.


Film in uscita Recensioni Festival Eventi Sipario Home video Ciak si gira Interviste CineGossip Gadget e bazar Archivio
lato sinistro centro

Home Archivio      Stampa questa pagina  Invia questa pagina  Zoom: apri la pagina in una nuova finestra


Il nuovo film di Radu Mihaileanu, sulla falsariga di “Train de vie”

Il concerto

Ebrei e zingari alleati contro le follie del potere


di Piero Nussio


Lui, Héctor Cabello Reyes, sfugggiva al Cile del sanguinario dittatore Pinochet. L’altro, Radu Mihaileanu, sfuggiva alla Romania dell’altrettanto sanguinario dittatore Ceausescu. Entrambi si sono ritrovati in Francia, ad agire nel mondo dello spettacolo, del cinema e del teatro.
Radu Mihaileanu nel cinema, assistente alla regia con l’italiano Marco Ferreri (anche lui sovente “esule cinematografico” in Francia), Héctor Cabello Reyes come attore teatrale, poi autore di testi e –forse in seguito- anche come regista cinematografico.
L’incontro fra il cileno e il romeno è avvenuto per raccontare una storia russa, nata quando ancora laggiù si viveva la “stagnazione” del dittatore Brežnev, ma che perdura anche nei tempi luminosi dell’ex agente segreto Putin e di tutti i suoi tirapiedi di mafia e mercato. La storia, trovata su un ritaglio di giornale –e dunque sostanzialmente veritiera- è stata scritta dall’esule cileno Cabello Reyes e portata sullo schermo dall’esule rumeno Mihaileanu che, grazie al successo del suo Train de vie (1998) ha potuto mettere in piedi una coproduzione franco-italiana-rumena-belga che ha fanno venire alla luce il film Il concerto.


L’argomento del film è, fra tante nazioni coinvolte, soprattutto russo. Russo –per iniziare- perché il concerto che dà il titolo e il significato a tutta l’opera è il “concerto per violino e orchestra” opera 35 del compositore russo Pëtr Il'ič Čajkovskij (1840-1893), musicista romantico e autore d’opera e dei più famosi balletti classici. Nel 1877 va in scena al Teatro Bol'šoj di Mosca Lebedinoe ozero (Il lago dei cigni), op. 20 di Čajkovskij, che darà fama imperitura al compositore, al balletto e al teatro.
E proprio in quel teatro, ma poco più di cent’anni dopo, sta per andare in scena il “concerto per violino e orchestra” opera 35 di Čajkovskij, diretto dal maestro Andreï Filipov (Alexei Guskov), con una grande solista al violino di origine ebrea.
Solo che la Russia dell’epoca è divenuta una “dittatura a rotazione” e negli anni fra il 1964 e il 1982 è il turno di Leonid Il'ič Brežnev, considerato dalla storia più grigio e coriaceo che non sanguinario come i suoi coevi Ceausescu e Pinochet. E tantomeno è noto per il suo antisemitismo, attività in cui sono di certo eccelso al meglio i suoi colleghi Adolf Hitler, Benito Mussolini e Josif Stalin.

Ma, nel suo grigiore, anche Brežnev ha partecipato ad attività poco commendevoli, come l’invasione della Cecoslovacchia (1968) e dell’Afghanistan (1979), ed ha dato il via ad alcune purghe che hanno cacciato gli ebrei dalle loro mansioni della società per inviarli a proseguire le loro “attività contrarie al popolo” in appositi campi di vacanza in Siberia.


Per la nostra storia, capita sotto questo pogrom brezveviano la prima violinista del Bol'šoj, insieme ad altri musicisti ebrei dell’orchestra. Il direttore Andreï Filipov, pur essendo ariano (o dicevano “caucasico” in Russia?) si oppone al loro arresto e viene così rimosso dal suo incarico, per “attività contrarie al popolo”. Rimane però al Bol'šoj, nelle molto meno artistiche mansioni di uomo delle pulizie.
Trent’anni dopo è tutto cambiato. La Russia è tornata ad essere la “santa madre” ed i comunisti sono solo uno sparuto gruppetto di sopravvissuti. Ma nella sostanza ben poco è cambiato: il popolo continua ad arrabattarsi con la borsa nera, i cafoni al potere continuano a godersela (adesso si chiamano, più semplicemente, mafiosi), i vecchi orchestrali del Bol'šoj sono dispersi a fare cento lavoretti ed il vecchio direttore continua a fare l’uomo delle pulizie.
Ecco allora l’invenzione surreale (o realistica, giacché l’evento su cui si basa il film è realmente accaduto): l’uomo delle pulizie intercetta un fax in cui un teatro francese invita l’orchestra russa per un concerto, e decide di far rivivere l’orchestra di trent’anni prima. Così come in Train de vie gli ebrei di un villaggio avevano deciso di tentare la salvezza auto-sequestrandosi mascherati da treno nazista, stavolta i musicisti dispersi decidono di spacciarsi per l’orchestra ufficiale del Bol'šoj. Ma c’è una notevole differenza, rispetto ai finti nazisti di “Train de vie”, stavolta i musicisti sono veri, seppure inattivi da così tanto tempo.


