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L'altra faccia di Facebook

The social network

La mania del momento


di Pino Moroni


All’uscita dello spettacolo la battuta tagliente di un amico ha dato il colpo definitivo ad un film che i giovani brillanti, intelligenti ed alla moda hanno osannato in questo scorcio di stagione cinematografica. “È la storia di un handicappato (uno che ha problemi a relazionarsi con gli altri) che fa fortuna suo malgrado, giocando con i computer”.
Infatti è la storia di Marc Zuckerberg, creatore di Facebook, l’uomo eterno ragazzo, che ha inventato l’amicizia sul web, senza avere un amico.
Un nerd, uno sfigato, come dicono i giovani, costretto a pagare parte dei suoi guadagni miliardari al socio della prima ora, estromesso brutalmente dall’affare ed a tre ricchi colleghi di università che avevano avuto la stessa idea e gli avevano dato incarico di svilupparla.
L’idea è creare una rete di amicizie esclusive per condividere ogni pensiero intelligente o meno, senza troppo guardare alla sensibilità degli altri. Che vuol dire non avere remora alcuna e dire tutto in piena libertà. Tanto sono tutti amici e se si fa qualche danno la scusa è che pur di avere tanti amici ci si può fare anche qualche nemico. La pubblicità del film.
Un’altra storia è, quella evidente del film, di darsi da sé dello ‘stronzo’, anche con un biglietto da visita, prima che te lo dicano gli altri. A prescindere da quello che dicono di sé i fautori di Facebook che si considerano grandi privilegiati, parte di una setta molto intelligente e moderna.


Al di là delle tematiche, ho trovato in The social network una così alta definizione di ripresa mai vista finora (telecamera digitale a risoluzione 4096x2160). Ma di lì a dire che lo stile del regista è ultramoderno, per far felici le nuove generazioni e per farle correre a vederlo, il passo è breve.
Che cosa c’è di nuovo se poi il plot narrativo del film non è altro che una lunga storia giudiziaria con scene frequenti di flashback, che fanno vedere come si crea facilmente un sito e come rapidissimi schiavi operatori lo gestiscano, moltiplicando gli adepti, mentre altri pescecani della finanza fanno aumentare la sua valutazione, girando intorno alla gallina dalle uova d’oro, prima di mangiarsela con le patatine al forno, come già avvenuto per altri strumenti informatici (vedi nello stesso film Sean Parker, il creatore fallito e drogato del sito per scaricare musica).

Mi è sembrato che David Fincher, regista tra l’altro di Alien 3 (1993), Seven (1995), The game (1997), Fight club (1999), Il curioso caso di Benjamin Button (2008), ognuno un cult (si sa bene chi fa diventare i film cult), abbia provato a fare leva sulla aspirazione ed ambizione di una pletora di ragazzi che vogliono ancora credere nel sogno americano del futuro senza però essere nuovi in nessun modo.


Ne vengono fuori dei giovani ancora conformisti, individualisti, edonisti, sesso e droga ed ancora bloccati nel relazionarsi con gli altri, solo intenti all’ultima moda virtuale. Scendendo sempre più in un mondo pericoloso senza quella grande scuola fatta di scontri dialettici e filosofici o pratici, di strada, pane quotidiano delle vecchie generazioni.

L’unico momento umano, e comunque perdente, è la scena iniziale, in cui Marc e la ragazza che ama, si offendono con battute taglienti e dialoghi incalzanti.
Poi Marc la "sputtana" letteralmente sul suo blog, per poi alla fine del film, ricco e affermato, chiederle di essergli amica dentro la sua creatura Facebook.


Un fallimento assoluto dei rapporti, che lascia pensare.
Se questo film viene considerato il meglio dell’attuale stato di cose, come giovane, mi chiederei che cosa sto vivendo.



(Lunedì 13 Dicembre 2010)


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