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La perdita di un figlio e le sue “silenziose” devastanti conseguenze

Rabbit Hole

Vivere sospesi in una bolla di dolore


di Roberto Leggio


La perdita, il senso di oppressione, il deragliamento sommesso della vita di chi rimane. Rabbit Hole è un film, ma è anche una disamina del dolore nell'accettazione di un lutto. Un macigno sotto il quale la vita normale viene schiacciata dopo la perdita di un figlio di quattro anni, investito per “caso” per aver corso dietro al suo cane. Becca (Nicole Kidman) e Howie (Aaron Eckhart), sono i due genitori, che a distanza di otto mesi dalla perdita, cercano di “sopportare” il peso del vivere quotidiano, affrontando il “dopo” ognuno in maniera diversa. Se lui tende a obliare l'evento guardano e riguardando i filmini del figlio fatti con il proprio telefonino, lei si auto isola dandosi al giardinaggio, alla preparazione di torte e manicaretti e alla sistematica eliminazione di tracce e ricordi. Per fuggire da questa claustrofobica “tana di coniglio”, lui cerca una sorta di conforto iniziando a frequentare una donna conosciuta in una terapia di gruppo, mentre lei si avvicina (in una sorta di confessione e auto analisi) al ragazzo che era alla guida dell'auto in quel giorno fatale.


Al terzo film John Cameron-Mitchell, rinuncia al suo cinema trasgressivo, per immergersi in un'opera sull'elaborazione del lutto, che è soprattutto una introspezione personale (ma a livello universale in quanto nessuno di noi è immune) sulla perdita e sulle sue conseguenze. Howie e Becca vivono in una bolla sospesa, in un universo che cercano di comprendere e che trova forse una soluzione nel fumetto (che da il titolo al film) in cui si parla di universi paralleli e realtà alternative. Perché, proprio come confessa Becca al ragazzo, “forse in un'altra realtà, non è successo niente e sto bene”. Immagine nitida di quanto sia labile la linea di demarcazione che divide la felicità dal dolore. Cameron-Mitchell è bravo però a non cadere nel facile sentimentalismo, dirigendo un film rigoroso, con una regia mai sopra le righe e che evita il melodramma. Infatti rinuncia all'happy end (anche se intuiamo che qualcosa da li in avanti cambierà) rendendo il film più drammatico, ma per questo ancora più vero. Nicole Kidman da una interpretazione quasi sommessa, così introspettiva da sviscerare tutta la forza distruttiva che solo la perdita di un figlio piccolo può innescare.

Giudizio ***



(Giovedì 10 Febbraio 2011)


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