).

Oppure, dato l’ambiente e i personaggi, per Amadeus, il capolavoro sulla vita di Mozart che realizzò Milos Forman in America nel 1984.


Nel paragone fra i due interpreti di Wolfgang Amadeus Mozart, Lino Guanciale scompare in confronto all’interpretazione di Tom Hulce, ma ad esempio Ennio Fantastichini nei panni di Antonio Salieri non fa troppo rimpiangere il pur bravissimo Murray Abraham.
Non c’è il personaggio di Lorenzo Da Ponte in “Amadeus”, e ciò farà tirare un gran sospiro di sollievo a Lorenzo Balducci,l belloccio e scialbo protagonista di Io, Don Giovanni. “Annetta” non c’è nel film di Forman e nemmeno nella realtà, certo che per l’imbambolata Emilia Verginelli dagli occhi cerulei e dall’incerto passato cinematografico (“Il quarto sesso”), è meglio non rischiare confronti.

Eppure Io, Don Giovanni ha un grande pregio cinematografico, che forse non basterà a dargli un grande successo cinematografico, ma che può appagare la “voglia di cinema” dello spettatore. Ricostruisce, con fondali volutamente teatrali, con quinte mosse dall’aria, un leggero mondo settecentesco fatto di musica, teatro, spettacoli e “bella vita”, in cui la pesantezza dei secoli precedenti s’era dissolta in grazia ed eleganza. In cui la vita stessa, l’opera lirica e il teatro si confondevano fra vari piani (sempre e solo per le classi almeno un po’ abbienti), e gli artisti si muovevano liberamente fra Vienna, Praga, Venezia, Parma, Parigi.


A Venezia agiva ancora l’Inquisizione, ma i suoi verdetti si limitavano all’esilio dei condannati.
A Vienna si poteva mettere in scena un’opera licenziosa come “Don Giovanni” a patto che il reprobo fosse alla fine punito, Giacomo Casanova poteva agire da gran consigliere e Voltaire pubblicava –sotto forma di lievi racconti- i suoi saggi dirompenti che avrebbero provocato la rivoluzione francese.

Non erano ancora tempi di rivoluzione, ma la parabola di Lorenzo da Ponte (che il film solo accenna) può rendere ben conto del grande mutare dell’orizzonte.
Finirà cittadino degli Stati Uniti, e professore nelle locali università. E, con la sua progenie, darà vita a tutta una generazione di Da Ponte artisti, scrittori e professori universitari. Un bel risultato per l’ebreo convertito a forza Emanuele Conegliano, e per essere stato ordinato prete, con l’obbligo di castità.




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(Giovedì 22 Ottobre 2009)


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