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Il "capolavoro assoluto" di Clint Eastwood

Hereafter, parlando di ciò che vieta Wittgenstein

Un film che riesce a dire "ciò di cui non si dovrebbe parlare"


di Piero Nussio


Se mi fosse capitato, anni fa, di assistere all'uscita di film come Quarto potere, La dolce vita, Rashomon o ad un altro capolavoro assoluto del cinema, non so come avrei potuto reagire.
Ma la vita mi ha dato l'opportunità di essere "contemporaneo" all'uscita di molti grandi film di Clint Eastwood, ed in particolare di Hereafter, che considero un capolavoro assoluto del cinema come gli altri citati, ed uno di quei pochi esempi di film perfetti.

Non so, non c'è ancora la giusta distanza per poter valutare il valore di un'opera dal giudizio complessivo del pubblico, ma mi assumo la responsabilità di affermare –per quel poco che conta la mia voce- che l'ultima opera di Clint Eastwood supera i pur alti parametri cui ci aveva abituato con Million dollar baby, Gran Torino e Lettere da Iwo Jima per entrare nell'opera universale.


Il pubblico sta rispondendo bene, affollando le sale dei cinema in Italia, così come lo aveva fatto a fine ottobre in America, e così come sta avvenendo in Sudamerica a nel resto d'Europa.

Ma troppi successi effimeri (dai nostri cinepanettoni a vari "fantasy" di Harry Potter e del Signore degli anelli) stanno a mostrare quanto, sul lungo periodo bisogna diffidare dei successi brucianti (che in inglese chiamano "blockbuster", perché lì il pubblico si allinea disciplinatamente fuori delle sale e talvolta la coda fa il giro dell'isolato).


Né può aiutarci la "critica militante": Clint Eastwood, specie da noi in Italia è noto per essere un attorucolo di western ("Che ha solo due espressioni: col sigaro e senza sigaro", dicevano di lui ingenerosamente) o, al massimo, il poliziotto violento "Dirty Harry" armato di 44 Magnum nella serie dell'ispettore Callaghan. Così i "critici seri" sono andati dietro ai trascurabili fenomeni del terzo mondo e del "cinema nuovo" in tutte le salse dell'avanguardia –specie dei famigerati "articolo 28" italiani- e si sono persi un fenomeno mondiale di rilevanza estrema.

Me lo stavo per perdere anch'io, finché non capitai al cinema con Bird (1988), in cui il "pistolero" Eastwood firmava la triste e dolorosa vita di Charlie Parker, grande musicista americano, sassofonista jazz che ha cambiato il senso di tutta la musica moderna, ucciso dalla droga e dall'insofferenza razziale.
Qualcosa non mi tornava: ma cosa poteva mai interessare all'attore western della Trilogia del dollaro di Sergio Leone, al pistolero violento della 44 Magnum di Don Siegel, al "falco repubblicano" amico di Charlton Heston e John Wayne, di uno sfigato musicista, negro e drogato come "Bird"?


Così ho avuto un'altra prova lampante di una certa idea che mi frulla in testa: "il mondo è molto più complicato e interessante di come troppo spesso lo si immagina o lo si racconta".
Clint Eastwood è un personaggio troppo complesso e sfaccettato per ridurlo a stupidi cliché giornalistici.
È repubblicano in politica, ed elettore di Eisenhower, Nixon e Regan, ma si è rifiutato di appoggiare la candidatura di Bush ed ha criticato duramente la guerra in Iraq.
È stato sindaco di Carmel (California) come indipendente, ha difeso il viaggio di Sean Penn a Bagdad dicendo che ci sarebbe andato pure lui, se fosse stato un po' più giovane.
Colleziona arte moderna. È un "duro" all'antica, ma è anche uno che crede che "la democrazia non si esporta, e che anzi la gente deve lottare per poterla ottenere".
Era uno che non ha voluto figli per quindici anni di matrimonio, poi ha cambiato idea e ne ha avuti sette (da cinque donne diverse).
Ebbe la sua prima parte nella fiction USA Rawhide solo perché aveva una "faccia da cowboy", ma in realtà è da sempre salutista e contrario alla caccia.
È attento alle questioni ambientali, anche come agricoltore (possiede un ranch a Carmel, e un campo da golf). Nonostante la battuta sul "sigaro", non ha mai fumatonella vita reale.
Il suo film preferito non è un thriller d'azione né un western, ma l'elegiaco Com'era verde la mia valle di John Ford.
Parla bene l'italiano, ed è un notevole pianista di jazz e compositore.
Come regista è un uomo di poche parole e di ancor meno riprese: fa una "take" o al massimo due per ogni scena ed è rapidissimo nel terminare i film, sempre nei limiti di tempo e di budget previsti.


Quest'uomo tutto d'un pezzo, simile al personaggio di vecchio operaio che ha interpretato in Gran Torino, è uno che parla poco ma è sempre chiaro ed esplicito: disprezza con forza il razzismo, ha una visione del mondo molto libertaria e non sopporta chi vuole spiegarti sempre come si deve vivere, odia le imitazioni, i remake e i film in serie. Si sente un po' isolato, ed agisce come gli viene di fare (anche se è l'unico in tutto il cinema ad essere stato il maggior mito mondiale dagli anni '60 fino ad oggi).

