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Approssimazioni artistiche di un regista in fallimento

Nine

8 ½ all’americana(ta)


di Roberto Leggio


Federico Fellini diceva che solo i sogni sono la vera realtà. Lo affermava in quanto secondo lui, nessuno ha un idea chiara di cosa sia la realtà, dato che la verità (di tutti noi) scaturisce dalle proprie fantasie personali. A vedere bene, Fellini, applicava questo assioma al suo cinema. Così buona parte dei suoi film diventavano capolavori assoluti. Accadde lo stesso con 8 ½ film di transizione della sua opera (fantasia e realtà si scontrano, si annullano, si amplificano e si scindono in un sogno ad occhi aperti) nel quale vestì e si fece incarnare da Marcello Mastroianni, alter/ego in crisi artistica e personale, sull’orlo di iniziare un nuovo film, senza avere un’idea precisa di quello che avrebbe voluto realizzare. Il film, per chi lo ricorda, segue il guazzabuglio di vicende del regista alla prese con i fantasmi del suo passato; una moglie che lo sta lasciando e un’amante pronta al suicidio, un film non scritto e che forse non verrà mai diretto. Una storia quasi autobiografica che ha generato milioni di omaggi e scopiazzature. Materia magmatica dal quale si potrebbe scrivere e parlarne per ore. 8 ½ è un capolavoro perché è un viaggio nel sogno di un uomo che reputa la realtà un caos dal quale si può uscire solo con un altro caos. Non è un caso che con un materiale come questo si è potuto trarne un musical di Broadway (che il maestro romagnolo disconobbe da subito) e adesso uno per il cinema.


A portarlo sul grande schermo con un certo sfarzo è Bob Marshall, regista di Chicago, il quale mette in scena un compendio del prototipo che non è un remake (è come si potrebbe), bensì un omaggio a Fellini, al suo cinema e all’Italia di allora (?). Veste Daniel Day-Lewis da Mastroianni (completo nero, camicia bianca e cravattino, ma senza capellaccio) e lo fa scontrare con le sue pene d’artista, d’amore e quelle psicologiche, attorniandolo di donne bellissime (Carillon Cotillard, Penelope Cruz, Nicole Kidman) molto modaiole e molto comparse, dove lo stereotipo italiano si erge su tutto, mamma e chiesa (cattolica) compresa. Il senso di straniamento assale da subito, perché la riscrittura di un capolavoro spesso non quadra con quello che sta alla base. Perciò niente pagliacci e Nino Rota, ma tanta coreografia (laccata) con ritmi retrò (il pezzo migliore in stile belle epoque è quello cantato da Judi Dench). Lo sfavillio della Dolce Vita si appanna in un film da guardare (anche se ci si annoia), da ballare (meglio da canticchiare), ma soprattutto da buttare.

Giudizio * ½

Grandi stars per raccontare Fellini ed il suo cinema
Cruz, Loren e Cotillard
Incontro a Roma con il "cast stellare" di Nine, 8 1/2 versione musical



(Venerdì 22 Gennaio 2010)


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