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Quando nel film mancano gli attori

La truffa del "motion capture"

Da "A Christmas carol" ad "Avatar" i film dei pupazzi


di Piero Nussio


In teatro gli attori sono obbligati ad effettuare ognuna delle rappresentazioni di un’opera, e a provare (o comunque ben simulare) quelle emozioni che verranno offerte al pubblico, esattamente con le medesima successione temporale dei fatti narrati nella piece.

Nel cinema il meccanismo di registrazione “su pellicola” consente agli attori di recitare una sola volta e di essere poi visti –grazie anche al metodo del doppiaggio- in qualunque parte del mondo, contemporaneamente in migliaia di sale, di lingue e di luoghi.

Questa “semplificazione” ha dato al cinema gran parte del suo valore artistico e sociale, tenendo tracce ben visibili di tutta la sua storia evolutiva, e rendendo ogni opera un “bene condiviso” dell’intera umanità.

Gli attori di cinema, a differenza di quelli teatrali, non sono obbligati a provare le emozioni che si vuole rappresentare né ripetitivamente, né in ordine cronologico. Talvolta, anzi, sfruttando i meccanismi dei tagli, delle inquadrature, del controcampo e dei dettagli, non sono nemmeno obbligati a rappresentarle, quelle emozioni. Un buon regista e un bravo operatore alle luci e alla macchina da presa possono riuscire a tirar fuori “recitazione” anche dal più brocco degli attori cinematografici. Ma almeno, accidenti, quegli attori devono almeno esserci, e agire (come peraltro indica la stessa etimologia del nome “attore”, colui che agisce).

Il finto Tom Hanks di "Polar Express"


Ora, con l’ultima truffa perpetrata da produttori e distributori, gli attori non devono più nemmeno esserci. Viene spacciata col nome inglese di “motion capture” (o “mocap” per gli intenditori) e viene raccontata al solito pubblico addormentato e cretino (perché acritico, che non si pone domande e non cerca di capire quando viene truffato) con i termini complicati di chissà quale tecnica computerizzata e fantascientifica.
Ed invece si tratta di una banale truffa in commercio: se un’etichetta vi propone caviale e poi il vasetto non contiene uova di storione ci sentiamo truffati.
Se un manifesto propone un film con Tom Hanks (Polar express) o con Jim Carrey (A Christmas carol) a poi costoro non ci sono, perché non ci sentiamo truffati? Perché nessuno ha gridato forte che in quei film gli attori non c’erano?

La “motion capture” esiste, ed è una tecnica molto antica. Il primo “film” in assoluto della storia era un film “motion capture”, anche se non lo sapevano: Edward Muybridge, uno scienziato americano studiò nel 1878 un sistema per ottenere immagini in sequenza: collocò macchine fotografiche a distanze regolari, i cui scatti potessero essere azionati da fili di lana tesi, che un cavallo in corsa tirava incontrandoli su un percorso.
Questa “motion capture” permise di studiare meglio i movimenti di un cavallo in corsa e di realizzare uno dei primi film della storia.
Tali tecniche non sono state mai più abbandonate, ma si sono molto evolute sia per studiare meglio delle attività sportive che per motivazioni di tipo clinico e ortopedico (protesi e operazioni).
Esiste anche, in Italia, la SIAMOC, Società Italiana di Analisi del Movimento in Clinica, che si avvale di tecniche “mocap” per lo studio dei movimenti e della riabilitazione.

Il cavallo di Muybridge, nel 1878


Nel cinema, ovviamente, la tecnica è stata sfruttata e approfondita soprattutto per realizzare in maniera semplice dei trucchi che sarebbe invece difficile e costoso realizzare in altra maniera.
I “mostri”, ad esempio: fare King kong di cartone e gesso, e Il mostro della laguna nera di stracci e plastica costa più soldi e fatica che non far recitare la parte ad una controfigura insieme agli attori “normali” e poi intervenire con un montaggio di disegni, da animare fotogramma per fotogramma insieme alle scene riprese dal vero.
Il “motion capture” è essenzialmente questo: riprendere dei marcatori del movimento di una controfigura “vestita di nero” che recita insieme agli attori veri, per sostituire poi i punti impressi sulla pellicola con un’animazione da cartone animato.
E, visto che oramai neanche i geometri non disegnano più al tavolo col tecnigrafo, anche i “cartoni animati” si fanno oramai al computer animando dei personaggi “vettoriali”.

A qualche produttore, così, è venuta l’idea della truffa: perché strapagare degli attori capricciosi e costosi, quando posso farne un modellino Autocad e far poi recitare solo una serie di figuranti?

Così “la storia del cinema” sta vivendo un nuovo capitolo: il film senza attori, senza scenografie, senza costumi, senza esterni.
I film Autocad.

