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Incontro a Roma con il regista di Precious

Lee Daniels

Un film “prezioso” contro ogni violenza ai minori


di Roberto Leggio


Roma – A termine della proiezione di Precious, si ha la sensazione di aver visto un film necessario. Perché toglie il velo sulla violenza sui minori, sull’analfabetismo che mina le periferie delle grandi città americane e perché mette in scena la rivalsa sulle sopraffazioni originate dall’ignoranza. Su questo piano Precious è un film davvero utile. Prezioso. Che esce domani in Italia, distribuito da Fandango, con molto ritardo sul resto del mondo, nonostante abbia racimolato premi a destra e a manca in giro per il globo. Compresi i due Oscar, uno per la sceneggiatura non originale, e quello, meritatissimo, a Mo’nique per la migliore attrice non protagonista. Insomma un film di un certo peso che resterà impresso per la sua carica neorealista. Precoius, interpretata dall’esordiente Gabourney Sibide, la protagonista del film, è una ragazza nera di sedici anni, di centosettanta chili, cresciuta in un infermo famigliare, fatto di sopraffazione psicologica e sessuale, semialfabeta, con due figli avuti da un padre stupratore, che cerca con molta tenacia e attraverso lo studio di trovare la luce nell’amore e nell’autodeterminazione. Una storia dura, potente, ma girata con molta leggerezza e poesia da Lee Daniels, il regista afro-americano autore di Shadowboxer e produttore di Monster’s Ball. Lee è giunto oggi a Roma a presentare il film, proprio nel giorno internazionale contro la violenza sulle donne. “Non lo sapevo” ha detto all’inizio della conferenza stampa “e quindi sono molto orgoglioso di trovarmi qui in questa data. In America non se né parlato per nulla… si vede che non siamo così sofisticati come voi europei!”. La sua è una polemica, ma è anche lo spunto per capire come una vicenda come quella narrata nel film, sia potuta finire sul grande schermo e aver commosso le coscienze di mezzo mondo. Anche perché, ha continuato il regista americano “in America la violenza sui minori e sulle donne è una grave problema sociale”.

Precious è un film potente che pesa sulla coscienza di molti, ma è stato girato con leggerezza e poesia. Come nasce l’idea di un film del genere?
Forse perché conosco a fondo la materia. Mia madre era vittima delle violenze di mio padre. La violentava e la picchiava per un non nulla. Io c’ero e mi ricordo tutto questo con molta tristezza. Dopo aver letto il libro di Sapphire (edito in Italia da Fandango Libri, n.d.r.), ho capito di aver trovato un modo per ripagare mia madre di tutto quello che aveva subito.

Ma l’America dei bassi fondi è proprio una terra di nessuno?
Quello che si vede nel film, la violenza fisica, quella verbale, l’insofferenza verso i minori è solo una parte di una grande piaga sociale. Negli Stati Uniti un bambino su quattro è abusato. Ed è un tema che raramente viene affrontato al cinema, perché è come una macchia sulla coscienza del popolo americano. Portare a termine Precious è stato andare contro al “sistema” di film tutto azione. Perché puoi fare tutti gli Spider Men del mondo, ma non puoi chiudere gli occhi su una questione pesante come quella degli abusi sui minori. Infatti, a sorpresa, siamo stati ripagati con una valanga di premi.

Pensa di aver scosso le coscienze della gente?
La magia del film è stato proprio questo. Il film ha messo in luce qualcosa che si “conosce”, ma non si vuole approfondire. Su questo piano il cinema è un grande mezzo di comunicazione, in quanto ha permesso di far sapere alla gente cosa accade ad una fetta di americani, emarginati, discriminati e senza futuro. Pensiamo solo che l’analfabetismo nei ghetti neri è molto alto. Quasi un bambino su tre non sa né leggere né scrivere.

Nel film appaiono un paio di scene da La Ciociara di De Sica, come mai?
Il neo realismo italiano mi ha da sempre molto influenzato. Quindi era naturale che qualcosa finisse in un film come questo. Il rapporto tra la madre Cesira, Sophia Loren, e la figlia Rosetta è esattamente il contralt’altare tra Precious e sua madre. Nel primo caso Cesira difende e protegge la figlia fino alla fine, cosa che non accade per niente in questo film. Precoius è vittima della violenza psicologica di una madre snaturata. Però è interessante che entrambe le protagoniste bambine dei due film, rivolgano lo sguardo verso l’alto, come alla ricerca di una pace interiore.

Mo’nique e Gabourey Sibide, madre e figlia, nel film sono eccezionali. Come ha scelto il cast?
Mo’nique è una mia amica e quindi, nonostante sia una attrice comica, la vedevo perfetta per il ruolo della madre. Per Precious, invece, ho visionato più di quattrocento ragazze in giro per gli Stati Uniti. Anche perché non era facile trovare una ragazza nera, over size, dall’aria smarrita però molto arguta. A tutti quelli che mi rivolgevo mi dicevano di non avere a disposizione attrici del genere. Così sono andato personalmente alla ricerca della “mia attrice”. Gabby alla fine l’ha spuntata in quanto, dopo l’audizione di una scena tragica, si è ripresa ed è tornata gioviale com’è entrata. Ho capito di avere davanti a me la Precoius che cercavo.

Lei comunque non è l’unica attrice non professionista…
E’ vero. Anche le ragazze che frequentano i corsi dell’Each One, Teach One. Tutte venivano da un passato di violenza e tossicodipendenza. Sono state bravissime in quanto hanno portato in scena il loro vissuto.

Quando ha prodotto il film non ha avuto pressioni per portare in scena attori di un certo rilievo?
Tutti i film che ho fatto erano indipendenti e quindi so perfettamente che per avere un certo riscontro ci vogliono nomi “pesanti”. Però preferisco andare ad istinto. Inoltre se c’è un attore non professionista che è perfetto per un dato ruolo, perché rinunciare? Per questo film avere facce note avrebbe significato focalizzare l’attenzione su di loro e non sulla storia. Adesso, però, dopo gli Oscar ed i premi, gli Studios stanno vagliando dei miei nuovi progetti e già mi hanno proposto “nomi” importanti. Si tratta di una cosa totalmente nuova per me. Vedremo se il mio istinto di regista e produttore indipendente la spunterà sulle leggi di Hollywood.

Ci può parlare di qualche suo nuovo progetto?
Uno in particolare. Ed è strano parlarne proprio oggi, qui, a pochi giorni dalla morte di Dino De Laurentiis. A Dino, Precoius, era piaciuto moltissimo e mi aveva contattato per sapere se avevo in mente qualcosa. Gli ho parlato di un musical tratto da Le Notti di Cabiria, un film con attori afro-americani, ambientato ad Harlem. La trovava un’idea interessante, anche perché vedeva una rivisitazione aggiornata delle avventure dell’ingenua prostituta del titolo.

Quindi è vero che lei si può considerare una sorta del porta bandiera del post-neorealismo americano?
Perché no! Ma è un accostamento molto azzardato, anche se le mie influenze vengono dalla stranezza europea di Federico Fellini e dalla giocosità gay, come me, di Pedro Almodovar. Ma devo tanto anche al cinema civile di Spike Lee, in quanto ha dato orgoglio a noi afro-americani, di avere una parte importante nel sistema “cinema” statunitense.









(Giovedì 25 Novembre 2010)


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