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Secondo lungometraggio di Dodo Fiori

La strategia degli affetti

Manifesto mancato dell'attuale annichilimento borghese


di Antonella Murolo


Secondo lungometraggio di Dodo Fiori, “La strategia degli affetti” è una di quelle pellicole che entrano nella storia dei “sarebbe potuto essere…”. Con l’appoggio finanziario del Ministero dei Beni Culturali e un regista che già in passato ha dimostrato le sue doti, così intime e sottili, nel raccontare la miserabile condizione umana, il film aveva tutte le carte in regola per diventare un manifesto dell’attuale annichilimento borghese. Ma avere le tutte le carte giuste a quanto pare non è abbastanza nel mondo del cinema.
Paolo (Paolo Sassanelli) è l’orgoglioso capofamiglia di una famiglia benestante, abituata a combattere costantemente contro il proprio essere per mantenete una perfetta immagine di facciata. Questo padre non riesce a riconoscere se stesso e la propria determinazione nel figlio Matteo (Davide Nebbia): debole, continuamente preso in giro dai suoi stessi parenti, il ragazzo non mostra tutte quelle qualità necessarie a renderlo un uomo di successo. Colpa anche dell’ossessiva presenza di una madre apprensiva che vede nel viziare il figlio l’unico tramite educativo. Gli equilibri vengono profondamente scossi dall’arrivo in casa di Nina (Nina Torresi), figlia di un vecchio conoscente a cui l’etichetta impone di fare favori e trattarlo come se fosse un vecchio amico.



“La stretgia degli affetti” sembra soffrire dello stesso male dei suoi personaggi: rinchiusa a cinghie strette dentro uno schema in cui la perfezione apparente sembra essere il fine ultimo, è un continuo susseguirsi di tecnicismi che più che valorizzare la narrazione la riducono ad un mosaico scomposto di fotografie veriste. Nina non solo sconvolge le vite di Paolo, Matteo (la cui passione per la ragazza si trasforma presto in una ossessione priva di sentimentalismo e dettata da leggi sociali distorte), ma si intromette nella narrazione come unico filo conduttore di tutta la storia, collante di una sceneggiatura che, nonostante le tanto celebrate abilità di Heidrun Schleef e Diego Ribon, sembra perdersi su se stessa, percorrere corridoi angusti nei quali non è capace di portare luce. Nina Torresi è anche quella che appare più in sintonia con il film, regalando una performance artistica delicata e perforante, capace di esprimere una moltitudine di sentimenti solo attraverso quegli occhi tanto innocenti quanto profondi. A confronto tutti gli altri membri del cast sembrano forzati e assolutamente irreali, quasi macchiettistici. Una ricerca costante dell’indole di una società visibilmente marcia che presenta troppi ma, frutto di una regia che sacrifica ogni fluidità narrativa, destituendo la storia dal suo abituale ruolo privilegiato e puntando tutto sullo stile, particolare sì, ma inutilmente antologico e descrittivo.

giudizio: * 1/2



(Giovedì 5 Agosto 2010)


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