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Contr'ordine, compagni...

Le folli erbe di Alain Resnais

Torna a colpire il quasi novantenne regista francese


di Piero Nussio


Recensendo, un anno fa, il precedente film dell'anziano regista francese Alain Resnais ero stato particolarmente violento e distruttivo: parlavo di un film "geriatrico", offendevo l'autore dicendo che era ora se ne andasse in pensione, lo accusavo delle peggiori nefandezze cinematografiche (dopo avergli reso atto di tutta la sua importante storia, dalla fondazione della "nouvelle vague" ad oggi).

Ora mi dissocio da quel che ho scritto a suo tempo. Non mi pento del giudizio dato su Cuori, che continuo a considerare noioso e geriatrico, ma faccio macchina indietro totale su Alain Resnais e sulle sue capacità cinematografiche.

"Contrordine, compagni!" (come si diceva per prendere in giro chi troppo si fidava delle indicazioni ricevute e mal capite), Alain Resnais è vivo, e lotta insieme a noi… Anzi, per continuare ad usare il gergo di tanti anni fa e giocare con il titolo originale del film, "Ma quanta erba si è fatta Alain Resnais?".

Scusate il tono goliardico che ha perso questa recensione, ma non capita tutti i giorni di incontrare un film che ha ancora la carica eversiva degli anni '70, e la riesce ad esprimere con contenuti e metodi talmente nuovi da apparire quasi incomprensibili.

Titolo: Le erbe folli. Titolo italiano (un po' fuorviante): Gli amori folli. Titolo vero: Le erbacce che rompono l'asfalto. (E infatti, insistentemente, la camera inquadra delle sparute erbacce che si insinuano fra una mattonella di cemento e l'altra, che spaccano e interrompono una superficie liscia e grigia).


Argomento: Quasi evanescente, un portafogli rubato ad una attempata dentista. Ritrovato da un anziano signore, pensionato di non si sa quale mestiere, con uno strano passato non spiegato, sposato da trent'anni, nonno e un po' folle. L'uomo decide che si è innamorato perdutamente della dentista, senza nemmeno averla vista dal vero. La dentista prima lo rifugge e poi lo cerca, anche lei senza nemmeno averlo visto. La moglie assiste serenamente a tutti questi avvenimenti, ed anzi partecipa e aiuta. Il finale è aperto, o forse nemmeno c'è un finale.

Con questo mini-plot Alain Resnais costruisce un film quantomeno intrigante.
Innanzitutto –ed è un suo merito- riesce a far fuggire dalla sala la maggior parte degli spettatori.
Ci riusciva alla grande ai tempi de L'anno scorso a Marienbad(1961), ma poi il pubblico si era fatto più smaliziato e non cadeva più così facilmente nelle provocazioni degli "intellettuali".
La maggior parte, più informata che cinquant'anni fa, evitava proprio di andare a vedere certi film; e gli altri, facendo buon viso a cattivo gioco, facevano finta di capire quello che i "nuovi registi" proponevano loro (insomma, la "nouvelle vague" come una sorta di "nouvelle cuisine" ante litteram…).


Resnais, prima di arrendersi ai Cuori e ai Melò che me lo avevano reso insopportabile, aveva reagito in tutti i modi possibili per cercare di scuotere il pubblico.

Si era mosso sullo scientifico-comportamentale di Mon oncle d'Amérique (1980) con le teorie biologiche di Laborit.

Si era trasferito in America e aveva girato in lingua inglese Providence (1977) con Dirg Bogarde, Ellen Burstyn e sir John Gielgud.

Aveva inventato il "doppio film" con Smoking/No smoking (1993).

Aveva inventato il "musica intellettuale" con Parole, parole, parole in cui aveva fatto cantare Sabine Azéma, Pierre Arditi, André Dussollier, Jean-Pierre Bacri e Agnès Jaoui, ossia tutto il gotha degli attori drammatici francesi.


Ora, a quasi novant'anni (è nato nel 1922), non si limita –per fortuna più- a fare il padre nobile del cinema, ma interviene a "gamba tesa" nella tenzone.

Primo: i contenuti. Gli anziani non se ne stiano lì a lasciarsi vivere, ma siano pazzi (e "fumati"…) come lo erano a vent'anni. E magari di più che allora, visto che oramai non hanno più nulla da perdere o da mantenere. E osino volare, con l'aereo come in questo film, o con il pallone (come in Vuoti a rendere), ma che si librino molto in alto…

Secondo: l'immagine. Altro che il "3D" delle americanate, altro che gli effetti speciali. Erano anni (dal tempo de Il fantasma della libertà (Luis Buñuel, 1974) che non vedevo un film altrettanto surrealista. E se le "immaginette" inserite nella pellicola non sono il massimo della perfezione formale, meglio una cosa un po' kitsch che il piattume abituale.

Terzo: la maniera di raccontare. È un classico della "nouvelle vague" alla Resnais, ma quel parlare spezzato, quel raccontare frammentato, il tornare sui propri passi, il montaggio e i flashback colpiscono ancora il pubblico sotto la cintura. Sembrerebbe, dopo tanto cinema e tante acrobazie formali, che questi vecchi "trucchi" del racconto non possano più colpire nessuno. E invece no, il vecchio leone sa ancora graffiare.

Non so, fra lui, De Olivera e pochi altri, chi sarà l'ultimo a cedere le armi. Ma so che fra i "giovani cineasti arrabbiati" c'è un certo Alain Resnais che dice bene la sua…


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(Venerdì 4 Giugno 2010)


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