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Gruppo di Trappisti in un int(f)erno

Uomini di Dio

La “missione” ed il dilemma umano


di Roberto Leggio


“Alla fine vennero a prenderli e li fecero camminare nella neve…” Passatemi la poetica, ma il film si chiude con una scena da storia del cinema. Il resto, tutto il resto, è un capolavoro momenti di preghiera, fede negli altri (tutti, amici e nemici), aiuto al prossimo, dubbi feroci (etici e spirituali), certezza del martirio. Uomini di Dio è la storia vera di quei sette monaci trappisti che sequestrati dai guerriglieri della GIA (un gruppo di estremisti islamici), furono decapitati e ritrovati dopo mesi tra le montagne dell’Atlante algerino. Il tema è abbastanza spinoso, perché pone l’accento sulla difficile convivenza tra religioni, senza contare che “siamo tutti figlio di un unico Dio”. Lo dichiara l’Abate Christoph (un eccellente Lambert Wilson) quando il primo gruppo di guerriglieri entra nel piccolo convento la notte di Natale. Sembra un’elegia sulla diversità di un credo, invece è una possibile (anzi doverosa) presa di posizione sull’uguaglianza di fede.


Le ambizioni filosofiche sono ben chiare e il regista Xavier Beauvois, intreccia la trama raccontando il sacro ed il profano che compone la vita di questi uomini, reiterati a ripetere gesti sull’austerità della messa, dalla partecipazione alla vita sociale del paesino islamico, dai dilemmi deflagranti sulla coerenza di seguire la vocazione oppure fuggire per un onestissimo istinto di conservazione. In questo modo la tensione (palpabile) non scade mai e quando alla fine i sette si vedono trarre via, la consapevolezza del loro destino è quasi irrilevante.
Il film scandito da piccoli episodi evocativi (la madre bisognosa di un paio di scarpe nuove, il guerrigliero ferito e curato, l’ottusità dell’esercito algerino, le discussioni attorno al tavolo) è poderosamente recitato da un cast tutto in parte. Forza e passione di un “infernale-paradiso” in terra straniera…

Giudizio ***



(Mercoledì 27 Ottobre 2010)


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