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Sensuale e avvolgente film di Atom Egoyan

Chloe

Un regista che riesce sempre a intrigare e stupire


di Piero Nussio


Atom Egoyan è un regista borderline. Non nel senso che patologico che gli psicologi danno a questa parola, ma in tutta una serie di significati che nascono da questo termine.
È innanzitutto sulla "linea di confine" perché è nato al Cairo, in Egitto, da genitori armeni, ma vive ed agisce in Canada, dove si è laureato (in Relazioni internazionali, manco a dirlo…) di cui è cittadino ed uno dei registi più rinomati.
Poi è sulla linea di confine fra tutte le arti espressive, lui che è nato da genitori dediti alla pittura, dopo aver seguito un corso di studio per suonare la chitarra classica, ha deciso di dedicarsi alla regia. Ma continua ad occuparsi di ogni tipo di regia, da quella televisiva a quella teatrale, dall'allestimento di opere liriche (Wagner!) alla regia cinematografica che l'ha reso famoso nel mondo.

Soprattutto è sulla stretta linea di confine che separa i comportamenti accettabili da quelli devianti. Non nella vita personale, dove anzi è di un così rigorosa monogamia e fedeltà di rapporti sentimentali da far interpretare alla moglie (la libanese Arsinée Khanjian) una parte in quasi tutti i suoi lungometraggi. Ma quest'uomo così perfetto ama raccontare storie veramente "borderline", sulla stretta linea di separazione fra la quotidianità e i comportamenti più devianti, quando non criminali.


Nessun thriller per il compassato Egoyan, e niente di manifestamente violento, ma la sensualità, la devianza, la pericolosità di molte sua storie, ambienti e personaggi non trova uguali nel cinema di oggi, pur rotto a tutte le esagerazioni.

Egoyan non esagera, anzi trattiene e mitiga. Ma fin dagli inizi della sua carriera ha trattato le situazioni e gli ambienti al limite: Peep show, un corto dell'81, ed Exotica (1994), uno dei suoi primi lungometraggi, trattano del mondo dello "spettacolo sessuale" e dei problemi che possono sorgere lungo la stretta linea di confine fra i corpi esposti e le personalità che li abitano.

Il viaggio di Felicia (1999) è una dimostrazione di come dovrebbe essere fatto un thriller ed un horror: senza scene violente, schizzi di sangue e bassa macelleria, ma con costruzioni e situazioni che –mentre comprendono e forse perdonano la catena di eventi che hanno portato i personaggi ad agire in quel modo- rendono tragicamente evidenti le situazioni di pericolo che si vengono a creare durante lo svolgimento del plot.


False verità (2005), ove il titolo originale ("Where truth lies") gioca con il concetto della "verità che mente", ricostruisce (come ogni buon giallo dovrebbe fare) un fatto di sangue avvenuto in anni precedenti, e così facendo investiga sul mondo della televisione e delle sue "maratone benefiche", sui rapporti omo ed eterosessuali, sui rapporti matrimoniali, sui vizi privati e le pubbliche virtù… E così riprende molti di quei temi che avevano fatto il successo del suo film più noto, Il dolce domani (1997), il conflitto fra le regole del diritto e dello scoprimento della verità con le norme più sottili e particolari che reggono un gruppo sociale ed i rapporti interpersonali.

Adesso c'è Chloe (2009), cui i distributori italiani hanno voluto aggiungere il sottotitolo Tra seduzione e inganno, temendo che non bastassero le immagini –e il passaparola- a chiarire agli spettatori quale fosse l'argomento del film. Quali pesieri si instaurano in una moglie che sospetta il tradimento da parte del marito? A quali mezzi e a quanti compromessi è portata a ricorrere per riaffermare se stessa, il suo ruolo, il suo orgoglio?
Julianne Moore (Catherine) è la moglie dubbiosa, ginecologa di mezz'età, per troppi anni più dedita allo studio medico che alla famiglia e al marito. Poi un granello blocca il meccanismo e allora la vita sociale, la carriera, gli status symbol non rappresentano più niente. Catherine deve sapere, e pur di farlo è disposta a farsi molto male. David è suo marito (Liam Neeson), alto, dinoccolato, in apparenza dedito solo alla sua attività di insegnante. Viaggia molto e chatta con le sue allieve, forse racconta qualche bugia. Chloe (Amanda Seyfried) è colei che dà nome al film: la protagonista è Catherine (Julianne Moore è strepitosa), ma Chloe ne è l'anima. Un'anima ambigua, sensuale, drammatica, e tutta da investigare.


Ora che Eric Rohmer è morto non ci saranno più i suoi film, nei quali si ricostruiva minuziosamente il volo complicato di noi mosche dentro alle bottiglie in cui ci andiamo ad infilare. Fortunatamente c'è Atom Egoyan, che gioca con gli spettatori e gli cambia i riferimenti sotto il naso come faceva il maestro francese. Ma in più il canadese ci mette una sensualità ed uno spirito di provocazione surrealista che solo Luis Buñuel sapeva inserire così magistralmente (Bella di giorno…).

Vedendo il film pensavo che nella testa di Egoyan, insieme ad un "ego" così grande da essere parte del suo cognome e il nome della sua casa di produzione, ci deve essere tutta la sensualità araba e levantina, congelata però ai ghiacci del Canada… Una miscela tremenda.


Il cinema dell'etica
Le false verità di Atom Egoyan
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Il cinema del rigore morale, che nasce da un abisso di turpitudini.

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Il vero mestiere della spia
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(Mercoledì 10 Marzo 2010)


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