Niente a che vedere con gli onesti e fantasiosi film di animazione: Toy story, Robots, Cars, Mostri & Co., L’era glaciale, Wall-E sono –ciascuno a modo suo- dei piccoli gioielli di invenzione, poesia, umorismo, serenità. E sono pieni di contenuti e di tecnica.

No, sto parlando di quei sistemi che si sono sviluppati dapprima per i trucchi cinematografici (il primo forse è stato il personaggio di Gollum ne Il signore degli anelli).

Il personaggio di Gollum, da "Il signore degli anelli"


Poi la tecnica si è evoluta per rappresentare il movimento dei personaggi nei videogiochi (“Highlander” su Atari è forse stato il primo) ed i calciatori animati della serie “FIFA”.

Così si è di nuovo tornati al cinema, con i remake de La mummia (1999) e di King kong (2005), che hanno mandato in pensione i fantocci di Carlo Rambaldi (ET, Dune, Alien), ma mescolavano personaggi animati con attori e paesaggi ripresi dal vero.

Nel 2004 il grande salto: Robert Zemeckis produce e realizza Polar express un film di animazione in cui si vantava la partecipazione di Tom Hanks in ben cinque personaggi, senza che in realtà vi partecipasse nessun attore.
Segue, sempre per mano dello stesso regista, Beowulf nel 2007 con Angelina Jolie disegnata nuda e, ultimo ad oggi, A Christmas carol del 2009.

Gli attori sono pagati comunque: non per "agire", ma per concedere il proprio nome sui manifesti. I titoli di testa di “A Christmas carol” riportano la partecipazione di Jim Carrey, Bob Hoskins, Colin Firth e Gary Oldman, ma vi posso assicurare di non aver visto sullo schermo nessuno dei predetti attori. Solo dei ridicoli pupazzi (in 3D) del tutto innaturali e fastidiosi. Risibili proprio perché si cercava di farli apparire veri, ed il cervello si rifiutava di crederci.
Se poi qualcuno di questi nomi famosi si è fatto vedere in un qualche set non lo so, ma di certo non in veste di “attore”, di qualcuno che agisce di fronte a una macchina da presa.

Il male sembra aver preso piede perché stanno per arrivare sugli schermi anche le avventure di Alice nel paese delle meraviglie di Tim Burton e, con gran rumoreggiare di grancasse, Avatar di James Cameron.
Spero che questi due nuovi film utilizzino al minimo la tecnica "mocap", solo per i personaggi che è impossibile far interpretare agli attori veri, e che per il resto usino set, costumi e persone in carne ed ossa.

Una scena da "Avatar" di Jamas Cameron


Poiché parliamo della “prima linea” dei registi americani (Zemekis di Ritorno al futuro, Burton di Mars attacks!, e Cameron di Titanic) questi non possono non essersi accorti della completa innaturalità delle loro opere di anizione con gli esseri umani.
Sono costrette a fare scene buie e nere non per scelta stilistica –anche se il “gotico” è di moda- per nascondere meglio qualche trucco innaturale, come Topo Gigio si muove su fondo nero per non far vedere le mani dei burattinai.
Soprattutto, i personaggi si muovono come fantocci, come bambole di pezza, dando una sensazione di falsità allo spettatore che è paradossalmente molto più forte che nei film di pura animazione.

Alcuni di questi registi sono degli sperimentatori a tutto campo, come lo è il Tim Burton che vaga fra le piante carnivore di Nightmare Before Christmas e la storia dei B-movies come Ed Wood.

Robert Zemeckis, invece, ormai è diventato soprattutto un imprenditore, ha fondato la “Image movers” e l’ha poi rivenduta e, come George Lucas ha abbandonato gli esperimenti registici (Chi ha incastrato Roger Rabbit) per farsi soprattutto produttore e affarista.

Angelina Jolie disegnata in Beowulf


James Cameron è il più “affarista” del trio e, con l’unica lodevole eccezione di True Lies, non ha mai riso dei polpettoni che andava intessendo.
Avatar è un grosso sforzo produttivo e già il regista si è preparato ad attaccara anche dal fronte tecnologico: «Non più solo motion capture, ma e-motion capture!».
Tradotto dal complicato, si tratterebbe di non registrare solo la posizione di gomiti e ginocchia, ma anche delle espressioni del viso.

Buona fortuna! E buona fortuna a noi spettatori che rischiamo l’ennesima truffa.
Le foto in anteprima mostrano Sigourney Weaver invecchiata, ma in carne ed ossa, non il suo manichino. Ma non si può mai sapere con questi supposti “maghi del virtuale”.

Ridateci gli attori veri, ladri!


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Racconto natalizio con atmosfere gotiche

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Sprepitosa tecnologia e ottima letteratura per bambini fanno di questa favola natalizia un piccolo gioiello per i più piccoli

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(Martedì 22 Dicembre 2009)


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