Il film di Radu Mihaileanu, come la storia scritta da Héctor Cabello Reyes, scorre per tutta la prima parte sul registro del comico, con gustose descrizioni della vita “nuova” dei musicisti: chi guida un’ambulanza, chi commercia di contrabbando, chi fa la comparsa per le adunate dei comunisti, e chi è costretto a suonare alle feste dei nuovi ricchi, che si sparano a vicenda come nella Chicago degli anni ’30. La Francia è, per tutti loro, l’”altra sponda”, con il suo signorile nitore, l’eleganza dei suoi spazi e la ricchezza dei suoi luoghi. Quanto alla sostanza, la rapacità del potere si esercita lì come in Russia, e l’interesse culturale dell’istituzione parigina è più nel riparare il forfait di un’altra orchestra e le falle di bilancio dell’istituzione, che non nell’immortale musica del grande compositore russo.
Ma per fortuna degli spettatori, quelli del concerto dal vivo e quelli del film che ne racconta la storia, esiste un valore artistico che in molti sappiamo cogliere e in pochi sanno esprimere. Fra questi pochi ci sono gli interpreti e gli esecutori del film, ed il suo regista. Gli interpreti (i protagonisti russi Aleksei Guskov e Dmitri Nazarov e l’attrice francese Mélanie Laurent) devono agire da consumati musicisti, pur essendo semplicemente degli attori. Dmitri Nazarov (che interpreta Sascia) ha anche dovuto peggiorare il suo ottimo francese, per meglio rendere gli effetti comici del suo modo di parlare da emigrante russo. Gli altri interpreti, non meno importanti di quelli che appaiono “in video”, sono i reali musicisti, coloro che interpretano davvero il concerto di Čajkovskij. Sono ungheresi, l’orchestra sinfonica di Budapest, ma non sono riuscito a scoprire chi li diriga né chi sia il solista di violino. Una piccola omissione, nel cast di tutta un’opera, ma che somiglia troppo all’azione antisemita che dà luogo a tutti i drammi del plot: mi sento un poco Brežnev nell’ignorare a chi si debba l’esecuzione effettiva del concerto che dà il nome al film.


Il maggior contributo alla resa del concerto è comunque quello del regista, ed a lui va dato l’opportuno merito. Innanzitutto è riuscito –insieme al compositore Armand Amar- a togliere dieci dei ventitre minuti del concerto di Čajkovskij senza che l’ascolto ne debba troppo soffrire. I restanti tredici minuti sono “la polpa vera” del film e non a caso gli danno il titolo. La capacità di regia di Mihaileanu stabilisce un nuovo “primato”: nessuno aveva mai osato riprendere per ben tredici minuti un concerto e presentarli agli spettatori come sostanza primaria di un film (non solo come colonna sonora).

Radu Mihaileanu ha avuto a disposizione il teatro Chatelet di Parigi per sole quattro serate, e gli sono bastati per ambientarvi una così lunga e appassionante sequenza che vira il film dal registro comico-surreale a quello drammatico-sentimentale e dà significato a tutta la vicenda, rendendo tutta la tragedia di un abbandono, di una cacciata e di una morte nei gulag.


La famiglia di Radu Mihaileanu si chiamava Buchman, ed erano ebrei romeni. L’azione dei nazisti di Hitler, aiutati dai fascisti locali di Codreanu, portò al loro internamento nei campi di sterminio della shoah e al cambio di cognome in Mihaileanu dei pochi sopravvissuti. Sotto la successiva dittatura di Ceausescu la musica non cambiò, e Radu Mihaileanu dovette fuggirsene a Parigi. Anche in Russia l’antisemitismo era ben diffuso e costante sotto il regime comunista, e la storia raccontata nel “Concerto” ne dà un triste esempio.
È solo l’inventiva degli uomini, compresi quella sorta di “ultimi dell’umanità” che sono gli zingari, a superare le infamie del potere. E talvolta un bel film vale più di cento discorsi.

P.S.: E il pubblico se n'è accorto se il film, con poca distribuzione e ancor meno pubblicità, riesce ad essere nella classifica dei primi dieci film. In Italia, dopo essere stato un piccolo grande successo anche in Francia.


La retrospettiva "Emigrantes"
Tutti i migranti del cinema
Al 54° Festival di San Sebastian
Buone notizie dal Paese Basco: «Le terre del mondo sono di tutti i popoli».



(Martedì 2 Marzo 2010)


Home Archivio      Stampa questa pagina  Invia questa pagina  Zoom: apri la pagina in una nuova finestra

lato destro