Probabilmente ignora (nonostante la sua laure honoris causa ricevuta nel Connecticut) che l'ultima affermazione del "Tractatus logico-philosophicus" di Ludwig Wittgenstein impone che Ciò di cui non si può parlare, non va detto e decide nel 2010 –ad 80 anni precisi- di fare un film sulle esperienze pre-morte. Anche perché, pare quasi di sentirglielo dire, l'argomento desta ormai un certo interesse diretto per lui e la sua età.


Hereafter ("L'aldilà") lo intitola. Ma anche "di qui in avanti": perché la connotazione religiosa non lo interessa per niente. O forse lo interessa moltissimo, visto che non segue nessuna religione organizzata, ma pratica la meditazione due volte al giorno. Forse a causa di questo meditare, ha accettato la proposta Dreamworks (Steven Spielberg) di fare questo "thriller soprannaturale" utilizzando la sceneggiatura al grande autore inglese Peter Morgan, autore di Frost/Nixon e The Queen, tra tanto altro.

L'ha girato in un solo mese (dicembre 2009) approfittando di una pausa del film d'azione (The adjustment bureau, ancora inedito in Italia) che Matt Damon stava girando in quel momento. Preciso e puntuale come al solito, non aveva tempo da perdere: anche perché i soldi della produzione erano i suoi (Malpaso), insieme a quelli di Steven Spielberg.
Ma non era un compito facile stare nei tempi, visto che una parte del film è girata a Parigi e a Chamonix, un'altra a Londra, un po' in California ed il resto nell'isola hawaiana di Maui. Gli attori sono americani, francesi ed inglesi, oltre alle comparse hawaiane reali (e digitali) per la scena dello tsunami. Il regista che ha organizzato e realizzato tutto questo –lo ricordo- è l'ottantenne Clint Eastwood, che non ha nemmeno scritto in grande il suo nome nelle locandine del film.


Eppure è tutto merito suo se un film con un argomento del genere non cade nel melodrammatico e tantomeno nello "splatter". È merito suo se la storia è calibrata e leggera nonostante l'argomento. È merito del regista che la straordinaria scena dello "tsunami" sia realizzata ed utilizzata, ma come funzionale alla storia raccontata, non come un pezzo di bravura con gli effetti speciali. Come un musicista deve saper suonare lo spartito più complesso dando l'impressione che tutto scorra semplicemente e naturalmente nota dopo nota, il regista Eastwood ha realizzato un film semplice, sinuoso ed avvolgente come la colonna sonora (anch'essa opera sua) che lo accompagna.

Avrei odiato e mal sopportato un film che mi volesse insegnare un qualunque dogma soprannaturale, ed avrei considerato il resto solo come spunto originale per una commedia (Il paradiso può attendere e Ghost, o qualcuno dei suoi imitatori). Sono stato trattenuto dal vedere il film proprio per la particolarità dell'argomento trattato, ma sono stato piacevolmente sorpreso oltre la stima che già portavo al regista. Hereafter è un film duro, come Eastwood ci ha abituato ad aspettarci dopo la pedofilia in Mystic River, le atrocità di guerra in Lettere da Iwo Jima e l'eutanasia in Million dollar baby.

Il tema della morte non è edulcorato, e torna la droga, la violenza di strada, l'abuso dell'infanzia e quello sessuale. Si aggiunge la violenza moderna, quella elegante del potere e dei mass media, e quella cieca delle forze della natura. Le risposte sono poche e la fioca luce dell'aldilà non serve certo a consolarci, sommandoci poi anche le varie chiese organizzate che cercano di metterci sopra il loro marchio di fabbrica.


Ma il caparbio operaio Walt Kowalski di Gran Torino non è tipo da arrendersi facilmente: come nell'altro film metteva in gioco la sua vecchiaia per rivoltare il gioco di fronte ai violenti, stavolta trae la forza di reagire sia nella trama -tramite l'incontro delle varie debolezze che compongono la storia e si trasformano in forze-, che nei toni stessi del racconto cinematografico.

Il film è più della realizzazione tecnica della sua sceneggiatura: è un incrocio di riprese, montaggio, commento musicale, sonoro, testo, stile, ritmo.

Ed è in questo il tratto principale di Hereafter, che lo rende un capolavoro assoluto: il clima sognante e disteso, duro e sinuoso nello stesso tempo, che fa pensare all'eternità e vivere la vita dell'oggi, eterno e immutabile quanto vivo e guizzante, e senza nessuno che possa stare lì a dirti "com'è la vita e come dev'essere vissuta".


L'aldilà secondo Clint Eastwood
Hereafter
Sopravvivere alla morte cercando risposte positive

Rapimento, disperazione e riscatto
Changeling
Ennesimo capolavoro di Clint Eastwood.

La conquista di Iwo Jima, nel Pacifico
Flags of Our Fathers
Un grande film di Clint Eastwood e Steven Spielberg
Una storia di gente comune, non di eroi. Di persone che si incontrano tutti i giorni, e di come la società ed una guerra agiscono su di loro.

Lezione di antirazzismo
Gran Torino
Clint Eastwood mette a nudo le contraddizioni di un grande paese

Eastwood conferma la sua cifra stilistica ma con meno pathos
Invictus
Grande Morgan Freeman nei panni di Nelson Mandela

La “Poesia” del massacro
Lettere da Iwo Jima
Il dittico di Clint Eastwood visto dai perdenti

Il film pluripremiato di Clint Eastwood
Million Dollar Baby
Miglior Dvd 2005 agli Italian Dvd Awards



(Martedì 11 Gennaio 2011)


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