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Action-movie "tamarro" che regala puro divertimento

Machete

Un cinema sopra le righe firmato da Robert Rodriguez


di Stefano Bucci


Iperbolico, splatter, pirotecnico, eccessivo. Qualsiasi aggettivo risulterebbe riduttivo per descrivere questo film. Machete di Robert Rodriguez, nato da uno dei fake trailer presenti in Grindhouse (2007), non è cinema, è puro divertimento. Tutto è sopra le righe, a cominciare dal cast, talmente eterogeneo e delirante da risultare perfetto: Danny Trejo, attore feticcio rodrigueziano che assurge al ruolo di protagonista dopo un quarto di secolo da comprimario, Don Johnson (Miami Vice) e Steven Seagal, Jeff Fahey (Lost) e Jessica Alba, Linsday Lohan, Michelle Rodriguez (Avatar) e il grande Robert De Niro nell’insolito ruolo di un senatore razzista.
Machete è un action-movie tamarro, pieno di combattimenti esagerati e sangue a profusione. Anzi, considerando le assolate e polverose strade al confine tra Mexico e Stati Uniti nonché la linearità della narrazione, potremmo tranquillamente paragonarlo a un moderno western in salsa exploitation.
A conti fatti, la sceneggiatura è solo un pretesto per mettere in scena personaggi estremamente caricaturali e situazioni oltre il reale. Così come sono un puro pretesto narrativo i riferimenti politici, sviluppati in maniera talmente diretta da non uscire mai dai confini del genere.
Durante il prologo scopriamo che Machete (Danny Trejo) è un agente federale messicano in lotta col potente boss della droga Torrez (Steven Seagal). Scampato miracolosamente ad un agguato ordito da quest’ultimo, Machete si rifugia in Texas, dove viene assoldato per uccidere il senatore McLaughlin (Robert De Niro). Ma scoprirà di essere il capro espiatorio di un disegno politico, intessuto dal suo acerrimo nemico Torrez.




Machete continua l’omaggio di Roberto Rodriguez ai film di genere che più lo divertivano da spettatore. Nella pellicola, infatti, si fondono, oltre al già citato genere dell’exploitation, anche i telefilm americani anni 70, l’action à la Seagal, le pellicole messicane coi wrestler, il cinema di genere italiano, in particolare lo spaghetti western (Django) e il tortilla (la trilogia di Sollima col personaggio di Cuchillo). È un cinema fatto da uno spettatore prima che un grande autore, uno che ha macinato film su film vedendoli e che vuole ancora divertirsi con un cinema che al giorno d'oggi è ormai sparito. Si crea un patto implicito tra l’autore e i suoi spettatori, un sottile gioco di rimandi e citazioni, che solo chi è avvezzo a determinate pellicole può cogliere e quindi fruire del film completamente.
Le scene cult si sprecano, soprattutto grazie all'immancabile fuoco di fila di invenzioni visive iperboliche che sono il marchio di fabbrica del registe. Ne citiamo un paio al solo fine di lasciar intendere la genialità di Rodriguez che non, in quest’occasione, non ha niente da invidiare al suo amico Quentin Tarantino: lo scontro a fuoco tra il prete (Cheech Marin) e la banda di Osiris Amanpour (Tom Savini), sulle note dell’Ave Maria di Schubert, e Machete che si cala da un edificio adoperando come corda le interiora srotolate di una vittima.
Insomma, Machete trascende la realtà per entrare nella Leggenda, mutuando le parole del protagonista stesso che, nel finale, chiosa «Perché devo essere una persona reale, quando sono già un mito?»

Giudizio: ****



(Mercoledì 4 Maggio 2011)


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