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Buoni e “ipocriti” sentimenti

Tornando a casa per Natale

L’altra faccia della “Festa”


di Roberto Leggio


Nel freddo della Norvegia innevata per Natale, un gruppo di varia umanità si sfiora, friziona, collide e trova (forse) il senso della festa. Sei episodi legati tra loro da un prologo ed un finale dal sapore “biblico”, sono al centro del nuovo film di Bent Hamer, esploratore di umane solitudini e malinconiche riflessioni. La “fiaba” si apre tanti anni fa, in un luogo in guerra, dove un bambino è tenuto sotto mira da un cecchino… Poi ci sposta ai giorni nostri dove un padre non più in famiglia, trova il modo per essere Babbo Natale, vendicandosi della moglie che l’ha mollato per un altro. Un ex calciatore a fine “partita”, cerca un po’ di umanità (e un po’ di soldi) per tornare a casa dai suoi vecchi che lo aspettano da anni. Un’amante (beffata dalla vita e dall’amore) ha il guizzo giusto per “guastare” la ricorrenza al suo old-boy-friend. Due adolescenti di diverse religioni si ritrovano sul tetto a scrutare le stelle sperando nella nascita di un amore acerbo. Un medico, con molti dubbi e un matrimonio forse al capolinea, fa la sua buona azione aiutando una coppia serbo-albanese in fuga verso la “Terra Promessa”.

Rarefatto, pieno di silenzi e densi dialoghi “sospirati”, l’opera di Hamer analizza l’ipocrisia di fondo che sta alla base della festa della famiglia per eccellenza. Non è un Natale per tutti, verrebbe da pensare. Anzi il film insinua che forse si tratta di un periodo nel quale la felicità che sprigiona la ricorrenza sia solo apparante, posticcia. In fondo c’è molta solitudine (la scena dell’uomo che trova la porta della chiesa sbarrata è illuminante) e che quindi alla fine ci si ritrova a fare i conti con noi stessi. Con il nostro passato e un pesante quotidiano dove si tirano le somme e si delineano i risultati. Girato con mano garbata, con qualche lungaggine di troppo, Tornando a casa per Natale, è un prodotto che impone una riflessione sulla nostra vita, buona o cattiva che sia. Non per nulla il collante di tutta la vicenda è legato all’episodio cardine dei due giovani “estranei” (protagonisti dell’inaspettato finale) profughi di guerra dopo un gesto di “umanissima” conservazione. Metafora che il Natale è soprattutto la festa della Vita. Da qualunque parte la si guardi.

Giudizio **1/2



(Sabato 4 Dicembre 2010)


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